Edoardo Nesi - © LaPresse

Edoardo Nesi, imprenditore tessile, scrittore e regista, è nato nel ‘64 a Prato, città della quale oggi è assessore alla Cultura, allo Sviluppo economico e al Marketing territoriale

Edoardo Nesi era un imprenditore. Poi nel 2004 ha venduto la sua azienda tessile di Prato, fondata dal nonno. «Non so decidermi se sono stato furbo o vigliacco», scrive in Storia della mia gente (Bompiani). Un libro che è stato discusso per settimane da economisti, politici, giornalisti e imprenditori sulle pagine dei giornali, nelle aule universitarie e nelle assemblee pubbliche. Perché quel libro è il più serio atto d’accusa alla globalizzazione, alla concorrenza senza regole, all’integrazione dei mercati senza che ci sia stata condivisione delle regole. Il risultato è che la sua azienda, non avendo più nessuna possibilità di competere con la concorrenza delle imprese cinesi, è stata venduta prima che potesse fallire. Nesi, che ha sempre coniugato l’attività di scrittore con quella di imprenditore, ha deciso di raccontare come tutto sia potuto succedere.

Allora, Nesi, ha deciso? Quando ha venduto la sua azienda è stato furbo o vigliacco?
A questa domanda non so ancora dare una risposta.

Leggendo il suo libro la prima impressione è che lei sia totalmente contrario alla globalizzazione.
Cerchiamo di capirci. A me quello che fa davvero arrabbiare è che una fandonia assoluta si sia trasformata in verità accettata, e cioè che la globalizzazione è un gioco a somma positiva per tutti. Il problema è qui. L’esperienza mi insegna che non è vero che sia a somma positiva per me, per la mia città, per la gente che lavorava con me. È successo esattamente il contrario, per alcuni è stata a somma positiva, per altri a somma negativa. Uno degli effetti dell’irrompere della concorrenza cinese a Prato è stata la diffusione di un senso di inadeguatezza incredibile, il messaggio che è passato è: il mondo cambia in meglio e se non sai adeguarti il problema sei tu che non tieni il suo passo.

Non è cosi?
No, noi imprenditori non è vero che non ci siamo adeguati, è che la globalizzazione non è stata governata.

E come bisognava governarla?
Allora: siamo tutti d’accordo che il rispetto della persona, del lavoratore è un dato imprescindibile della nostra cultura? Allora quando si fa entrare in un sistema un gigante economico che non sta a questa cultura, è chiaro che ci si devono aspettare dei contraccolpi. E il contraccolpo è stato che a imprenditori e operai, che per 50 anni hanno lavorato insieme cercando, insieme, di aumentare la ricchezza personale e sociale, è stato detto che quel modello economico non c’era più.

Lei sembra il difensore di un piccolo mondo antico che non esiste più. Prima o poi era destinato a scomparire.
E perché doveva scomparire? Il piccolo mondo antico è cambiato perché me lo hanno cambiato sotto i piedi dicendomi che non avrei avuto nulla di cui preoccuparmi, perché sarei entrato in una nicchia di mercato più alta producendo tessuti più costosi e che poi i cinesi sarebbero diventati miei clienti. Questa è la storia che ci è stata raccontata. È successo il contrario. E ancora oggi io sono convinto che se i cinesi seguissero le stesse nostre regole, avessero il nostro stesso costo del lavoro, noi imprenditori italiani li si batterebbe senza problema, a mani basse.

Questo è un discorso che riguarda la Cina che sta là, poi c’è la Cina che sta qua, cioè le imprese che hanno aperto a Prato e hanno iniziato a produrre.
Il loro sistema è quello di comprare la materia prima dalla Cina, confezionandola qua e vendendola in tutto il mondo con in più la possibilità di scriverci sopra Made in Italy. Non comprano nemmeno un metro di tessuto pratese perché per loro è caro e non potrebbero tenere i prezzi bassi. Ma il punto è che le condizioni di lavoro che hanno replicato da noi sono le stesse che sono presenti in Cina e questo è inaccettabile per le nostre autorità. Questo dovrebbe essere il cavallo di battaglia di una politica che dice di volersi occupare delle persone: regole uguali per tutti.

