Diego Fusaro

Nato a Torino il 15 giugno del 1983, Diego Fusaro è ricercatore di Storia della filosofia presso l’Università San Raffaele di Milano. A soli 16 anni ha creato il sito Filosofico.net, a oggi ancora il più seguito del genere

Lo sguardo brillante (e azzurro), ciuffo ribelle, la barba perfettamente incolta, «sereno ma rannuvolabile» il carattere, così dice. E idee fieramente controcorrente: sulla politica, la società, la religione e un’economia ormai disperatamente globalizzata. Diego Fusaro, (ex) enfant prodige della filosofia italiana (a 16 anni ha creato il sito filosofico.net, ancor’oggi il più seguito della categoria), ha da poco compiuto 31 anni. Torinese, e torinista, è ricercatore in Storia della filosofia presso l’Università San Raffaele di Milano e, soprattutto, è un grande studioso di Marx, l’autore de Il capitale e del Manifesto del Partito comunista , che dopo un lungo periodo di oblio è tornato di moda, è di nuovo un besteller, addirittura sembra quasi diventato un’icona pop, al pari di Che Guevara e Marylin Monroe.

Come mai un ragazzo nato negli anni ’80, il decennio del riflusso e dell’edonismo reaganiano, che aveva solo sei anni quando cadde il Muro di Berlino, e con esso il comunismo, si è interessato a Karl Marx e ha deciso di scrivere su di lui la sua tesi di laurea, anzi due (quella triennale e poi anche quella specialistica), e poi svariate traduzioni e monografie, mentre le teorie del filosofo di Treviri sembravano ormai superate dalla storia?
Proprio per questo. Perché quando ero al liceo e poi anche all’università, ciò che più mi colpiva era il silenzio sepolcrale su Marx, un autore alla cui luce si potevano leggere le vicende che, tra lacrime e sangue, avevano segnato la storia del ’900. Nessuno ne parlava più, non c’erano corsi all’università, non si pubblicavano più i suoi scritti. Sono sempre stato convinto che le cose interessanti siano quelle non di moda, soprattutto nell’ambito del pensiero, e in forza di questo mi ha incuriosito la figura di Marx. Poi nel mio cammino ho incrociato Costanzo Preve, che è stato uno dei massimi esperti in merito a questo filosofo, non solo in Italia: è diventato il mio maestro e ho cominciato a svolgere le mie ricerche. E ho compreso che Marx è assolutamente imprescindibile.

Ora però Marx è stato riscoperto. Ma non dai socialisti e dalla sinistra, bensì dai capitalisti e dagli economisti. Come mai?
La Marx renaissance, cui stiamo assistendo da quando è esplosa la virulenta crisi del 2008, è la riscoperta di un Karl Marx molto preciso, quello che io chiamo decaffeinato e addomesticato, senza pathos rivoluzionario, senza anticapitalismo, senza passione comunista, cioè un Marx ritagliato ad hoc per le ideologie dominanti: il profeta della globalizzazione, il teorico della fine dello Stato (che guarda caso è un grande sogno neoliberale), il Marx, in fondo, inoffensivo.

È per questo che anche uno squalo della finanza come George Soros dice che Marx ha ancora molto da insegnare?
Come diceva Walter Benjamin, nemmeno i morti potranno essere al sicuro se il nemico vince.

Insomma, quello che piace ai capitalisti è un Marx edulcorato. Però fu lui stesso a dire: «Solo una cosa posso dire, che non sono marxista»…
Esatto. Tutto il mio libro Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario (Bompiani) è costruito su questa frase, ossia sulla tesi che Marx non sia per nulla il fondatore del marxismo. Il marxismo come religione atea e monopolistica è un’invenzione di Engels, e forse sarebbe il caso di chiamarlo engelsismo. Quella di Marx è critica del capitalismo. E una critica, evidentemente, non può diventare un sistema dogmatico. Nel libro sostengo che Marx sta al marxismo come Cristo sta al cristianesimo: come Marx non fonda il marxismo, così Cristo non fonda il cristianesimo, che viene istituzionalizzato da Paolo di Tarso. Quindi, ne deriva che Cristo sta alle crociate come Marx sta ai gulag. Anzi, io sostengo che se Marx fosse vissuto in Urss sarebbe lui stesso finito nei gulag in quanto critico e dissidente del pensiero. Il marxismo, in realtà, non è altro che la somma di tutti i controsensi che si sono liberamente ricamati a partire dalla teoria di Marx. Nemmeno io sono un marxi-sta. Mi definisco un allievo indipendente di Marx, Hegel e Gramsci, che è tutta un’altra cosa.

