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Leonardo, pittore sublime

Leonardo, pittore sublime Torna a Leonardo Da Vinci genio dedito lavoro
Martedì, 09 Aprile 2019

Benché a lungo membro della confraternita dei pittori ­fiorentini, la Compagnia di San Luca, sono ben pochi i dipinti che Leonardo realizzò completamente e anche meno quelli giunti ­fino ai giorni nostri (appena una quindicina sono interamente o prevalentemente attribuibili a lui), eppure sono suf­ficienti per provarne l’incredibile abilità come artista. Due su tutti: La Gioconda  e L’ultima Cena .

Un sorriso vale più di mille parole

Gioconda-Leonardo-Da-Vinci

Considerato il ritratto più famoso al mondo, La Gioconda  rappresenta il culmine di una vita spesa alla ricerca della perfezione. Non a caso Leonardo iniziò a lavorarci nel 1503 per poi continuare ad aggiungere minuscole pennellate e sottili strati di colore ­fino almeno al 1517. Come ben riassume Walter Isaacson: «Quello che ebbe inizio come ritratto della giovane moglie di un mercante di seta divenne il tentativo, reso memorabile grazie ai misteri di un sorriso soltanto accennato, di ritrarre le complessità di una sfera emotiva umana e di connettere la nostra natura a quella dell’universo». 

Capolavoro fragile 

Ultima-Cena-Leonardo-Da-Vinci

Tra le opere più importanti di Leonardo giunte (benché con qualche dif­ficoltà) fino a noi, c’è senz’altro L’Ultima Cena , situata nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, per il quale ricevette la commissione nel 1494. Qui l’artista riversò tutti gli studi compiuti ­ no ad allora, dalla prospettiva allo sfumato. Come suo solito, attinse sì alla tradizione, reinterpretandola però in maniera originale: in questo caso scelse di concentrarsi sul momento drammatico in cui Cristo, posto al centro, afferma «Qualcuno di voi mi tradirà» e sui «moti dell’animo» degli apostoli turbati, ritratti in gruppi di tre, come in una serie di onde emotive successive. Andando contro l’iconogra­fia tradizionale, Leonardo decise inoltre di raf­figurare Giuda accanto agli altri, sempre sul lato rivolto allo spettatore. Come accaduto anche in seguito per il dipinto sulla Battaglia di Anghiari , anche in questo caso l’artista cercò di trovare una tecnica di pittura che non richiedesse i tempi rapidi dell’affresco. In questo caso sfruttò una tecnica mista di tempera e olio su due strati di intonaco, che rallentò sì l’esecuzione dell’opera, consentendogli di realizzare gli effetti di luce e le trasparenze a lui care, ma poco adatta all’ambiente umido del refettorio: conclusa l’opera nel 1498, già nel 1517 vennero annotate le prime perdite di colore.

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