Qualcuno potrebbe replicare: è il mercato, bellezza!
Infatti ci hanno detto sempre, e continuano a dirlo ancora oggi, che il mercato è perfetto. Invece il mercato è le regole che gli vengono date. Se non gli si danno regole, non è affatto perfetto. Ora: le regole cinesi sono che agli operai di Shangai, e di Prato, gli si dà da mangiare una ciotola di riso mentre le regole nostre è che agli operai paghiamo, giustamente, anche le ferie. Allora non si può dire che il mercato è perfetto quando le regole sono diverse.

Perché ha deciso di vendere?
È molto semplice: non si guadagnava più. I clienti storici hanno cominciato a non comprare più tessuti da me perché ero completamente fuori mercato visto che di fianco c’era chi gli dava un altro tessuto a dieci volte meno del prezzo che chiedevo io. Certo, di qualità inferiore, ma questo ha importanza relativa, perché poi alla fine tutto questo sistema non ha fatto altro che abbassare il livello generale della qualità. Se poi volevano una qualità superiore, la famosa nicchia, tu dovevi produrlo a metà del prezzo, e non ci stavi più dentro.

Nel libro lei se la prende con Francesco Giavazzi. Cosa la fa arrabbiare dell’economista-principe del Corriere ?
Prima di tutto la supponenza: l’idea di possedere una verità rivelata e, soprattutto, la totale distanza dalla realtà dei fatti. Ho presentato il mio libro insieme a Franco Debenedetti, il quale condivide l’idea alla Giavazzi in base alla quale non si devono aiutare le aziende in difficoltà perché l’impresa che va male deve fallire in modo che i suoi operai vadano a lavorare nell’azienda che va bene. Siamo alla follia totale perché se va in crisi un distretto come Prato, dove tutte le aziende sono amministrate e gestite più o meno allo stesso modo, una persona che viene licenziata da un’azienda che va male non troverà mai più lavoro, perché vanno male anche tutte le altre. Ed è esattamente ciò che sta succedendo. In una situazione di mercato normale, effettivamente funziona proprio così: ne fallisce una e i dipendenti cambiano azienda, ma qui la cosa è diversa perché in crisi è tutto il distretto.

Come mai a questo problema gli “esperti” non riescono a dare una risposta?
Il problema secondo me è un errore interno ai loro modelli matematici ai loro sistemi di previsione. Secondo me sono sbagliati perché hanno sottostimato il peso della Cina.

Ma non è che avete sbagliato voi a rincorrere la concorrenza cinese invece di alzare la vostra qualità?
Ma noi siamo già su tutti i mercati. La maggior parte dell’alta moda, quella vera, quella ricca, è fatta con tessuti di Prato. Quindi siamo già saliti, abbiamo già alzato la nostra qualità. Poi c’è il problema della nicchia. Quando uno degli economisti più importanti d’Italia, Alberto Alesina, venne a Prato un imprenditore gli pose proprio il problema della crisi e lui rispose che dovevamo entrare nella nicchia del lusso. Mai noi ci siamo già in quella nicchia e il problema è che la nicchia è troppo piccola, non ci stiamo tutti. A me quello che fa arrabbiare è che danno lezioni e consigli senza conoscere la realtà. Stanno nei loro uffici con l’aria condizionata ad elaborare teorie ma non sanno nulla di ciò che succede fuori. Perché uno che dice che tutta Prato deve entrare in una nicchia, significa che proprio in una fabbrica non c’è mai entrato.

Com’è oggi Prato?
Ai minimi termini.

Aprirebbe un’altra azienda?
Nel settore manifatturiero è da pazzi.

E cosa si può fare, adesso?
Occorre riunirsi tra persone di buona volontà per far ripartire almeno il distretto di Prato anche attraverso un sistema di business angels, perché anche se ci fosse qualche pazzo che vuole far partire una nuova impresa, che fa? Chiede al padre i soldi per iniziare? Quello lo manda a lavorare alle Poste. Se poi va in banca viene visto come un delinquente. Occorre che ci si metta insieme per fare ripartire qualche cosa, sennò qui non si va da nessuna parte.