QUANTE ESPERIENZE Impiegato in banca, militare, professore per un anno in quello che era stato il suo liceo, poi commercialista e infine imprenditore: Santo Versace ha conosciuto il nostro Paese da tutti i punti di vista nel corso della sua vita

L'elezione per il Popolo della Libertà nel 2008, il passaggio ad Alleanza per l’Italia, poi l’approdo a Fare per fermare il declino e adesso la voglia di una nuova politica: la parabola parlamentare di Santo Versace è emblematica. Racconta tutta la delusione di un imprenditore di successo di fronte al teatrino parlamentare che impedisce al nostro Paese di ripartire.

Il presidente della Gianni Versace l’Italia l’ha attraversata fisicamente tanti anni fa, quando dalla Calabria si trasferì a Milano. E l’ha conosciuta sotto tante forme: da impiegato, da militare, da commercialista e da uomo d’affari. Una lunga esperienza che gli consente di elencare con lucidità i mali del Belpaese. «A Montecitorio mi sono sentito come Don Chisciotte contro i mulini a vento», confessa a Business People , «nelle istituzioni a nessuno interessa del Paese. Si sperpera troppo denaro per il Palazzo, soldi che potrebbero far ripartire l’economia. Il Quirinale, ad esempio, lo trasformerei in un museo. Per non parlare delle partecipate: la casta ci costa 100 miliardi».

Destra e sinistra sembrano ugualmente colpevoli. Qual è allora il male della nostra democrazia?
Il problema è che a far politica sono in gran parte gli “scarti” della società civile. Io ho iniziato all’università, ma poi mi sono messo a lavorare. Chi riesce ad affermarsi nella vita non può dedicarsi ai giochi del potere: ecco perché oggi ci governano persone senza né arte né parte, che non troverebbero mai un impiego. Meno del 20% dei parlamentari si salva. E con tali soggetti al potere, la corruzione e il malaffare dilagano.

In uno dei suoi interventi politici più importanti, si è scagliato contro le Regioni. Il federalismo ha fallito? Lo Stato deve riaccentrare il potere?
Prima della nascita delle Regioni, nel 1970, il debito pubblico era al 40% del pil. Si tratta di “associazioni criminali di stampo politico”. Il decentramento si è rivelato un problema perché è stato affidato a una classe politica inadeguata. Basta guardare la Sanità, un buco nero di sprechi e ruberie. Bisognerebbe estendere la lotta su due fronti: da una parte potenziare la magistratura – ma obbligandola a smaltire tutti gli arretrati – dall’altra schierare l’esercito. Non all’estero, ma al Sud contro le mafie.

Lei si è avvicinato al movimento Italia Unica di Corrado Passera. Quasi come i filosofi platonici, secondo lei ora devono essere i manager a governare?
Passera è un uomo che ama l’Italia e il suo lavoro. Non è più un tecnico ormai, ma un politico che ha un grande passato alle spalle. Come nel suo caso, la politica deve essere un punto d’arrivo, non un’occupazione a vita. Cinque, dieci anni al massimo per non creare posizioni di potere. Da ministro dello Sviluppo, Passera ha fatto un lavoro di spessore, anche se poi il governo tecnico è naufragato perché Mario Monti si è sentito il salvatore della patria. Corrado ha le caratteristiche per governare. Ha girato l’Italia in questi mesi presentando il proprio programma contenuto nel libro Io siamo. Silvio Berlusconi, pur da imprenditore di grande successo, ha fallito in politica: ha dissipato maggioranze importanti, ha aumentato la spesa pubblica del 53%, ha sprecato come e quanto il centrosinistra e ha pensato solo agli affari suoi.

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RECUPERARE IL PATRIMONIO ARTISTICO,

RIFORMARE LA SCUOLA E TAGLIARE LA CASTA:

SONO QUESTE LE CHIAVI

PER FAR RIPARTIRE L’ECONOMIA

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Passera promette di far ripartire l’economia con 400 miliardi di euro. Ma questi soldi esistono davvero? Di sicuro l’idea di inserire il Tfr in busta paga ha ispirato anche il governo Renzi…
Il programma è trasparente. Sarebbe bello se il premier attingesse il più possibile dal programma di Italia Unica , ma il problema è il Parlamento attuale. La prima riforma da fare sarebbe l’abolizione totale del Senato e la riduzione della Camera a 400 deputati, ma dal curriculum ben diverso da quello degli attuali “onorevoli”.

Ius soli e unioni civili. Come si fa a far digerire questi temi al centrodestra?
Ricordo i tempi delle battaglie su divorzio e aborto: la Dc prese sonore bastonate. La società è più avanti della politica. Gli elettori di quello schieramento non sono di Berlusconi: finora hanno votato il meglio del peggio.

Un uomo di moda non può non essere stato colpito dalla proposta del “ministero della Bellezza”. Si candiderebbe per quel dicastero?
Quando, dopo le elezioni, Gianni Letta mi chiese che cosa mi aspettassi, risposi il ministero dei Beni Culturali, perché per me è il più importante. È fondamentale recuperare il nostro patrimonio artistico. Così come riformare la scuola in modo che non faccia perdere tempo agli studenti e li prepari al mondo del lavoro.

Che cosa ha da insegnare il mondo dell’alta moda alla politica?
Se la politica lavorasse come la moda, saremmo il primo Paese al mondo. Creatività, merito e formazione sono gli ingredienti per rimanere competitivi. Perché la battaglia per eccellere è quotidiana nel fashion: c’è la necessità di avere il meglio e ci si contende le menti più di valore.

Il futuro del marchio Versace è in Borsa?
Lo doveva essere già nel maggio del 1998: avevamo l’accordo con Gucci, sarebbe nato il primo gruppo italiano. Poi la morte di Gianni bloccò tutto. Dopo l’ingresso di Blackstone nel capitale, lo sarà presto. L’azienda diventerà pubblica e così potrà andare oltre la prima generazione: quella di mio fratello e mia – che la fondammo – e di Donatella che oggi è la più brava di tutti. Ma Versace è la mia vita, ci resterò finché campo.

Bancario, militare, professore e commercialista. Poi imprenditore, innovatore (ha fondato Altagamma) e mecenate (presidente di Operation Smile Italia). Qual è il futuro di Santo Versace?
Rimarrò un imprenditore e un uomo impegnato nel sociale, sempre disponibile ad aiutare chi vuole realmente cambiare questo Paese. Anche se il 16 dicembre compirò 70 anni, i medici dicono che le mie analisi sono quelle di un 40enne. Ma soprattutto mi resta in mente quello che diceva mio padre: «Devi studiare e lavorare finché respiri».