Immagine da Corriere.it

In quel trattino, che trasforma il nome dell’azienda Anovo in A-Novo, è racchiusa tutta l’avventura di Enzo Muscia: un lavoratore come tanti che, quando viene licenziato per chiusura dell’attività, decide di rilevare l’azienda, riassumere alcuni suoi colleghi e trasformare la società in un successo imprenditoriale.

LA VICENDA. L’Anovo era una ditta di Saronno, appartenente a una multinazionale francese e specializzata nell’assistenza post vendita di apparecchiature elettroniche in garanzia, schermi Tv, monitor e macchinette per carte di credito e bancomat. Fino al 2010 era leader nel suo settore; poi anche lei ha iniziato ad accusare la crisi. In seguito alla difficile congiuntura economica, la sede di Parigi decide di chiudere le filiali con il maggiore credito. Saronno è una di queste. I sindacati protestano ma è tutto inutile. Ma Muscia non si arrende e, così, tenta l’impresa.

IL SUCCESSO. Dopo aver ipotecato la propria casa, investito la sua liquidazione e chiesto dei prestiti agli amici, Muscia rileva l’azienda, cambia il nome in A-Novo (quasi a voler sottolineare la novità dell’operazione imprenditoriale…) e riassume otto suoi colleghi. «Per loro era un riscatto, una rivincita. Il sistema è crudele: se perdi il lavoro a cinquant’anni sei finito. È un’assurdità e l’abbiamo dimostrato. In fabbrica chi dava dieci, oggi dà cento...», racconta Muscia al Corriere della Sera . «Sono ripartito con la valigetta in mano e un pensiero fisso: se in tre mesi non si vede nessun risultato, lascio. Per fortuna è andata». Oggi A-Novo vanta 38 dipendenti, ossia quattro volte tanto rispetto a tre anni fa. L’azienda è in buona salute con un fatturato passato da 1 a 2 milioni di euro. «La A-Novo è diventata un serbatoio di motivazione. Sappiamo che non possiamo arrenderci, dobbiamo dare qualcosa di più per stare sul mercato».