Piero Lissoni

Piero Lissoni © G. Gastel

Sarà il primo Salone del Mobile dopo Expo, che lo scorso anno ha portato a Milano milioni di visitatori e fatto del capoluogo lombardo una capitale internazionale del food. Saprà la Design Week perpetuare l’eredità dell’Esposizione? «Il Salone resterà lo stesso, con o senza Expo». L’architetto e designer Piero Lissoni ha le idee chiare e, dopo aver sottolineato il successo dell’Esposizione universale – «non mi piace usare toni trionfalistici, ma ha portato una visibilità straordinaria. È stato un eccellente biglietto da visita per Milano» – si smarca dai parallelismi, evidenziando la grande differenza del Salone del Mobile rispetto a Expo: «C’è ogni anno, e ogni anno muove, tra Rho Fiera e Fuorisalone, circa 450 mila persone». Punto di riferimento internazionale nel campo del design e dell’architettura con il suo studio Lissoni Associati (tra le collaborazioni più illustri, ricordiamo quelle con Alessi, Boffi, Cassina, Fantini, Flos/Antares, Kratell, Poltrona Frau e Porro), Piero Lissoni spiega a Business People le peculiarità del disegno made in Italy e commenta una possibile sinergia del settore con moda e food.

La Design Week muove già grandi numeri. C’è qualcosa in cui la città e il Salone possono migliorare?
Il Salone del Mobile non è solo Rho Fiera. È una creatura un po’ come il Dr. Jekyll, che vive in fiera, e Mr. Hyde, che vive in città. I due mondi sono ormai totalmente “incollati”, ma devono migliorare. Penso, in generale, al modo in cui si presenta Milano: magari un po’ più in ordine e pulita. Mi piacerebbe che le aree legate al Fuorisalone – via Savona, Via Tortona, Lambrate… – fossero vissute un pochino meno come “Festa dell’Unità”. Non ho niente contro le feste nazionalpopolari, ma preferirei che per il Salone del Mobile venisse rispettata la sua qualità, un pochino più sofisticata.

Secondo lei, quali sono le caratteristiche distintive che hanno fatto del design made in Italy un punto di riferimento internazionale?
Sono le fabbriche, i piccoli produttori, gli artigiani… Il design italiano è formidabile perché ci sono dei “picchiatelli”, dalla Sicilia all’Alto Adige, che investono quotidianamente, prendendosi anche rischi giganteschi. Scoprono, inventano… Questo è il vero significato di Italian design. Dopodiché ci sono i designer, ma noi siamo solo una parte funzionale del processo, non siamo “Il” processo.

Nel tempo come si è evoluto il concetto di design?
Sì è spaventosamente evoluto e continua a farlo. Quello che facevamo un anno fa, già nel 2016 ha subìto nuove modifiche. Sono cambiati i materiali, i mercati, gli investimenti, i modelli produttivi e di vendita… Pensi solamente a cosa è accaduto in meno di 10 anni: la vendita tradizionale con gli showroom, i negozi e le fiere sta traballando sotto l’attacco dell’ecommerce. In questo caso, come designer, devo confrontarmi con questi grandi cambiamenti. E l’industria, più veloce di me, ci si sta già confrontando da tanti anni.

Nel vostro settore, cos’è oggi innovazione?
Le potrei dire che l’innovazione è qualche materiale meraviglioso, come il graphene, ma la vera innovazione è la capacità, costante, di cambiare le cose. Non necessariamente grandi trasformazioni, da premio Nobel; nel nostro lavoro basta essere sempre leggermente in anticipo. Le faccio un esempio: a volte è sufficiente togliere 20 grammi al metro quadro di vernice su una superficie per introdurre una grande innovazione. Nessuno magari ci pensa, ma 20 gr al mq significano un risparmio annuo di tanto materiale, vuol dire ridurre la quantità inquinanti e la spesa, che può essere reinvestita altrove, in nuovi progetti e nuove tecnologie.

Ha parlato di graphene...
Se ne parla da due anni e lo stanno ancora testando. Da lì a utilizzarlo passerà del tempo. Se qualcuno le ha raccontato che sta disegnando e producendo con il graphene, non gli creda. È un cialtrone. Al momento nessuno sa bene come farlo funzionare.

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I CAMBIAMENTI NEL SETTORE

SONO VELOCISSIMI: IN MENO

DI DIECI ANNI LA VENDITA

TRADIZIONALE CON SHOWROOM,

NEGOZI E FIERE TRABALLA

SOTTO L’ATTACCO DELL’ECOMMERCE

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Come vive la settimana del design? La considera più un’occasione per scoprire nuove tendenze, talenti, o il momento per presentare il proprio lavoro?
Onestamente, ogni volta che si apre un Salone del Mobile, cambierei tutti i miei progetti. Sono sempre molto spaventato e insicuro rispetto a quello che sto esibendo: trovo tutte le mie presentazioni, gli oggetti e i lavori sbagliati. Non è per me, quindi, un’occasione felice. Però il Salone è anche divertente, allegro, mi piace: ogni anno arriva gente da tutto il mondo, nuovi designer. Scopro sempre modelli di ispirazione o qualcosa di interessante.

Generalmente quali sono le sue fonti di ispirazione?
C’è un mito che va sfatato: non lavoro da solo, ma all’interno di una squadra. Le fonti di ispirazione sono in realtà un dibattito quotidiano tra me, il mio team e le persone all’interno delle aziende. Un continuo confronto e da lì, alcune volte, salta fuori qualcosa.

Tra i progetti che presenterà quest’anno c’è un filo conduttore?
Sì, uno che è partito 30 anni fa. Perché lo studio Lissoni Associati festeggia il suo 30esimo anniversario. In questo periodo ci siamo evoluti molto e abbiamo continuato ad aggiungere parti di linguaggio. Una cosa di cui vado molto fiero è che in tre decenni di lavoro e mestiere, uno degli elementi in cui mi riconosco è la capacità di rimanere concentrati e, allo stesso tempo, coerenti.

Celebrerete l’evento?
Sono poco consono ai compleanni, hanno questo aspetto un po’ triste. O mi invento qualcosa l’anno prossimo per sbaragliare un compleanno passato, oppure lascio passare tutto sotto silenzio.

Milano capitale del design, della moda e, con Expo, anche del food. Possono esserci delle sinergie tra queste eccellenze del made in Italy per una crescita comune?
Avrebbero dovuto esserci. La moda, però, si muove con ritmi e modelli molto più chiusi di quelli che usiamo nel design e nell’architettura. La bellezza della Design Week è che in una settimana si può partecipare a quasi tutte le feste, gli opening e le serate. Per sette giorni la città si apre e torna a funzionare con musei, cultura, cibo e disegno, tutti quanti messi assieme. Questa dovrebbe essere la nostra matrice. C’è però il “lato oscuro della forza”: siamo la città del design e della moda, ma ci sono alcune aree della città dimenticate da Dio e dagli uomini. Non voglio sembrare negativo, ma non voglio nemmeno fare da grancassa usando il trucchetto del cibo, della moda e del design. È un po’ come quando parliamo di made in Italy, a volte un mantra veramente usurato. E così Milano: non voglio diventi un mantra moda-design-cibo. Dobbiamo dimostrare di essere una città capitale d’Europa, capace di fare. Dobbiamo muoverci e fare tante cose di più.