Marino Golinelli, nato l’11 ottobre 1920, è oggi presidente onorario di AlfaSigma. Fa, inoltre, parte dell’advisory board della Peggy Guggenheim Collection di Venezia e del cda di Arpai (Associazione per il restauro del patrimonio artistico italiano)

Quando scorrazzava per le campagne di San Felice sul Panaro, nel modenese, dov’è nato 95 anni fa, Marino Golinelli proprio non immaginava che sarebbe diventato il protagonista di una grande avventura imprenditoriale. E che quel piccolo laboratorio da lui rilevato a Bologna a fine degli anni ’40 sarebbe cresciuto fino a diventare prima uno stabilimento e poi un colosso dei prodotti farmaceutici come l’Alfa Wassermann, dalla scorsa primavera AlfaSigma – dalla fusione con Sigma Tau – per un giro d’affari di 900 milioni di euro. Ricerca, tecnologia e internazionalizzazione sono state da sempre le direttrici lungo le quali Golinelli ha delineato il suo percorso negli affari e che ha voluto mantenere anche nella sua omonima fondazione privata e filantropica: nata nel 1988, si occupa di dare strumenti concreti ai ragazzi e ai neolaureati che si affacciano sul mondo del lavoro. Il suo creatore, figlio degli anni ‘20, continua a mettere a punto progetti strutturati per il futuro, arrivando, idealmente, fino al 2065, per supportare formazione, didattica e neoimprese. Lo scorso autunno è stato inaugurato l’Opificio Golinelli, una nuova Cittadella della conoscenza che si estende su 9 mila metri quadri – ottenuta dalla ristrutturazione di una vecchia fonderia, seguita da un gruppo di architetti under 40 – che intende essere un grande laboratorio sperimentale per le scienze e le tecnologie. Senza dimenticare l’arte, onorata con mostre, incontri e dibattiti, un campo di cui il dottor Golinelli è da sempre un grande estimatore. L’idea è di favorire, così, una virtuosa connessione tra i saperi che hanno una radice comune: la curiosità intelligente nei confronti del mondo. Quella stessa che, tra gli anni ‘50 e i ‘70, ha portato l’imprenditore a viaggiare in lungo e in largo. Golinelli ricorda ancora, con emozione e divertimento, le esplorazioni nel Congo Belga e in Malesia, i villaggi dell’India e le foreste del Pakistan, la maestosità delle Piramidi egizie e il suo primo volo in Giappone, ancora su aerei rudimentali, provando l’ebbrezza di sorvolare il Polo Nord.

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L’IMPRENDITORE SI ASSUME CONTINUAMENTE

RISCHI. L’IMPORTANTE È AVERE LA FORZA

DI CREDERE SEMPRE IN QUELLO CHE SI FA

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Come si fa a rimanere agili e scattanti negli affari, dopo oltre mezzo secolo?
La spinta è quella che mi animava anche più di 60 anni fa e deriva dall’impegno, come imprenditore, a essere promotore e protagonista coscienzioso del domani. Quindi, il motore di tutto è un senso di responsabilità legato soprattutto ai giovani, che rappresentano la società del futuro. Nasce dalla volontà di dare loro strumenti per affrontare un mondo che sarà sempre più imprevedibile e che io auspico all’insegna della sostenibilità.

Secondo quali aspetti la maturità costituisce un pregio e un punto di forza rispetto alla giovinezza?
Credo, piuttosto, che ci sia una visione che accomuna entrambe le età della vita: io la definisco dell’“ottimismo ragionato”. La nostra è una comunità sempre più popolosa e complessa, in costante evoluzione. Il processo di maturazione culturale è un cammino continuo che va avanti dai primi giorni di un individuo fino alla sua morte. Per tutto il tempo a nostra disposizione, non smettiamo mai di conoscere, di imparare, di sperimentare... Parallelamente – ecco perché “ragionato” – è come salire su una scala su cui, gradino dopo gradino, ciascuno può costruire la propria personalità, affermare il proprio io, sotto l’impulso della determinazione a essere partecipe e presente in una realtà in progressiva trasformazione. Come lo si fa? Assumendosi impegni puntuali e mirati in base al proprio ambito di competenza, a partire dallo studio per proseguire, un domani, nel lavoro.

Lei che tipo di studente era?
Dico la verità: non ero molto intelligente. Non vorrei usare l’aggettivo amorfo, ma vede, seguivo pedissequamente le scuole, ottenevo voti mediocri... Finché a 23 anni, sui banchi dell’Università di Bologna, ho scoperto la mia vocazione imprenditoriale, decidendo di creare un’industria farmaceutica per curare i malati.

