Massimiliano Valerii, intervista al direttore del Censis

Direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii è il curatore dell’annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese, pubblicato dal 1967 e considerato uno dei più qualificati e completi strumenti di interpretazione della realtà socio-economica italiana

Siamo nell’era dei ripensamenti. La discussa dichiara­zione di Junker a proposito della gestione della crisi greca da parte dell’Unione Europea non arriva isola­ta e decontestualizzata. Si respira un’aria di immobili­tà generale, nello spettro di una recessione ancora più minacciosa dopo anni di affermazioni sulla stabilità economica che austerity e pratiche virtuose avrebbero portato all’Ue. La Bre­xit aveva già disegnato una crepa nella fiducia europeista, e l’Ita­lia con l’ultimo rapporto Censis questa crepa la ripassa a china. È allarmante quando un’istituzione usa termini come «rancore» e «cattiveria» per definire il mood diffuso di un’intera popolazione: abbiamo chiesto a Massimiliano Valerii, direttore del Censis, di spiegare come mai il quadro nazionale mostri tinte tanto fosche.

Nell’edizione 2018 del Rapporto annuale sulla situazione socia­le del Paese definite «cattiveria» l’emozione dominante nella socie­tà italiana. Può chiarire questa definizione in relazione al mondo del lavoro e al rapporto con le istituzioni?
Il 2017 era caratterizzato dal rancore, che nasce dalla sensazione di aver ricevuto un torto, di non aver avuto in proporzione a quanto si è dato. La crisi che viviamo da un decennio ha sostanzialmente bloccato i meccanismi di mobilità sociale, che erano stati il potente motore alla base dello sviluppo del Paese dal Do­poguerra, la promessa per cui i figli avrebbero goduto di condi­zioni di vita migliori dei genitori. Oggi, al contrario, la situazione delle nuove generazioni, sia per quanto riguarda il reddito che la ricchezza, è peggiore. Questo si traduce in un’assenza di prospet­tive di crescita individuale e collettiva, che genera rancore e poi cattiveria, che cerca un capro espiatorio cui dare la responsabilità. I capri espiatori sono sempre due: uno in alto, quindi Bruxelles e l’Europa matrigna dell’Austerity e del Fiscal Compact, e l’altro che si traduce in conflittualità verso gli stranieri, percepiti come mi­naccia da un ceto medio che teme l’arretramento sociale. 

Di fronte alla percezione di un’emergenza incombente, lei ha dichia­rato che c’è bisogno di una narrazione forte: torniamo ai racconti di fondazione tipici dell’antichità?
Esatto, e infatti l’altro bersaglio del rancore sono proprio le éli­te che avevano proposto il liberismo globalizzato come la nuova grande narrazione che invece è saltata, è fallita in modo eviden­te. Il bisogno di aggregarsi di fronte a un nemico percepito come tale è tipico di tutti i momenti di fragilità sociale ed economica in cui viene meno un’impalcatura positiva di idee. Le tre grandi narrazioni moderne e cioè l’Europa senza più frontiere, che si è vista sbriciolarsi con la Brexit, la globalizzazione e l’idea di Friedman, per cui grazie a Internet la democrazia e la libertà si sarebbero propagate per tutto il pianeta, sono state alla base della nostra identità per gli ultimi 30 anni e oggi sono andate in frantumi. Il re­cupero del potere nazionale è la risposta più condivisa a livello europeo. E la grande responsabilità della politica di questi anni è stata sottovalutare l’attecchire di tali posizioni nella società. 

Il rapporto Censis fotografa una società sostanzialmente ferma anche nei consumi, che paradossalmente però preferisce acquistare meno cose e più costose. Come si spiega?
I consumi non sono ripartiti, il potere d’acquisto delle famiglie non è tornato al livello pre-crisi, e la ripresa che abbiamo visto due anni fa e in parte all’inizio dello scorso anno era legata all’ex­port e non alla domanda interna. Da un lato abbiamo consumi piatti, ma dall’altra, nel grande setaccio degli acquisti delle fami­glie, spiccano quelli che hanno una valenza in qualche modo gra­tificante. Noi parliamo di egolatrico compiacimento, nel senso che preferiamo acquistare quei beni che soggettivamente repu­tiamo soddisfacenti, siamo cioè disposti a spendere di più su ciò che crea una micro felicità nella vita quotidiana.

