Franco Mantero-Mantero Seta

OLTRE UN SECOLO DI STORIA Franco Mantero, amministratore delegato dell’azienda di famiglia, rappresenta la quarta generazione di Mantero all’interno della società, nata nel 1902

La storia della Mantero, setificio con oltre un secolo di tradizione alle spalle, è legata a Como, an­che se è iniziata a Novi Ligure, di cui era originario il suo fondatore, Riccar­do Mantero, il quale, alla fine dell’800 la­sciò il territorio dell’alessandrino in cerca di fortuna. In quegli anni, l’economia del­la città lacustre era trainata dall’industria tessile così, dopo una breve parentesi da carbonaio, Mantero entrò in una ditta di tessuti come venditore, facendo la spola tra Como e Milano, ma l’intraprendenza, il fiuto per gli affari lo trasformarono, in breve tempo, in imprenditore. Nel 1902 avviò la sua ditta, iscrivendola al registro della Camera di Commercio come de­posito «di grezzo, di tinto, di stampato», trattando sete e stoffe che si rivolgevano a una nicchia ristretta, in cerca del particolare deluxe e del pezzo di pregio. Fu Riccardo a imprimere le caratteristiche fondamentali che l’attività avrebbe mantenuto nel corso dei decenni: la versatilità dei prodotti e la loro qualità, la ricerca di un’offerta differente da quella dei competitor, il coraggio di rischiare e un’apertura mentale votata all’innovazione.
Alle soglie della Grande Depressione del 1929, l’azienda divenne Fabbrica Seterie Riccardo Mantero Snc e resse alla crisi tenendo sempre dritta la barra sull’eccellenza. Con la ripresa degli anni ‘50, Beppe, figlio del patron, assunse le redini degli stabilimenti e iniziò a intessere proficui rapporti con la moda italiana e le maison d’Oltralpe, strizzando l’occhio al prêt-à-porter attraverso l’acquisto del­la Cugnasca, altra storica seteria locale. Negli anni ‘80, durante il terzo passaggio generazionale, si assistette a una riorga­nizzazione interna, in seguito a cui vide la luce, nel 1994, la Mantero Seta. Oggi, a guidarla come a.d., è Franco Mante­ro, che appartiene alla quarta conduzio­ne familiare. A lui il compito di spiegar­ci i piani aziendali e le prossime mosse di una realtà che dovrebbe chiudere l’an­no con un fatturato consolidato di 75 mi­lioni di euro (erano 69 nel 2014), avendo registrato un +15% nel primo semestre 2015, soprattutto grazie ai risultati messi a segno nel segmento dei tessuti donna.

Da una piccola ditta di prodotti in seta a una realtà globale: quali sono, oggi, i vo­stri mercati più importanti?
L’Europa, per noi, pesa più dell’80%. La Francia e l’Italia da sempre sono i no­stri mercati principali: del resto è qui che i maggiori poli del lusso e le maison di moda più famose hanno le loro radi­ci. L’Asia – soprattutto pensando allo svi­luppo delle fashion house clienti di quei Paesi – oggi vale un 4%, ma è un’area ad alto potenziale, in merito alla quale ci aspettiamo una significativa crescita.

Avete uno sguardo internazionale, ma siete anche radicati nel territorio coma­sco: come siete riusciti a mantenere con­tinuità nella proprietà aziendale?
Quello dei tessuti è un settore ad altissi­mo rischio. Tutti possono produrli e la­vorarli, ma emergere non è facile. È que­stione di gusto, ma anche di qualità del prodotto, di capacità d’abbinare la fan­tasia del made in Italy alle più moderne tecnologie di produzione. Con prodotti sofisticati e particolari, il nostro target si è orientato sul lusso e sull’eccellenza.

Ci sono insegnamenti familiari che l’han­no aiutata nei momenti difficili?
Tenere i piedi ben piantati a terra, saper­si circondare di persone di valore e avere l’umiltà, sempre, di sapere ascoltare. Da mio padre e mio nonno, inoltre, ho im­parato a valutare bene le situazioni, ma nel contempo a non avere paura di ri­schiare e a guardare sempre avanti.

Avete attuato strategie che si sono rivela­te particolarmente vincenti per far fron­te alla crisi?
Alla prima comparsa della Cina sul mer­cato, molti produttori italiani di abbiglia­mento avevano deciso di eliminare total­mente il settore produzione, conservan­do solo la commercializzazione e il de­sign (quest’ultimo, peraltro, non sempre), acquistando, proprio nel Paese orienta­le, il prodotto finito. Noi, non trascurando la grande potenzialità dello Stato asiati­co su alcuni tessuti di base, abbiamo pre­ferito ristrutturare parzialmente l’azienda eliminando alcuni reparti. E, conservan­do e rafforzando il settore dei telai tipo jacquard, abbiamo investito moltissimo in macchinari, ampliando l’offerta della stamperia con impianti per la stampa di­gitale di ultima generazione che si potes­sero affiancare a quella serigrafica, nostra specialità da sempre.

Quanto conta il segmento R&S per voi?
Abbiamo creato una vera e propria divi­sione, Mantero Factory, dedicata alla ri­cerca, composta da un team di giovani talenti con formazioni molto diverse. In azienda, comunque, su oltre 460 dipen­denti, quasi 100 lavorano in aree legate allo sviluppo del prodotto infondendo, in ogni stampa, tessuto e accessorio, estro e creatività. Annualmente investiamo più di 3 milioni di euro in Ricerca e Sviluppo.

Prossime sfide all’orizzonte?
In generale vogliamo diventare sempre più indispensabili per il nostro target at­traverso l’innovazione, la creatività e la qualità del prodotto, la flessibilità e la produttività dei nostri impianti, senza di­menticare la storia della moda conserva­ta nelle nostre preziose raccolte, la serietà e l’affidabilità di un’azienda presente da 113 anni: difficilmente, in questo settore, si trovano tutti questi elementi riuniti in un’unica realtà, come accade nel nostro caso. Puntiamo, poi, all’affermazione del nostro brand di proprietà, Mantero 1902, con il quale proponiamo esclusivamente accessori (foulard e stole) in materiali pre­ziosi e tutti ispirati al nostro magnifico ar­chivio, uno dei più ricchi e completi al mondo (comprende anche antichi cam­pionari recuperati da altre imprese seco­lari, ndr ). Sono complementi “fatti come una volta”, ma contaminati da un gusto contemporaneo, rivolti a un pubblico esi­gente e amante del bello.

Se dovesse riassumere in un aforisma o frase lo spirito di Mantero?
Forse sceglierei People Have the Power , come recita il titolo della celebre canzo­ne di Patti Smith, perché credo davvero che siano le persone, il loro di modo di affrontare le cose e di vivere il proprio la­voro, a fare la differenza.