Questa Marx renaissance, come la definisce, dunque non è altro che il tentativo del capitalismo di comprendere Marx e utilizzarlo per salvarsi da se stesso…
Diceva bene un altro filosofo, Theodor Adorno: il capitalismo è una sorta di ideologia onnivora che può sopportare e tollerare tutto, dirottandolo nel circuito del mercato. Per cui, se oggi Marx viene metabolizzato come un semplice teorico della fine dello Stato, delle contraddizioni di un capitalismo che però di per sé sarebbe buono, allora il capitalismo ha già vinto. Se invece riusciamo a far passare di Marx quelli che individuo come due cardini del suo pensiero – e cioè la critica glaciale del capitalismo e insieme la più seducente promessa di una felicità più grande di quella disponibile nel mondo volgare capitalistico – allora può riaprirsi un conflitto contro il capitale. Che oggi non c’è. La miseria degli oppressi resta nel silenzio generale. Il capitalismo sta vincendo, e come diceva Marx, «celebra le sue orge». Ma non è vero che la lotta di classe oggi non c’è, il problema è che la stanno gestendo unilateralmente i dominanti nella forma di un vero e proprio massacro di classe ai danni dei dominati. Con il lavoro precario e flessibile, l’innalzamento dell’età pensionabile, i tagli dei salari e così via.

Bentornato-Marx!
In Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario , pubblicato per la prima volta da Bompiani nel 2009, Diego Fusaro sostiene che Marx non sia per nulla il fondatore del marxismo, che sarebbe piuttosto un’invezione di Engels

Che cosa ci vorrebbe oggi, secondo Marx, per fermare questo massacro?
Marx aveva capito una cosa fondamentale, che il capitale di per sé non è né etico né morale. Anzi, deve superare ogni limite etico e morale perché deve trasformare tutto in merce e valore di scambio. Ci siamo perfettamente: il capitalismo oggi è assoluto, nel senso che è pienamente e perfettamente realizzato. Tutto diventa merce, tutto diventa economia, l’Italia stessa, per dire, diventa l’Azienda Italia. Non c’è più la morale borghese, non c’è più l’Unione sovietica, e non c’è nemmeno più lo Stato nazionale, che infatti l’Unione europea mira a rimuovere. Per questo oggi l’obiettivo fondamentale, dal mio limitato e modesto punto di vista, è porre anzitutto dei limiti a questo capitale assoluto. E se oggi il capitalismo è assoluto, lo è perché l’economia è spoliticizzata. Bisogna ripoliticizzare l’economia e, dunque, ritornare allo Stato nazionale. La rivoluzione non può essere quella gestita dal proletariato di fabbrica come credeva sostanzialmente Marx, deve essere del genere umano in quanto tale. L’umanità è fatta per essere multidimensionale, per realizzarsi in diversi ambiti e non solo nell’unidimensionalità dello scambio, del consumo delle merci. Penso che a un certo punto l’umanità supererà il limite di sopportazione massima e nasceranno nuove forme di opposizione. Io naturalmente non ho la sfera di cristallo, non posso dire chi, come e quando farà la rivoluzione, penso però che il primo gesto per lottare contro il capitalismo sia pensarlo come un mondo possibile tra i tanti. Non come il migliore o il solo. Oggi, il primo gesto di rivoluzione, di resistenza è quello di difendere la pluralità e le diversità, linguistiche, religiose, culturali, statali. Lottare per un mondo multipolare, pieno di differenze, un mondo in cui siano possibili molti mondi, il contrario esatto dell’attuale globalizzazione.

Ammetterà comunque che qualche errore Marx l’abbia fatto. Per esempio, diceva che i proletari dovevano unirsi e rivoltarsi perché non avevano nulla da perdere, all’infuori delle loro catene. Oggi, sempre che esistano ancora, l’idea che i proletari non abbiano nulla da perdere sembra assurda…
Marx è un uomo dalla grandezza strepitosa e straordinaria, ma è un uomo del suo tempo e ha commesso molti errori. Come l’idea un po’ ingenua che la tecnica e la scienza fossero cose di per sé buone e positive. E, come dice lei, che il proletariato lo volesse davvero seguire. Marx ha fatto di una classe sociologica una classe metafisica: il proletariato con la P maiuscola che farà la storia, la rivoluzione ed emanciperà l’umanità. Il ‘900 ci ha abbondantemente dimostrato che non è vero. Il proletariato non vuole fare la rivoluzione, non vuole il comunismo, vuole diventare borghese, vuole comfort e servizi, vuole essere integrato nel capitalismo.

