Nel 2016 il Dj festeggia 40 anni di carriera radiofonica: iniziò nel 1976 per approdare solo nel 1984 all’emittente che è diventata la sua casa e di cui è anche direttore artistico

C’è una domanda che ogni giorno lo stuzzica. Tre parole e un punto interrogativo che non gli danno mai tregua: fino a quando? Fino a quando continuerà a guidare una delle più importanti radio italiane? Fino a quando potrà condurre il suo programma di successo? «Sicuramente fino a quando mi divertirò», risponde lui.
D’altronde, Linus è un tipo fatto così; vuole gustarsi la vita adesso, senza doversi preoccupare troppo di quel che succederà domani. «Sono una persona molto precisa e organizzata, ma se qualcuno mi chiede cosa c’è nel mio futuro non so cosa dirgli». Cinquantasette anni, da 40 in radio e da 25 alla conduzione di Deejay chiama Italia con l’inseparabile Nicola Savino che lo affianca fin dal 1997, Linus – al secolo Pasquale Di Molfetta – è uno dei personaggi più poliedrici e amati del mondo dello spettacolo. Direttore artistico di Radio Deejay, conduttore e dj radiofonico, manager, autore, scrittore, personaggio televisivo, blogger, maratoneta.

L'aforisma 

Comandare POCHI è come comandare MOLTI,
è solo QUESTIONE
DI ORGANIZZAZIONE
(Sun Tzu)

Linus, davvero non si è ancora stancato di fare tutte queste cose?
Onestamente no. Anche se il fatto di dover prima o poi dire addio a tutto questo è un pensiero ricorrente, il concetto di “fino a quando” in me è molto presente. Ho sempre pensato: fino a quando mi divertirò. Posso dire di essere un ragazzo fortunato, nella vita ho raggiunto più o meno quel che speravo, adesso posso permettermi di dire basta quando voglio.

Dagli anni ‘70, quando lei ha iniziato, il mondo della radio è completamente cambiato.
Certamente, però io ritrovo oggi nelle piccole start up del settore e nelle realtà che lavorano con il Web, quel tipo di curiosità ed energia creativa che erano caratteristiche delle prime radio tra il 1975 e il 1977. Era un periodo molto naif, la mancanza della Rete non ci permetteva di avere tante informazioni, eravamo a digiuno di approfondimenti e di inglese, non c’era nessuno che ci insegnasse il mestiere.

C’è qualcosa di quegli anni che però andrebbe recuperato?
L’attenzione verso la musica. Il dj radiofonico di oggi è molto più autoriferito, centrato sulla parola, sul personaggio e sull’intrattenimento ma magari senza grandi basi musicali. Spesso non gli interessa nemmeno di averne.

I primi slogan di Radio Deejay dicevano invece ben altro...
Esatto. Uno dei più noti e ricordati era: “Poche parole, tanta musica”. La musica all’epoca era il 90% del prodotto radiofonico, noi dj eravamo soltanto dei vigili urbani, dei semafori che smistavano canzoni. Quarant’anni dopo la musica è diventata la colonna sonora di quel che noi speaker diciamo. Per me però rimane molto importante il modo in cui un dj entra ed esce nei dischi e la conoscenza di cosa abbia appena suonato.

Dove la radio ha fatto passi da gigante?
Oggi c’è più consapevolezza di cosa vuole il pubblico; le radio sono strutturate in modo da rivolgersi ognuna al suo pubblico di riferimento e hanno un’identità ben precisa. Ascoltando una radio ora la posso riconoscere in pochi minuti senza che lo speaker nemmeno la nomini: lo capisci dalla selezione musicale, dal modo in cui i dj sono impostati, dalla confezione generale. Una volta poi in radio andava in onda chiunque, mentre oggi la soglia di ingresso si è molto innalzata.

Tutto merito, o colpa, del Web?
Per fortuna il Web non è stata l’alternativa alla radio, ma un mezzo di diffusione attraverso il quale arriviamo in posti fino a ora impensabili, come l’altra parte del mondo. La Rete ci permette di attingere informazioni in ogni momento ed è un modo efficace, forse anche troppo, per interagire con il pubblico.

