Piacere, sono Jacob Cohën (quello vero)

Nicola Bardelle

L’Italia, dopo Cina e Corea, è al terzo posto nell’hit parade mondiale (al primo in quella europea) della merce contraffatta, per un giro d’affari di circa 5 miliardi di euro. E, naturalmente, a fare la parte del leone è la moda, che sommando abbigliamento, pelletteria e calzature rappresenta il 60% dei ricavi truffaldini. Sono state molte nel corso degli ultimi anni le offensive messe in campo sia da parte delle aziende sia delle istituzioni per combattere il fenomeno, preoccupate, entrambe, del mancato fatturato delle industrie danneggiate. Le quali, senza l’industria del falso, potrebbero assumere a livello europeo circa 100 mila persone in più. Ma se le preoccupazioni sono molte, è anche vero che «è quando incominci a essere copiato che hai davvero raggiunto il successo», come spiega Nicola Bardelle, anima creativa di Jacob Cohën a Business People , che lo ha incontrato per chiedergli come si fa a diventare un marchio diverso da tutti gli altri in un mondo già affollato come quello della moda e competitivo come quello del jeans.

Nella moda è già stato tutto più o meno inventato e attingere all’immaginazione diventa sempre più difficile. Come si fa a essere creativi lavorando un capo che ha oltre 100 anni e non dà molto margine di trasformazione?
La creatività per me è la visione di un’ispirazione concreta, che si tratti dell’osservazione di capi o prodotti del passato o di oggetti, persone o dettagli che fanno parte del nostro universo quotidiano. Partendo da questo presupposto si intuisce come vi sia sempre una “base” di partenza che faccia scaturire la visione creativa. Mi piace ripetere questo aneddoto perché credo illustri al meglio il mio pensiero: lavorando una materia, lo scultore prende spunto da ciò che essa stessa gli suggerisce. Un blocco di marmo, come diceva Michelangelo, contiene già in sé l’opera cui lo scultore pensa; a lui poi spetta interpretarne le venature, le consistenze e le cromie. Il lavoro dei creativi fashion è identico: plasmare la materia seguendo un’ispirazione, una visione che si materializza nella mente prima e nelle mani poi. La corteccia di un albero, per esempio, mi ha suggerito alcuni effetti da ottenere sul denim, così come la fusione di diverse cromie porta alla creazione di basi di colore differenti, poi utilizzate nelle collezioni.

Cos’è cambiato nella lavorazione del jeans da quando suo padre creò negli anni ‘80 Kinghino-Americanino? Quali sono i trucchi per essere sempre innovativi?
Tutto sta nella distinzione tra il jeans per il free time e quello per le uscite speciali. Credo si possa tranquillamente parlare di reazione d’antitesi ai concetti degli anni ‘80, anche se, devo ammetterlo, all’epoca generarono risultati stupefacenti. L’intuizione di un jeans per tutte le occasioni portò a una “rivoluzione” d’opposizione: la ricerca di un percorso di nobilitazione di un capo d’abbigliamento associato quasi solo al tempo libero. Quella considerazione fece nascere Jacob Cohën, un denim d’élite dallo stile perfetto, dedicato a una clientela esigente e indossabile sia nei momenti più informali che in ambienti e circostanze importanti. Abbiamo precorso i tempi, inventando un “Marchionne style” già negli anni ’90, quando era impensabile frequentare luoghi come un consiglio d’amministrazione in jeans e pull, anche se rigorosi. Fortunatamente la norma di associare alcune tipologie di abbigliamento a figure o funzioni d’uso è andata via via modificandosi, favorendo uno stile d’essenza e non solo d’immagine. Oltre a ciò la tecnica moderna ha aiutato moltissimo nella fase di produzione delle tele, nella creazione dei processi e dei lavaggi, ma, in realtà, le “regole” che portano alla creazione di un jeans sono esattamente quelle di oltre 150 anni fa, quando nacque il primo cinque tasche firmato Levi’s a opera di due “visionari”. E sono certo che la famosa tela blu sarà nei nostri armadi almeno per altri 150 anni.

Lei ha sempre affermato che i dettagli e la qualità della materia prima fanno la differenza. In che modo ci si può distinguere? Quali caratteristiche dei suoi modelli sono da considerarsi uniche e distintive?
Naturalmente gli elementi base, così come la sapienza nel saperli mixare fanno la differenza. È naturale che tutta l’attività di scouting nella ricerca di materiali sempre più innovativi, o la rielaborazione di materiali storici attraverso le nuove tecnologie, portino a una ineluttabile e sensibile crescita del potenziale qualitativo, ma questo non è che l’inizio di un lungo processo. Tutto ciò che viene utilizzato esiste in natura, ma nel mio esercizio stilistico viene rielaborato, reinterpretato e mixato in base a equilibri e sensibilità del tutto personali. La domanda che mi assilla costantemente è “indosserei ciò che ho creato”? L’intera filosofia che guida Jacob Cohën è questa: condensare in un pantalone tutto ciò che io avrei voluto per me stesso. Per questo fin dal principio ho voluto creare un jeans eclettico, elegante e free allo stesso tempo, per un aperitivo con gli amici, una riunione di lavoro o una serata a teatro.

