Mario Franzino

Mario Franzino © Andrea Piffari

Un piemontese alla corte dei tedeschi: in Bsh Group da quasi 30 anni, nel 2001 Mario Franzino viene nominato Ceo di Bsh Elettrodomestici Spa, leader del settore grazie a marchi come Bosch, Siemens, Gaggenau e Neff. Primo italiano a ricoprire un tale incarico, il manager novarese, classe 1955, è riuscito a trasmettere la sensibilità del nostro Paese in quanto a inventiva e creatività all’azienda.

Esattamente un anno fa tutto il Paese era diviso tra l’ansia e il pessimismo per l’inizio di Expo. Cosa è rimasto di quell’entusiasmo per il sistema economico italiano e quali riflessi ha avuto su un settore cardine del Made in Italy?
L’Expo 2015 è stata una magnifica manifestazione perché ha ricordato che il nostro Paese è ricco di eccellenze, mentre gli italiani sono troppo abituati a guardare solo le cose negative. I nostri vicini amplificano le loro positività nascondendo i problemi strutturali, dovremmo iniziare anche noi a proporci in maniera diversa, a credere un po’ di più in noi stessi. Expo ha portato la gente fuori di casa, ha creato un movimento e delle relazioni. C’è stata corruzione? Purtroppo è un male profondo dei nostri tempi e spesso diventa un alibi all’immobilismo.

Ci sono similitudini con il tipo di impatto che porta ogni anno il Salone?
Il Salone del Mobile è la prima fiera del settore al mondo, ma richiede grande sensibilità per proporre ogni dodici mesi qualcosa che sia in linea con la percezione degli individui. C’è qualcosa da migliorare, in particolare nei servizi, ma è fondamentale che l’Italia continui a trasmettere la creatività che ci ha resi famosi nel mondo. Il Salone è una settimana di “energizzazione” per Milano, dove Fiera e Fuorisalone si fondono in un unico concetto. Dove le persone hanno la possibilità di percepire trend, colori, materiali, ma soprattutto il gusto che si sta componendo nel mondo.

Sarebbe utile dunque allargare, come qualcuno propone, il network anche a Roma e in tutto il Paese?
Si potrebbe anche fare, ma la realtà è che la Design Week è a Milano. Le fiere internazionali sono momenti di business, la Settimana del Design invece ha un obiettivo di lungo periodo.

Quindi, non è un evento dal ritorno immediato, ma un appuntamento creativo?
Così come i grandi designer non sono omologabili, non indicano come si fanno le cose, il Salone non detta la ricetta del design, ma crea degli stimoli, spinge alla ricerca, avvia un movimento che poi diventerà business. Che a sua volta sarà poi riprodotto in copie low cost (ride).

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LE PERSONE SONO TORNATE

A PENSARE RINUNCIANDO

ALLA BANALITÀ.

LÌ È COMINCIATA LA CRISI:

TUTTO QUELLO CHE ERA SEMPRE STATO

SUL MERCATO, NON FACEVA PIÙ EFFETTO

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Lei sostiene che il design non sia solo estetica. Cos’è allora?
Dietro al design ci sono studi ergonometrici, osservazione del contesto sociale, progettazione del futuro in base ai trend abitativi: deve creare qualcosa di bello, ma di necessario soprattutto per le persone. Il designer è come un architetto, che prima di tutto deve essere un urbanista per integrare al meglio un progetto in un determinato ambiente: comprende la vita delle persone, ne studia le abitudini di spostamento e solo di conseguenza realizza qualcosa che migliori la qualità della vita. Una volta c’erano le case con tinello-cucina-camera, oggi dominano i semiloft con la cucina aperta e al centro. Ci si è chiesti il perché? Perché la cucina è il luogo di maggiore socializzazione. E non lo è da oggi, ma dalla notte dei tempi, quando ci si ritrovava attorno al fuoco.

Come dire: a cambiare sono stati in prima battuta i consumatori che si sono, in un certo senso, “evoluti”?
Dopo l’ubriacatura digitale, sta aumentando la consapevolezza di dover aumentare la qualità della propria vita. Le persone sono tornate a pensare, non sono più disponibili alla banalità. È stata questa svolta a creare la crisi: tutto quello che c’era ed era sempre stato sul mercato, non faceva più effetto a nessuno. Torno sull’esempio della cucina: una volta si faceva la corsa per andare al ristorante, oggi si preferisce invitare gli amici a casa perché è scoppiata la mania dei fornelli grazie alla Tv e al Web. La cucina piace perché è gioia, è creatività, fa sporcare le mani e fa sentire “normali” cancellando l’aura patinata di perfezione che tutti cerchiamo di indossare. Nel momento in cui si invita qualcuno a casa per “fare una pasta”, gli si dice anche implicitamente “mi dedico a te”, ci si assume una responsabilità e si inserisce una presenza esterna nella propria intimità. E l’unica ricompensa è la soddisfazione sui volti a fine pasto.

Nutrire le persone con la cucina ricorda molto il “Nutrire il pianeta di Expo”. Anche il Salone nutre in qualche modo le persone?
Ciascuno di noi è interessato a determinate cose. Oggi, però, manca l’infinità di stimoli sociali che in passato ricevevi dalla società: non potevi uscire di casa senza aver letto un quotidiano o perderti quella pièce teatrale, perché poi dovevi discuterne con gli amici. Il Salone del Mobile, così come l’Expo, ha il compito di essere di stimolo, di pungolare le persone e scuoterle dal sonno digitale.

