Quella della Modelleria Brambilla è una storia all’insegna della concretezza. Quella che spinse Eugenio Brambilla, ex operaio Magneti Marelli, ad aprire nel 1951 la sua prima bottega a Carpi dove fabbricava i modelli in legno per i motori delle automobili. Dopo 65 anni, l’azienda è diventata una “multinazionale tascabile” con un centinaio di dipendenti, ha appena annesso un secondo capannone a Correggio (Reggio Emilia), ma soprattutto – grazie a una tecnologia all’avanguardia – ha conquistato il mondo dal Messico all’India, dove ha da poco aperto una joint venture che ha subito ottenuto una commessa da quasi un milione di euro. «Fabbrichiamo gli stampi per i componenti più delicati dei motori, cioè la testa e il basamento», racconta l’a.d. Gabriele Bonfiglioli, «a partire dal file 3D del cliente, noi creiamo e produciamo tutto ciò che serve per metterli in produzione nelle fonderie proprietarie o esterne».

Progettazione, produzione, simulazione e collaudo: con poche risorse riuscite a offrire un ciclo completo. È questa la forza della vostra offerta?
Un aspetto molto particolare è la simulazione di colata, che una volta si faceva in fonderia. Grazie alla realizzazione virtuale del prodotto, si possono fare le correzioni necessarie al disegno abbattendo i costi di pre-produzione. Ma sono importanti anche la produzione e l’assemblaggio degli stampi. Come ultimo passaggio seguiamo la messa in opera dei nostri prodotti o direttamente, come può accadere per clienti vicini come la Ferrari o le case tedesche, o invitando i tecnici esteri in sede per gli ultimi ritocchi.

Come nasce e come si consolida il rapporto con i giganti stranieri come Bmw o Volkswagen?
Per un’azienda piccola come la nostra, anche se siamo soprannominati “multinazionale tascabile”, non è mai semplice approcciare i colossi. Il mondo dell’automotive ha una crescita costante negli anni a fronte di i margini e tempi sempre più stretti. Abbiamo cercato di fare leva su un valore forse un po’ in disuso, quello della serietà: diamo al cliente qualità a un prezzo competitivo e nei tempi stabiliti, non tradiamo mai chi ci dà fiducia. Questo è un plus nel nostro mondo: se conquisti la fiducia di un’azienda, quella non ti lascia più “a piedi”.

Che cosa vi ha permesso in 65 anni di crescere da realtà locale emiliana a realtà multinazionale?
La parola che mettiamo nelle nostre brochure di presentazione, perché è quello che ci anima, è “passione”. Il fondatore Eugenio Brambilla costruiva i modelli in legno sotto casa. Poi sono subentrati i figli con tanta voglia di fare e ognuno nel proprio ambito. Aldo si occupa della parte tecnica, cercando di essere all’avanguardia. Siamo stati i primi, infatti, a investire nella lavorazione a cinque assi, che garantisce precisione in tempi ridotti, e nei software di progettazione tridimensionali. Gianfranco, invece, è quello che dà la spinta commerciale: dall’Emilia ci ha portato a livello nazionale, approcciando la fonderia della Fiat negli anni 80. Nel decennio successivo ha stretto i primi accordi europei con Bmw per poi globalizzarci in Messico e India. Ad accompagnare la passione, quindi, è stato anche il coraggio di reinvestire gli utili sempre in azienda: un sacrificio, certo, ma è l’unico modo per garantire la sopravvivenza nei momenti critici.

Dai 6 milioni di fatturato del 2010 siete passati ai 16,5 del 2014, consolidati nell’anno passato con investimenti e razionalizzazioni. Il 75% arriva dall’estero, con la Germania (31%) quasi alla pari con il Messico (29%): come è nata l’avventura Oltreoceano?
Negli ultimi anni le grandi aziende americane hanno delocalizzato in Messico le fonderie, che sono la parte più delicata del processo in termini di impatto ambientale. Il player fondamentale dell’area è Nemak, che produce la metà delle teste motore di tutto il mondo. Il legame con l’Italia è stretto, perché la Nemak ha cominciato la propria scalata dalle fonderie dismesse da Fiat nel Paese. È attraverso di loro che serviamo, indirettamente, General Motors, Chrysler e Ford.

In India invece avete scelto un’altra strada, quella della joint venture diretta. Quali sono le ragioni di questa strategia?
Se la Cina è ormai un mercato maturo, l’India è almeno 20 anni indietro come livello tecnologico e ha un potenziale di crescita enorme. Dopo uno studio dei costi per mettere il primo piede nell’area, l’anno scorso abbiamo varato la joint venture, che ci sta dando anche una mano dal punto di vista commerciale grazie alla presenza di un nostro tecnico che si è trasferito lì con la famiglia.

È per sostenere questo sviluppo che avete deciso di quotarvi sul listino Aim nel dicembre 2014?
Volevamo trovare delle fonti alternative a quelle tradizionali per finanziare il nostro sviluppo, anche se gli istituti di credito ci hanno sempre sostenuto “oltre i nostri meriti” (ride). La quotazione, però, si è rivelata soprattutto l’opportunità per dare un messaggio di solidità, finanziaria ma non solo, ai colossi con cui ci troviamo a dialogare. Anche a fronte del cambio generazionale, un tema nel quale ci sentiamo un esempio positivo dato che la terza generazione della proprietà occupa già ruoli chiave in azienda. La presenza in Borsa ha dato un segnale di continuità verso l’interno e verso l’esterno: il mercato lo ha capito e ci ha premiato.

ROMBO DA F1
I poster alle pareti della sala riunioni dello stabilimento di Correggio, con tanto di lettere di ringraziamento vergate dai vertici Ferrari, raccontano il passato della Modelleria Brambilla accanto alla Rossa negli anni d’oro dei titoli Michael Schumacher (foto ). «La Formula 1 ha il suo fascino indescrivibile», confessa l’a.d Gabriele Bonfiglioli, «ma come tutte le cose che hanno un grande fascino, sono difficili da sposare con la vita quotidiana, che nel nostro caso è l’attività industriale. Se c’è da cambiare un motore di F.1, bisogna fermare tutto per concentrarsi su quello. Mentre il piano di sviluppo di un motore da produzione ha tappe di sviluppo più regolari. Per questo negli anni abbiamo privilegiato la parte industriale, perché è quella che può garantire una continuità all’azienda». Anche a costo di rinunciare a sognare.