E gli insegnamenti familiari, quanto hanno inciso?
Sono partito da una famiglia povera. I miei, semplici agricoltori, hanno fatto enormi sacrifici per far studiare noi quattro figli. Mi hanno reso sensibile a certi valori, legati a un comportamento corretto nella vita. In questo senso ho imparato di più da loro che dalla scuola. Dicevano a mio padre: «Tuo figlio è un po’ matto!». Lui, uomo di poche parole, non replicava. Rispondeva, però, con i fatti, continuando ad aver fiducia nel sottoscritto.

Ha dichiarato che chi nasce povero beneficia di un potente stimolo. E che gli agi non devono essere confusi con i diritti...
A metà degli anni ‘60 lessi una ricerca americana da cui emergeva che la maggior parte dei grandi capitani d’azienda proveniva da famiglie tutt’altro che ricche. Mi colpì molto. Perché credo che si abbia una marcia in più? Perché è da quella condizione che deriva una spinta, forte e tenace, alla competizione e al miglioramento. È quasi un’urgenza: si deve placare un’ansia che si avverte quando si pensa ai grandi, ai progetti importanti che hanno saputo realizzare in modo responsabile nei confronti della loro comunità, secondo una visione non individualistica, ma sociale e collettiva.

Quali “grandi” ha in mente?
(Prende un libro che ha accanto a lui sulla scrivania e lo sventaglia: è P101 – Quando l’Italia inventò il personal computer di Pier Giorgio Perotto, ndr ). Nel 1964 questo signore, con i suoi collaboratori, realizzò per Olivetti Programma 101, il primo computer da scrivania al mondo che poi fu usato anche dalla Nasa (per la missione Apollo 11, ndr). Una dimostrazione che le invenzioni “a misura d’uomo” permettono di raggiungere mete fino a quel momento ritenute inaccessibili. E, appunto, parlando di grandi, mi riferisco, allo stesso Adriano Olivetti: uno straordinario innovatore, un imprenditore responsabile, che ha dedicato tutta un’esistenza a tradurre in pratica il suo ideale di “comunità concreta”, riunita attorno a un’unità di sentimenti e a un sapere condiviso.

 

Come giudica i giovani d’oggi e che cosa consiglia loro?
Io e la mia generazione avevamo in mano un’Italia disastrata, tutta da ricostruire. Loro, ai nostri giorni, nascono già come cittadini del mondo, possono spostarsi agevolmente e andare a lavorare ovunque, e questo soprattutto grazie alle tecnologie. Siamo 7 miliardi di persone su questo pianeta: un mercato potenzialmente enorme di consumatori di beni materiali e immateriali. Ragazzi, viaggiate tanto, conoscete il possibile, non ponetevi limiti. Non abbiate paura.

Lei ne ha mai avuta? Ha dichiarato pubblicamente di essere stato più volte sul punto di fallire...
La vita dell’imprenditore è fatta così. Non mancano errori e si assumono continuamente rischi. Però bisogna avere la forza di credere sempre in quello che si fa, nonostante tutto. I miei anni neri sono stati il 1961, il 1972 e il 1992. Anche quando banche e conoscenti, all’epoca, mi voltavano le spalle, mi sono sempre risollevato perseguendo il mio scopo. Ho continuato, cioè, a fare impresa, che è il dovere di produrre ricchezza, e a voler realizzare il profitto, che è un dovere sociale. Il che implica investire continuamente nella ricerca e restituire, tramite progetti come la mia Fondazione, parte della fortuna ricevuta. Ma è un concetto, questo, di matrice anglosassone – penso a modelli di filantropia come Carnegie e Gates negli Stati Uniti – mentre in Italia prevalgono strutture sussidiarie e di erogazione, votate al welfare e molto poco all’operatività. È invece essenziale, in vista del domani, che le azioni programmatiche si traducano in piani concreti per il futuro, come avviene nel caso dell’Opificio Golinelli.

In quest’ultimo punto da lei citato sono racchiusi un paio di elementi fondamentali dell’idea di leadership...
È un concetto difficile da definire, quello di leader. Nella mia visione, lo è chi è in grado di lavorare con gli altri. È capace di ascoltarli. Sa assumersi le responsabilità. Di solito, su tale punto, molti imprenditori sono assolutisti: pensano che leader si nasca e basta. Io, invece, credo che sia una delle tante conquiste che si ottengono dall’esperienza sul campo. Di sicuro – pensando alla politica, la dimensione più alta della leadership, in quanto si ha tra le mani il bene comune della “polis” – mi sento di dirle che oggi, in giro, di leader ce ne sono ben pochi.

E lei, si ritiene tale?
(Sorride) Io mi sono sempre considerato, prima di tutto, molto fortunato.