Come si rispecchia questa immobilità sul mondo del lavoro?
Quello che è successo nel mondo del lavoro negli ultimi dieci anni è la cartina al tornasole che spiega il clima di rancore e so­vranismo psichico di cui abbiamo parlato. I dati sono impressio­nanti, nel pieno della crisi la disoccupazione giovanile è arriva­ta quasi al 40%. Inoltre, tra il 2000 e il 2017 le retribuzioni in Italia sono aumentate in media dell’1,4%, cioè di circa 400 euro all’an­no. In Germania nello stesso periodo sono aumentate del 13,7%, cioè circa 5 mila euro, in Francia del 20,4% per circa 6 mila euro l’anno. La stagnazione delle retribuzioni per chi il lavoro ce l’ha, e l’assenza di prospettive occupazionali per chi non ce l’ha, hanno creato la cappa di clima sociale incattivito. I giovani lavoratori (tra i 25 e i 34 anni), in particolare, sono diminuiti di oltre il 27%, cioè sono scomparsi un milione e mezzo di giovani lavoratori. Qual­cuno lo imputa al decremento demografico, ma in realtà il dato riguarda anche la qualità del lavoro: il lavoro nero senz’altro ne assorbe una grossa quota, mentre per gli altri osserviamo il dila­gante fenomeno dell’over education , lavori sottodimensionati ri­spetto al livello di istruzione dei lavoratori. Inoltre, a fronte di un aumento dei giovani lavoratori negli ultimi sei anni, molti sono costretti a un part time involontario: abbiamo meno giovani oc­cupati, e chi ce l’ha sconta un lavoro poco dignitoso, il che è un paradosso perché la nuova generazione è la più istruita e com­petente di sempre. Eppure il mercato del lavoro non li assorbe.

Quanto conta l’aderenza della formazione a quello che è effettiva­mente l’esigenza del mercato del lavoro? Cosa pensa dei provvedi­menti adottati finora, come l’alternanza scuola-lavoro?
Quello della formazione è un problema che l’Italia non ha mai af­frontato in maniera sistematica. Tutta l’istruzione di livello univer­sitario, a differenza degli altri Paesi europei, è fondamentalmente di impostazione accademica, poco orientata al lavoro. Noi abbia­mo due problemi: spendiamo molto meno per la formazione in percentuale al pil rispetto ai paesi dell’Ocse, e in più non abbia­mo ancora una formazione davvero professionalizzante. Il ten­tativo dell’alternanza scuola-lavoro è mal gestito e ottemperato solo sul piano burocratico, senza una concreta efficacia. Non c’è un reale progetto dietro. L’importante è che non stiano in classe.

Le istituzioni risultano le grandi assenti in questo panorama sconfor­tante. Colpa della politica dei “like”?
In questo panorama, la nostra politica è orientata soprattutto alla ricerca del consenso e spende molto poco delle sue ener­gie nell’analisi approfondita dei cambiamenti sociali. Ma va detto che questo è anche una conseguenza dello stallo in cui siamo tut­ti immersi, che si rispecchia in leadership che mantengono il con­senso attraverso messaggi politici che, da un lato, devono essere performanti ma che, dall’altro, scontano una grande impotenza. Anche a causa della cessione di sovranità da parte dei singoli Sta­ti proprio su quei temi che possono cambiare davvero gli scenari di un Paese, come fisco ed economia.

Esiste una strada percorribile per uscire da questa impasse?
Il dibattito corrente si concentra solo sul debito pubblico, il bi­lancio, il rapporto deficit/pil, i parametri europei e clausole di sal­vaguardia... Sta ignorando completamente il principio dell’im­maginario collettivo: nei decenni passati in cui l’Italia cresceva e abbiamo visto quella straordinaria parabola economica, noi ave­vamo un immaginario collettivo molto forte, valori e miti di rife­rimento comuni. Complici anche Internet e social network, oggi abbiamo un immaginario frammentato, in cui i sogni e desideri sono mortificati e considerati irrilevanti, mentre sono incentivo importante di consumi e investimenti. Siamo chiusi in una cap­pa priva di progettualità sul futuro, che non riceve l’attenzione di nessuno, e invece nell’ultimo mezzo secolo proprio la progettua­lità è stata motore di crescita di tutto il Paese. Dobbiamo ricostru­ire un immaginario collettivo forte, per ricominciare ridare un fu­turo all’Italia e all’Europa.

*Intervista pubblicata su Business People, marzo 2019