Maurizio Gherardini

Maurizio Gherardini

«La vita è fatta di sfide. Nel mio percorso ho avuto la possibilità di affrontarne parecchie e, devo dire, mettendoci tanta passione e il massimo impegno, sono stato in grado di fronteggiarle, quasi sempre, nel migliore dei modi». Oggi la nuova partita che Maurizio Gherardini ha deciso di giocare si chiama Fenerbahçe, uno dei team europei di basket più attrezzati per affrontare la prossima stagione europea, di cui è diventato General Manager. Una scelta per la quale Gherardini ha deciso di abbandonare il più prestigioso campionato di pallacanestro del mondo, la Nba, dove ha lavorato negli ultimi otto anni, in ultimo con gli Oklahoma City Thunder, protagonisti di un’appassionante finale contro i San Antonio Spurs. Classe 1955, Gherardini, dopo un passato da cestistatra il 1971 e il 1980 nella squadra della sua città natale, la Libertas Forlì, e un breve incarico come vice allenatore, inizia a occuparsi di gestione del team, sino ad assumere l’incarico di General Manager. Sono solo gli inizi di una carriera che lo proietterà presto in alcune delle più rinomate piazze del basket italiano e della Nba (primo manager non americano della sua storia). Tanto che il suo nome è circolato, lo scorso maggio, anche per la presidenza della Legabasket, rimasta senza guida dopo la rinuncia all’incarico dell’ex General Manager del Siena Ferdinando Minucci, finito agli arresti domiciliari con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale. Nella sua carriera di dirigente, oltre ai tanti titoli guadagnati sul campo dalle sue squadre, Gherardini ha ottenuto diversi riconoscimenti: nel 2001 è stato scelto come dirigente dell’anno dalla Gazzetta dello Sport, nel 2003 ha vinto l’Oscar del basket Pietro Reverberi, nel 2004 l’Oscar del basket Giba e nel 2006 la Lega Basket lo ha eletto miglior dirigente. Di recente ha ricevuto il diploma honoris causa del Master Universitario di I livello in Strategie per il business dello sport, il corso di alta formazione nato da un’idea di Verde Sport in collaborazione con Università Ca’ Foscari di Venezia, che dalla scorsa edizione lo ha inserito nella proposta formativa di Ca’ Foscari Challenge School, la scuola dell’ateneo veneziano specializzata nell’erogazione di master universitari. È qui che Business People lo ha incontrato.

Quali consigli si sente di dare ai giovani che decidono di diventare manager dello sport?
Ai tempi della mia prima esperienza da dirigente alla Libertas Forlì, lavoravo in banca di giorno e mi occupavo del team la sera, lavorando anche sino a notte fonda. Non avrei potuto fare altrimenti: il mio stipendio alla Libertas era una sterlina d’oro. Tanti sacrifici dunque, oltretutto per sette anni, ma il mio amore per il basket è sempre stato sconfinato. Nel corso di quel periodo, oltretutto, ho imparato davvero tanto, sono stati anni fondamentali per la mia formazione. Un esempio che i giovani d’oggi dovrebbero seguire, soprattutto a inizio carriera: studiare sul campo è un’esperienza impagabile, anche se non si ottiene subito il giusto riconoscimento economico.

Il salto nell’Olimpo?
Nel 1992 mi chiama la famiglia Benetton. Inizia così l’avventura più importante della mia carriera: assumo l’incarico di procuratore generale ed entro a far parte del management di una delle società di riferimento del basket a livello continentale. In 14 stagioni la Benetton Basket Treviso vince quattro scudetti, due Eurocup, sette coppe Italia e tre supercoppe italiane. Un palmares mica da ridere, una carriera, la mia, tutta in discesa. In quegli anni fui anche membro, dal 1998 al 2000, della commissione Fiba e, dal 2001 al 2006, feci parte del board della Eurolega.

Qual è stato, secondo lei, il segreto della sua ascesa professionale?
Il networking, non smettere mai di coltivare relazioni nel proprio mondo di riferimento. Negli anni in cui lavoravo per i Benetton ho stretto rapporti con manager, allenatori e giocatori di tutto il mondo, Nba compresa. Quando, nell’estate del 2006, i Toronto Raptors mi proposero di entrare nel management della squadra e accettai, l’ambientamento in un nuovo mondo, una volta atterrato in Canada, fu molto più facile di quanto pensassi. Per un motivo molto semplice: conoscevo tutti e tutti conoscevano me.

I Benetton la lasciarono andare facilmente?
Gilberto Benetton, mio mentore oltre che mio datore di lavoro, mi disse: «Un’occasione così importante non si può lasciarsela sfuggire. Vai e ricorda che Treviso sarà sempre la tua casa». Non cogliere questa opportunità sarebbe stato un grande errore.

Anni ricchi di soddisfazioni quelli di Toronto?
Quando mi chiamarono, misi subito in chiaro che avrei accettato solo se avessi avuto un ruolo direttivo e operativo di primo livello. Come d’altronde era successo a Treviso. Iniziai come assistente General Manager per assumere poi la vicepresidenza. Fui il primo manager non solo italiano ma anche non americano a “militare” nel massimo campionato di pallacanestro. Portai con me tre fuoriclasse della Benetton, tra cui come prima scelta Andrea Bargnani. Fu allora che il basket della Nba iniziò ad aprire le porte ai cestisti provenienti da tutto il mondo. In passato era già successo, ma in maniera sporadica. Oggi un quarto dei giocatori della Nba è straniero.

E ora ha deciso di tornare in Europa, destinazione Turchia. Come mai?
Il Fenerbahçe è un team molto forte, la proprietà ha messo in campo parecchi investimenti e sino a oggi non ha ottenuto i risultati sperati. Per me dunque è una nuova sfida, che oltretutto mi vedrà di nuovo al fianco Zelimir Obradovic, uno dei coach più bravi sul mercato con cui ho lavorato per due stagioni alla Benetton.

Manager dello sport in Italia, manager dello sport nella Nba: quali le differenze che ha riscontrato a livello culturale?
In America lo sport è prima di tutto business. Le logiche imprenditoriali sono molto differenti da quelle in uso in Europa: chi investe vuole la garanzia di avere un ritorno, tutto il resto passa in secondo piano. Il manager non può dunque non tenerne conto. L’ambiente vive così la partita in modo meno emotivo e passionale rispetto a quanto accade in Italia, le pressioni della piazza sono pressoché inesistenti.