Alberto Dossi

Per definire Alberto Dossi bastano due parole: passione e innovazione. La passione è per la Sapio – gruppo monzese di famiglia specializzato nel settore dei gas industriali e medicinali – e per un lavoro iniziato trent’anni fa; che ora ama come pochi. L’innovazione, invece, è quella scintilla che ha caratterizzato tutta la vita da imprenditore di Dossi, che fino al 1981, anno dell’ingresso in Sapio, non avrebbe mai pensato di ritrovarsi a dirigere un gruppo da 1.450 persone e 457 milioni di fatturato. «Mio fratello era già in azienda, quindi io pensavo di fare tutt’altro. Volevo diventare avvocato e avevo già fatto un anno di praticantato». Poi l’invito del padre a valutare un importante contratto per l’azienda. «Dopo averlo visto e apportato qualche modifica, mi fece capire che il mio lavoro poteva essere importante anche in Sapio. Mi feci convincere ed entrai, ma a modo mio».
Un anno di “gavetta”, dai turni di notte nello stabilimento di Caponago (MB) all’ufficio bolle, fino alle consegne al fianco dei camionisti e al collaudo delle bombole. «Non è stato facile, ma così ho appreso tutti i meccanismi: la lavorazione dell’ossigeno e dell’azoto, come vengono trasportati e le loro applicazioni sul mercato. Ritengo che il problema delle seconde generazioni sia quello di entrare in un’azienda non tua, che non senti sulla pelle, e molte volte il salto generazionale fallisce proprio per questo». Primo grande apporto dell’imprenditore è stata l’istituzione di un reparto dedicato alla ricerca e sviluppo, le Nuove applicazioni. «L’innovazione è sempre stata nel nostro Dna. Se siamo ancora qui, dopo 92 anni di storia, è perché l’azienda ha sempre saputo innovare (nel 2013 Sapio ha investito 45 milioni di euro in ricerca e sviluppo, ndr ). Io ho solo fondato un reparto dedicato, con ingegneri dediti a studiare nuove tecnologie, settori merceologici e campi di applicazione per i nostri gas, per portare più produttività o qualità ai clienti. Ed è quasi sempre avvenuto».

Anche da questa vocazione all’innovazione è nata l’ultima iniziativa che ha coinvolto i dipendenti. Di cosa si tratta?
Vogliamo abituare la gente a pensare sempre in modo diverso, perché l’importante è cambiare. Così abbiamo creato una casella mail a cui tutti i dipendenti possono inviare idee e spunti per innovazioni di prodotto, di processo o di sistema. Vogliamo dare uno stimolo: chi lavora sul campo e ha un’idea, può proporla. Il problema è processare bene queste idee, perché si rischia di buttare via progetti che potrebbero rivelarsi utili. Per questo ci siamo affidati all’esperienza dell’Università Bocconi: l’ateneo seleziona le proposte, che vengono poi valutate da due nostri comitati innovazione, uno dedicato alla sanità (che copre il 45% del nostro fatturato) e uno all’industria, presieduti dai vicepresidenti Andrea Dossi e Maurizio Colombo.

Gruppo Sapio

E l’iniziativa ha dato i suoi frutti?
Stiamo sviluppando due-tre idee interessanti: nicchie merceologiche che mi piacciono molto e che presto testeremo. Sono convinto che daranno buoni risultati, una addirittura potrebbe rivelarsi una bomba. Chi propone l’idea diventa poi il capo progetto. Sapio spinge molto i suoi dipendenti a fare strada in azienda. Abbiamo una concezione meritocratica. Come dice il nostro amministratore delegato Mario Paterlini, a tutti è consentito prendere l’ascensore sociale. Chiunque ha la possibilità, se ha buona volontà, intelligenza e spirito di abnegazione, di diventare il prossimo a.d.. Non c’è nessun vincolo: tutte le sedie traballano, anche la mia di presidente.