Perché troppo?
Tramite i social network il pubblico lo senti molto più vicino, come se avessimo tolto la pista d’atletica dallo stadio e gli spalti fossero a ridosso del campo. A volte questa pressione può essere controproducente perché tende a influenzarti un po’ troppo; rischi di ascoltare solo chi grida e si vuole fare sentire privilegiando i suoi gusti, mentre magari la stragrande maggioranza degli ascoltatori è una massa silenziosa. Il Web è molto utile nell’interazione col pubblico, ma anche pericoloso.

Lei sente molto la pressione del pubblico?
Sì, e la cosa non mi piace perché credo che nel mondo dello spettacolo i ruoli debbano rimanere sempre ben distinti: chi fa l’artista sta sul palco, il pubblico guarda dalla platea. Invece c’è un po’ di ipocrisia secondo la quale anche il pubblico deve diventare protagonista come l’artista, ma questo è un boomerang pericoloso.

Qual è il compito del dj radiofonico?
Essere come lo stilista che spiega cosa si usa e cosa no, cosa va e cosa no, per questo mi dispiace quando sento dj che non hanno una grande cultura musicale. Tuttavia, nell’essere propositiva, la radio fa i suoi interessi perché ovviamente cerca di proporre ciò che piace al suo pubblico e ciò che si sposa con il suo tipo di fruizione.

Da direttore artistico di Radio Deejay, cosa le permette di tenere ben saldo il timone?
La testardaggine e la coerenza. Non siamo la radio con il maggior numero di ascoltatori in assoluto, in questo Rtl ci sopravanza e anche in maniera decisa, ma siamo la radio con il miglior fatturato, in modo altrettanto netto a guardare i bilanci. E questo accade perché abbiamo una griffe che è rimasta fedele a se stessa mantenendo una sua linearità nel corso degli anni. Sarebbe facile fare scelte più “popolari”, ma ci farebbero diventare una cosa diversa rispetto a quel che siamo: è proprio questa coerenza il risultato più importante dei miei vent’anni di direzione artistica.

Le passioni 

Come avete affrontato la crisi economica?
Adeguandosi al mercato che cambia continuamente. Noi viviamo solo di pubblicità, non abbiamo sovvenzioni, canoni o abbonamenti, quindi la prima cosa che abbiamo dovuto fare è stato cambiare strategia per continuare a intercettare il mercato pubblicitario sempre più risicato. Rispetto a qualche anno fa, ci siamo inventati dei nuovi meccanismi per creare visibilità. Penso, per esempio, alla Deejay Ten o alla nostra estate a Riccione: sono tutti modelli promozionali di diffusione del marchio e del prodotto legati a grandi eventi all’interno dei quali costruire percorsi commerciali molto efficaci. La Deejay Ten è un esempio che andrebbe studiato nelle università, riesce a fare contenti tutti: quelli che ci vanno a correre, la radio che viene promossa e i clienti che hanno una visibilità importante.

Da direttore di una radio come valorizza i suoi collaboratori?
Io mi sento come un allenatore che fa ancora il giocatore in prima linea, cosa che mi permette di dare l’esempio: il fatto che il mio programma sia uno di quelli di maggior successo della radio mi rafforza molto. In questo modo posso anche capire la logica che sta dietro agli atteggiamenti di un artista, la cui personalità è di difficile gestione, e io lo so bene perché sono come loro. In questo modo riesco a sintonizzarmi meglio, a capire su quali tasti spingere e quando magari è il momento di mordersi la lingua. Non nascondo però una cosa: avere tanti artisti dentro una radio è infinitamente stressante, più che l’allenatore spesso devo fare lo psicologo. Questa però è la cosa che mi è riuscita meglio: aver mantenuto saldo un gruppo fatto di gente con grande personalità, spesso in conflitto tra loro, ma in un clima molto positivo; anche se mentirei se dicessi che siamo tutti grandi amici.

A proposito di sport, è vero che il running le ha cambiato la vita?
Ho scoperto la corsa, poi la bicicletta e il triathlon a 40 anni abbondantemente passati, e come tutte le passioni adulte mi è venuta addosso in maniera travolgente. Credo mi abbia cambiato molto anche dal punto di vista caratteriale, addestrandomi alla tenacia, al non rinunciare, al tenere la testa bassa e pedalare e ad avere un atteggiamento più aperto e morbido nei confronti delle altre persone che incontro. La cosa più bella della corsa è quel clima un po’ democratico; non importa chi sei, perché si è tutti in pantaloncini e maglietta e si corre sulla stessa strada.

