© M. Becker/Marka - Enrico Paolo Decleva

Enrico Paolo Decleva

Il Paese è in mano agli stessi politici, manager e imprenditori da decenni. Non c’è ricambio generazionale. Sono constatazioni che ogni giorno si sentono fare da opinion leader come da gente comune. E con queste le lamentele relative all’incapacità della scuola di formare la nuova classe dirigenziale. Ma è veramente così? Lo abbiamo chiesto a Enrico Decleva, rettore dell’Università Statale di Milano e presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), che ci ha fornito anche una panoramica sull’evoluzione degli atenei, a partire dalle riforme degli anni scorsi fino alle novità che si prospettano all’orizzonte ad opera del ministro Mariastella Gelmini.

Qual è il ruolo giocato dalla formazione universitaria nella costruzione della classe manageriale?
Molto alto, anche se, certamente, non esclusivo. Non si tratta solo di apprendere un certo numero di cognizioni o di familiarizzare con alcune abilità. Il passaggio è tanto più incisivo e fecondo quanto più serve a trasmettere metodologie, capacità critiche, a stimolare curiosità ed energie, a intrecciare rapporti. Gli effetti si vedono sul tempo medio-lungo. Tutto dipende, peraltro, da quanto si è disposti a investire veramente in termini di impegno e di capacità. Mi riferisco agli studenti. E da quanto poi la società è in grado di valorizzare le competenze che gli atenei forniscono loro. La sensazione è che, spesso, ancora non ci si renda conto delle molte potenzialità che non si sfruttano, e che si costringono, di fatto, i giovani a cercare fortuna altrove.

Dalla crisi del sistema universitario italiano deriva una futura classe dirigente impreparata. In che modo è possibile porre rimedio a questa situazione?
Banalmente, considerando l’università una risorsa sulla quale operare in positivo a più livelli, e non un argomento sul quale scatenare periodiche campagne di stampa volte a imputarne lacune e criticità alla classe dirigente “in carica”. Più che scambiarsi accuse rivolte al passato - rispetto al quale nessuno è esente da responsabilità - bisognerebbe guardare al futuro, avere la forza di impostare programmi pluriennali di rilancio. Avendo appunto ben chiaro che la formazione di una nuova e più adeguata classe dirigente passa inevitabilmente dalle università.

La recente classifica del Times delle migliori università al mondo include solo Bologna in 192esima posizione, La Sapienza alla 205esima, il Politecnico di Milano alla 291esima e l’Università di Padova alla 296esima. Perché l’università italiana non sa essere competitiva?
Una cosa che di solito non si dice è che le università degne di questo nome sono, nel mondo, circa diecimila. Essere tra le prime 200 o le prime 300 non è quindi di per sé un risultato cattivo. Al contrario. Certo, non siamo ai primi posti. Bisognerebbe peraltro valutare più da vicino gli indicatori usati. Quando, per esempio si misura la nostra produttività scientifica - mi riferisco alle altre classifiche internazionali più note - la nostra posizione è decisamente migliore. Non abbiamo eccellenze, anche perché le nostre continuano a essere università generaliste, con decine di migliaia di iscritti, laddove i migliori istituti statunitensi si fermano a quota 20 mila e con una netta prevalenza di master di secondo livello e PhD. Per non dire di altri elementi di forte richiamo di cui noi siamo sprovvisti. E in ogni caso, se si computano non le università ai primi posti ma quelle che entrano in classifica e che servono come indicatori del valore medio del sistema, non facciamo cattiva figura. Gli Stati Uniti hanno atenei migliori dei nostri, ma ne hanno anche molti notevolmente peggiori. E anche in Europa non sfiguriamo. Il che non vuol dire, naturalmente, che non ci si debba impegnare molto di più. Ma non siamo condannati alle posizioni di coda.

Dal suo punto di vista la concorrenza tra atenei, pur sotto il controllo del ministero dell’istruzione, stimola la qualità del sistema universitario o lo impoverisce?
Bisogna intendersi su cosa voglia dire il controllo ministeriale. È importante che ci siano regole comuni da rispettare. In questo contesto una sana competizione non può che far bene. Non si tratta di strapparci studenti facendo concessioni o giocando al ribasso. O trovando scorciatoie e percorsi di favore per ottenere finanziamenti. Si tratta di misurarsi sul terreno della qualità e dei risultati. E trovando anche occasioni di collaborazione che incrementino la massa critica delle varie iniziative.