Nicola Bardelle

A proposito: a quali condizioni un uomo di successo può scegliere il denim come abito da lavoro?
Il denim come “divisa” da lavoro? Per me lo è da sempre. Credo che il jeans abbia una grandissima particolarità rara e sconosciuta ad altri capi d’abbigliamento, ossia l’interpretazione che ne può dare chi lo indossa. È per questo che oggi non stupisce più nessuno che un professionista, un politico, un uomo di potere indossi jeans - a patto che siano di qualità - anche in occasioni istituzionali.

Oggi tutti prendono spunto da tutto e la moda del passato ciclicamente ritorna. Quando invece diventa mera copiatura?
È difficile dire quale sia la sottile linea fra trarre ispirazione e copiare. Tutti ci ispiriamo a qualcosa, ma è quando ci si ispira alla creatività altrui che diventa deontologicamente scorretto e deprecabile. Anche se purtroppo è un atteggiamento molto diffuso, e non solo nel campo della moda. Dal canto mio posso affermare che Jacob Cohën è stato il primo a utilizzare materiali, accessori e mix di materie prime innovative per un cinque tasche, e questo mi mette in una posizione di serenità, di “paternità” della rilettura di ciò che in fondo è già stato inventato. Si potrebbe dire che sono stato il primo a sperimentare la “nouvelle cuisine” del jeans.

I suoi jeans sono stati fonte di “ispirazione” per altre maison. Qual è il confine tra l’orgoglio di fare scuola e il fastidio di vedere le proprie collezioni “clonate”?
Mio padre, che di esperienza ne ha accumulata tanta in una vita dedicata al jeans, mi ha sempre detto che il vero successo non si misura dal numero di copertine patinate, nè tantomeno dal numero di capi venduti. Tutto ciò può essere gratificante. La vera “laurea ad honorem” arriva però nel momento in cui qualcuno inizia a copiare i tuoi prodotti, perché nessuno copia capi d’abbigliamento che non interesano a nessuno. Ecco, quello è il momento in cui si può pensare di essere arrivati al successo. Ma mio padre dice anche che non bisogna mai sedersi sugli allori, perché è quando si pensa di essere arrivati che spesso iniziano i problemi. La tensione, quella positiva naturalmente, deve essere sempre al massimo e proiettata alla sperimentazione, all’innovatizione, decodificando ciò che ci circonda.

Passiamo agli ultimi progetti: qualche mese fa Jacob Cohën si avvicinava al mondo degli occhiali e dei profumi, settori da lei molto amati. A che punto siamo?
Sono in dirittura d’arrivo e prossimi alla presentazione al mercato, presumibilmente in occasione della prossima stagione primavera-estate. Il lead time è stato piuttosto lungo, per mettere a punto proposte che fossero originali ma soprattutto coerenti con il mood delle collezioni Jacob Cohën. Per quanto riguarda gli occhiali, di cui sono un collezionista, voglio avere la certezza di proporre una collezione eclettica, che si discosti da canoni scontati e unicamente commerciali. Occhiali per chi esige uno stile in linea con le proprie necessità e con la filosofia del brand. Nell’ambito delle essenze invece, in un panorama così ricco di proposte, la chiave di lettura sarà il parallelismo con quelle che già utilizziamo per “aromatizzare” i capi d’abbigliamento e che rinnoviamo di stagione in stagione. In entrambi i casi comunque stiamo valutando alcune soluzioni di partnership con specialisti del settore, forti della nostra convinzione che ognuno deve fare ciò che sa fare meglio.

Cosa mi dice delle collezioni uomo-donna e bambino…novità in vista anche su questo fronte?
Per ora il mio obiettivo rimane quello di arricchire le proposte di quelli che amo definire “oggetti”, ovvero proposte merceologiche complementari al pantalone. Mi piace proporre, per esempio, camicie dal taglio sartoriale, maglieria in filati dal sapore antico trattati però con le più moderne tecnologie per renderli “friendly”, o ancora le polo dal fitting perfetto e dai finissaggi mutuati dai trattamenti che di solito utilizziamo per i pantaloni. Per ciò che riguarda il progetto Kid, siamo ormai alla terza stagione di felice collaborazione con il gruppo veneto Altana.

Quali sono le novità in termini di colori, materiali e tendenze per la stagione autunno-inverno?
Le cromie richiamano colori naturali, come il beige, le nuance del marrone, i toni del verde meno accesi, gli azzurri tenui esposti a trattamenti dal “sapore” vintage. Per il denim, si continua a prediligere l’indaco su basi scure con lavaggi che ne esaltano profondità e struttura. Tutto ciò con un’attenzione costante alla ricerca di trattamenti sempre più sofisticati e rigorosamente naturali.