Esistono dei padri nobili del design italiano sotto il profilo imprenditoriale e manageriale?
Noi di Bsh siamo molto strutturati verso la cucina, però non posso non citare Artemide, Flos o quello che è riuscito a fare Claudio Luti con la plastica in Kartell. Per questo mi piacerebbe che queste persone si impegnassero a trasmettere il virus della genialità nelle scuole e nelle università. Dovrebbero far capire al pubblico che dietro a una persona di talento, c’è innanzitutto una riflessione: più che raccontare il loro punto di arrivo, che è sotto gli occhi di tutti, l’obiettivo oggi dovrebbe essere tracciare “il percorso”.

Il patrimonio dei maestri non è solo nei prodotti, ma anche nella loro storia?
Questi grandi uomini hanno innanzitutto un’altissima sensibilità e le loro creazioni nascono da lì. L’imprenditore italiano è diverso da tutti gli altri, ha delle visioni creative che fanno la differenza in un mondo che vuole essere sempre più tailor made. Pensiamo solo alla ricerca sui materiali: il tatto ormai gioca un ruolo fondamentale. È per questo che non si può fare il Salone comodamente via Internet (ride ).

In Italia si continua a parlare di eccellenza, che ormai sembra un concetto sempre più distante dal termine “lusso”. Le aziende del settore preferiscono, infatti, definire la loro produzione “alto di gamma”. Come ha vissuto il settore del design – che è in parte lusso e in parte commodity – questa progressiva colpevolizzazione del denaro?
Il problema è che fino a pochi anni fa il lusso era visto solo come possesso, che è un concetto ormai banale in questa nuova realtà. Il concetto di “alto di gamma”, invece, premia il lavoro: non ci sono solo numeri e fatturati, il cliente deve capire e apprezzare quello che compra. L’essere è diventato avere, l’ostentazione ha lasciato il passo all’autogratificazione. Chi si può permettere certi beni determina i trend, ma le sue scelte, adesso le fa innanzitutto per se stesso.

In un mondo in costante evoluzione, dove la tecnologia viaggia infinitamente più veloce di contenuti, prodotti e materiali, che cos’è l’innovazione nel mondo del design?
L’innovazione vera è qualcosa che mi colpisce prima ancora che io ne percepisca il bisogno. Perché dico che una lampada è bella? Perché quel particolare disegno racchiude il risultato di una serie di stimoli, che io avevo ricevuto ma non ero ancora riuscito a elaborare. Una capacità tutta italiana che non dobbiamo lasciarci sfuggire.

Enogastronomia, design e moda: si può ragionare in termini tali da fare massa critica tra le nostre eccellenze e presentarsi nel mondo in maniera unitaria come “made in Italy”?
Si può fare tutto, ma serve una visione d’insieme che contrasti il nostro innato individualismo. L’economia tedesca, quando si è aperto il mercato cinese, ci è sbarcata in massa creando un sistema. Noi abbiamo un ingarbugliamento politico, strutturale che non ci permette operazioni simili. Questo, però, non deve diventare più un paravento dietro cui nascondersi.

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INNOVARE SIGNIFICA

IDENTIFICARE UN BISOGNO

PRIMA CHE IL SINGOLO

NE PERCEPISCA LA NECESSITÀ

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A proposito dei tedeschi, lei che ci lavora da 30 anni può dirci se c’è qualcosa che ci invidiano?
I tedeschi hanno un loro modus operandi, una mente “logica” in termini assoluti. A volte noi diciamo “non ci capiscono”, ma il problema è mettersi dall’altra parte: “Noi li capiamo?”. Loro hanno forse l’arroganza del potere economico, mentre noi non siamo mai capaci di riaffermare il vanto per quello che abbiamo creato nella storia e facciamo ancora oggi. E che per giunta ci viene riconosciuto in tutto il mondo. Pensiamo al caso Volkswagen: è stato un duro colpo per il loro orgoglio nazionale, ma si sono subito ripresi. Fosse successo in Italia, avremmo dato la colpa “agli altri” e staremmo ancora qui ad autoflagellarci. Ho avuto grandi soddisfazioni e accesi scontri con la Germania, ma il mix tra la loro logica e la nostra creatività può essere fantastico.

Qualcosa della creatività tedesca, però, avrà un posto d’onore nella Triennale con una mostra del marchio Gaggenau. Come è nata l’idea di portare un prodotto in un percorso artistico?
La nostra fortuna è quella di avere marchi riconoscibili da un fondatore – un barone nel caso di Gaggenau, il generale prussiano Vern von Siemens e ancora Robert Bosch – e da determinati valori. Oggi i brand vengono prima dei prodotti perché portano con sé una reputation che racconta la partecipazione sociale, le condizioni di lavoro e la cultura dell’azienda. Gaggenau sarà presente fino a settembre al Mudec (2 aprile-12 settembre, ndr ): volevamo da tempo un’occasione per presentare questo marchio dalla storia affascinante tra Bauhaus, manifattura e design. Grazie all’opportunità offertaci dalla Triennale potremo festeggiare al meglio i 333 anni dell’azienda, nata per la produzione di stufe in ghisa, e raccontarli con immagini e oggetti.