Passo dopo passo 

1957
Pasquale Di Molfetta nasce a Foligno (Pg).

1976
Inizia il lavoro in radio con la prima esperienza a Radio Hinterland Milano Due di Cinisello Balsamo.

1984
Fa il suo primo ingresso a Radio Deejay, emittente nazionale con sede a Milano nata due anni prima per volontà di Claudio Cecchetto dalle ceneri di Radio Music 100.

1991
Debutta col suo programma Deejay chiama Italia che conduce tuttora ogni mattina dal lunedì al venerdì (dal 1997 lo affianca Nicola Savino). Quattro anni dopo diventerà direttore artistico dell’emittente.

1992
Esordio in Tv con Italia 1 per la rubrica sul mondo del cinema Mitico! insieme a Vanessa Rossi. Dal 1995 al 2002 conduce sulla stessa rete Pim (Premio italiano della musica), serata evento in onda una volta all’anno.

1996
Esce il suo primo libro Linus chiama Italia .

2005
Si tiene la prima Deejay Ten a Milano, gara podistica competitiva di 10 km abbinata a una non competitiva di 5 km.

A inizio anno suo figlio ha avuto un grave incidente, dal quale poi si è fortunatamente ripreso. Cosa ha imparato da quella vicenda
Il momento più buio è durato cinque giorni, da quando ha avuto l’incidente domestico fino a quando ha ripreso a camminare. Dovrei averne un ricordo terribile e invece ho solo immagini bellissime: sono stati giorni in cui con la mia famiglia abbiamo costruito una grotta affettiva nella quale c’erano soltanto amore e positività. Anche da un’esperienza così negativa possono nascere momenti straordinari.

Cosa significa per Linus essere padre?
È la cosa più bella del mondo, la più grande fortuna che un uomo possa avere perché quel che c’è tra un genitore e un figlio è l’unica vera grande forma di amore disinteressato. Nel rapporto tra uomo e donna c’è sempre uno scambio, un conguaglio. Verso i figli invece l’amore è verticale, soltanto in direzione loro.

Perché ha raccontato sul blog l’incidente di suo figlio?
Mi è scappato. Da oltre dieci anni scrivo tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, sul mio blog: sono molto rigoroso in questo. L’incidente c’è stato di domenica pomeriggio, il lunedì mattina non riuscivo a non scrivere niente, quindi ho fatto un post in cui ne accennavo tra le righe, e ovviamente si è scatenata una tale curiosità che mi ha indotto a spiegare meglio l’accaduto. Ho capito quanto sia impressionante la forza di strumenti come Facebook; il feedback che ricevi dal pubblico è infinitamente più grande di quello che puoi avere dopo un’intervista a un’importante rivista.

Che cosa c’è nel futuro di Linus?
Nonostante sia una persona molto organizzata, non ho mai guardato al futuro e quindi non ne ho la minima idea. È chiaro che è una domanda che mi faccio sempre più spesso, perché diventando grande quel famoso “fino a quando” ce l’ho ben presente davanti a me. Per ora dico fino a quando mi divertirò, ma non so fino a quando sarà.

Ha dei rimpianti?
Rifarei tutto quel che ho fatto. Di sicuro mi sarebbe piaciuto avere avuto qualche altra occasione di vita. Invidio molto chi, per esempio, ha avuto una vita molto più internazionale della mia. Sono cresciuto in un piccolo paese della provincia di Milano e lì sono rimasto fino a 30 anni. A volte, mi chiedo se a 18 anni avessi avuto la forza e l’occasione per andare a vivere dall’altra parte del mondo, oggi che cosa mi ritroverei a fare.

Cosa si sente di dire a un giovane che aspira a lavorare in radio?
Che serve tanta pazienza. Io penso di essere diventato bravo in radio molto dopo i 30 anni, prima ero uno come tanti davanti a un microfono. Poi occorre essere curiosi, che penso sia la mia caratteristica principale. Sono uno che sempre e comunque legge, guarda, si informa, ascolta, ricorda. La radio è sempre fatta in diretta, in qualunque momento occorre attingere a un proprio serbatoio di informazioni, bisogna conoscere di tutto. Un buon dj radiofonico potrebbe essere un campione della Settimana Enigmistica .