E allora chi resta a combattere?
L’ultimo marxista rimasto è papa Francesco. È l’unico che ancora usa parole come dignità del lavoro, alienazione, critica dello sfruttamento. E non dimentichiamoci che il messaggio sociale di Cristo è un messaggio comunistico. Il comunismo non è un’invenzione di Marx. Potremmo dire con Gianbattista Vico che è un ideale eterno e corrisponde alla verità del vivere sociale umano. Non è un caso che lo si ritrovi nella Repubblica di Platone come nei Vangeli, in Marx come in Gramsci. L’amore di Dio nel Vangelo di Matteo è sempre e anche l’amore per il prossimo. Dio, potremmo dire, è anche il riflesso simbolico della comunità di uomini liberi e uguali che si riconoscono come creature di Dio. Per questo il messaggio cristiano è combattuto dal capitalismo, che è un monoteismo e non accetta le altre religioni. Nel dibattito su religione e laicismo oggi vedo due poli segretamente complementari, che solo in apparenza sembrano fronteggiarsi. Da un lato l’armata Brancaleone dei laicisti alla Audifreddi, alla Scalfari o alla Flores d’Arcais, che vogliono imporre la forma dell’ateismo come unica possibile; dall’altro la teologia fai da te di Vito Mancuso, quello di Io e Dio, dove Dio non è più comunità dei credenti, ma una versione dell’individuo, astratto e isolato, che viene addirittura prima di Dio. Ecco, io preferisco la vecchia religione cristiana di Joseph Ratzinger e di papa Francesco.

INTERVISTA COL MORTO
Uno dei più importanti storici contemporanei “resuscita” il pensatore di Treviri. Il risultato? Un volumetto graffiante, che diverte e fa riflettere.
I seguaci che si nominano da soli, e poi fanno danni grandiosi? «Sono il prezzo del successo». La dittatura del proletariato? «Avrò usato quest’espressione non più di dieci volte in vita mia. Non vi dico la sorpresa quando è diventata l’idea centrale del marxismo, usata per giustificare il regime a partito unico. Era solo una formula per suggerire un governo eccezionale in tempo di crisi». Gli intellettuali? «Lacchè pagati dai ricchi: arrivano a teorizzare sempre dopo che gli eventi sono accaduti». Lenin? «Un politico intelligente e con un buon istinto. Ma anche un fondamentalista determinato a trovare nei miei lavori la giustificazione per quello tutto che aveva in mente di fare». Hegel? «Devo confessarvi un segreto: non ho mai realmente letto la Fenomenologia dello spirito, la vita è troppo breve». Blair, Schröder e la terza via? «Dire che la storia li ha già dimenticati è troppo, non li ha nemmeno registrati. Ai miei tempi abbiamo affrontato Bismarck, Lincoln, Gladstone e Disraeli, quelli sì che erano veri nemici». Il copyright di queste battute graffianti e irriverenti è di Karl Marx, filosofo, economista, storico, sociologo, nato a Treviri, Germania, il 5 maggio 1818 e morto a Londra, Inghilterra, il 14 marzo 1883. O, almeno, sarebbe suo se oggi fosse ancora tra noi. A resuscitarlo per un’intervista esclusiva ci ha pensato uno dei maggiori storici contemporanei, Donald Sassoon, allievo di Eric Hobsbawm e grande conoscitore del filosofo tedesco. E il risultato è sorprendente. L’Intervista immaginaria con Karl Marx , pubblicata sulla rivista britannica Prospect ormai una decina d’anni fa e ora proposta per la prima volta in italiano da Castelvecchi editore (6 euro, 50 pagine), è l’occasione per il grande filosofo di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Marx ne ha per tutti: spara a zero sui mostri sacri delle dottrine economiche e politiche, riafferma le proprie idee contro gli abusi e gli equivoci di epigoni e detrattori, rivendica la validità del suo lavoro quale chiave di comprensione del mondo contemporaneo. Passa in rassegna personaggi come Clinton, Hegel, Lenin, e argomenti come il femminismo, la globalizzazione, l’America, il terrorismo e molto altro. Per azzardarsi a far parlare Marx postumo serve una conoscenza assoluta dell’intervistato. E Sassoon ce l’ha.