Tra le cause del presunto abbassamento del livello della formazione universitaria c’è l’eccessiva frammentazione e specializzazione dei corsi di laurea e degli atenei. Concorda con questa visione?
Seppure non nelle proporzioni talvolta indicate, l’eccessiva frammentazione dei corsi e, più ancora, degli insegnamenti all’interno dei corsi, c’è stata e va superata. Il passaggio in atto dalla normativa derivante dal decreto ministeriale 590 del 1999 a quella che discende del 270 del 2004, con le ulteriori linee guida deliberate dal precedente governo, dovrebbe porre un parziale rimedio a questa situazione. Il Ministero sembra intenzionato a introdurre ulteriori incentivi nella medesima direzione. Purché si vada verso una maggiore semplificazione e non un ennesimo incremento delle regole. La semplice gestione degli ordinamenti didattici sta diventando un problema molto serio. Così come andrebbe rivista la sproporzione, almeno in alcuni settori, tra didattica frontale e studio personale. Una nozione troppo ragionieristica dei crediti didattici sta determinando una drastica riduzione delle letture individuali. Un’inversione di tendenza, almeno nei corsi umanistici, è auspicabile. Non limitiamoci peraltro alle critiche. Ci sono aspetti dei nuovi ordinamenti sicuramente positivi.

Secondo il rapporto dell’Ocse Education at a Glance 2008 , la spesa per l’istruzione terziaria in Italia è inferiore all’1% del Pil, contro il quasi 3% degli Usa. La spesa per l’istruzione globalmente considerata è invece pari al 3,3% del Pil, contro il 5,8% della media dei Paesi Ocse. Perché l’Italia non crede nella scuola?
Perché, più in generale, non crede negli investimenti a lungo termine e reagisce solo alle emergenze o agli stimoli del momento. Salvo magari pentirsi o fingere di pentirsi quando è troppo tardi.

Purtroppo il sistema universitario italiano non può contare su una grande capacità di attrattiva nei confronti degli studenti stranieri. In che modo è possibile accrescere l’appeal degli atenei italiani all’estero?
In vari modi. Deve crescere e risaltare di più l’attrattività delle strutture scientifiche e dei dottorati di ricerca a esse collegati. Deve aumentare il numero delle residenze. Deve crescere il numero dei corsi in inglese. Deve svilupparsi l’azione coordinata tra i vari ministeri e le varie istituzioni. Difficile essere attrattivi quando è un problema persino ottenere un visto d’entrata. Va anche detto che la situazione comincia a essere affrontata. L’offerta di corsi in inglese è in deciso aumento e una riforma delle scuole di dottorato potrebbe migliorare la situazione anche in questo settore, assolutamente strategico.

Recentemente si è espresso a favore del piano del ministro Gelmini per rendere più trasparente il reclutamento dei professori , superando i concorsi e istituendo un sistema nazionale di valutazione con il rilascio di un’abilitazione a cui far seguire la chiamata diretta da parte delle università. Ma in questo modo non corriamo il rischio che solo le università con più risorse siano in grado di attrarre i docenti migliori?
Il sistema in corso di elaborazione, per quanto al momento se ne sa, cerca di contemperare vari elementi e di stimolare e valorizzare la mobilità. Non è detto che questa debba per forza indirizzarsi solo su alcuni atenei rispetto agli altri. Il sistema è in ogni caso già adesso molto differenziato. È inevitabile che un ricercatore ambizioso e impegnato in programmi scientifici internazionali tenda a collocarsi in un ateneo in grado di far fronte alle sue esigenze e di garantirgli un ambiente idoneo.

Nelle proposte di riforma della governance delle università la Crui ha affermato che «obiettivi centrali della riforma devono essere di ridurre la frammentazione, di contrastare la dispersione di risorse, di aumentare la capacità decisionale e l’operatività degli organi di governo a tutti i livelli, mettendo gli atenei in condizione di formulare più ambiziose strategie autonome e di poterle attivare nei tempi e nei modi richiesti, venendo chiamati a rispondere puntualmente». In che modo è possibile ottenere questo risultato?
Ridefinendo e semplificando la filiera dei processi decisionali e indicando con chiarezza le prerogative e le responsabilità di ciascun organo: di chi deve proporre e di chi deve decidere. Da questo punto di vista è essenziale distinguere tra Cda e Senato accademico e superare le forme di gigantismo consiliare di gran parte delle Facoltà, dove le scelte più rilevanti sono prese a livello di giunta o di organi di programmazione. Si tratta di prendere atto di questa situazione e di provvedere rafforzando le responsabilità degli organi di governo centrale sulle scelte decisive sia per la funzionalità e il livello scientifico degli atenei sia rispetto al buon uso delle risorse. Fermo restando che a una più chiara autonomia degli atenei deve corrispondere anche l’attivazione di un adeguato sistema di valutazione a tutti i livelli.

Nel disegno di legge del Governo è previsto che la carica del rettore non possa durare più di due mandati per un massimo di otto anni. Inoltre i rettori saranno affiancati nella gestione degli atenei da Cda composti a maggioranza di membri esterni. Come giudica questi aspetti della proposta?
Non è ancora sicuro che i CdA debbano essere in maggioranza esterni. In ogni caso, il principio che a comporli non siano solo dipendenti in servizio è scontato. Questa proposta, come quella relativa ai mandati rettorali, sembra ragionevole.

Le prime della classe
università italiana a comparire nella classifica internazionale del Times è Bologna, 192ª
l’università degli studi di Roma la Sapienza, 205ª
il politecnico di Milano, 291°. anche Padova è in classifica tra le top 300