Un’altra iniziativa interessante è stata quella di voler conoscere di persona ognuno dei circa 1500 dipendenti di Sapio.
Siamo partiti due anni fa e non li abbiamo ancora incontrati tutti! La proposta è stata del nostro a.d., che tutti i vertici hanno accolto di buon grado. In un momento così difficile è giusto essere vicino alla gente, non solo ai quadri, al direttore commerciale e al direttore tecnico, ma anche all’operaio di Taranto (città sede di uno dei sette impianti italiani di Sapio, ndr ). Qui c’è un gran senso etico e di responsabilità sociale: l’azienda è composta dalle persone e se l’azienda non va bene è perché non sono in condizione di lavorare bene. Per questo abbiamo puntato sui corsi di formazione: se migliorano loro, migliora anche l’azienda.

La crisi c’è stata per tutti. Voi, però, siete rimasti in Italia e continuate a investire. Quanto contano per voi le vostre radici?
Sono fondamentali. Viviamo in Italia e abbiamo il 95% del nostro business qui. Poi è giocoforza avere una linea di internazionalizzazione. Oggi un’azienda come la nostra non può prescindere dall’andare all’estero, perché oltre all’innovazione – per me uno dei due pilastri più importanti – sono le persone a fare la differenza. Se vuoi tenerti stretti i talenti, devi offrigli un piano strategico di medio termine con prospettive di espansione. Devono essere intenzionanti a lavorare in un’azienda che ha un bellissimo ambiente, item e sviluppi futuri importanti.

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LA NOSTRA È UNA CONCEZIONE MERITOCRATICA.
TUTTI, CON BUONA VOLONTÀ E INTELLIGENZA,
HANNO LA POSSIBILITÀ DI DIVENTARE A.D.

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La vostra strategia di crescita ha portato, negli anni ‘90, a legarvi a una multinazionale americana, la Air Products.
Sono 25 anni che manteniamo l’ordinaria amministrazione in Italia, nonostante un socio importante (con il 49% del capitale, ndr ), una multinazionale da 10 miliardi di dollari quotata al Nyse. Conviviamo con gli americani perché siamo capaci di dare buoni risultati: se nel 2013 la produzione industriale italiana ha segnato un -3%, noi abbiamo registrato un +3%. È la dimostrazione che si può crescere anche in un pantano, ma servono persone in gamba e tecnologie. E bisogna puntare sull’innovazione, lo spirito di abnegazione e l’amore per il proprio lavoro.

Che futuro vede per l’Italia?
Bisogna intervenire su burocrazia, costo del lavoro e dell’energia, senza dimenticare la riforma di giustizia e fisco. Un imprenditore straniero non verrà mai a pagare un sacco di tasse per avere una burocrazia che lo fa attendere sei anni per un permesso, con un costo della manodopera elevato e dell’energia che è un quarto più alto di quello americano. La mia speranza è che Expo possa generare una scintilla che permetta all’Italia di rimettersi la corona d’alloro in testa e possa far ripartire i consumi. Andare all’estero per un’azienda come la nostra è fondamentale, ma è altresì fondamentale avere una parte importante nel nostro Paese. Qui siamo nati e qui stiamo.

UN INVESTIMENTO NEL PAESE
Alberto Dossi-Sapio
PROMUOVERE INNOVAZIONE, CIRCOLAZIONE DI IDEE, DISCUSSIONE SCIENTIFICA E CONOSCENZA DI NUOVE TECNOLOGIE IN ITALIA, SECONDO UN MODELLO CHE VALORIZZI LA CONCERTAZIONE TRA PUBBLICO E PRIVATO. CON QUESTO INTENTO NEL 1999 È NATO IL PREMIO SAPIO, VOLUTO FORTEMENTE DA ALBERTO DOSSI. «LA NOSTRA È STATA UN’OPERAZIONE A SCOPO DI RESPONSABILITÀ SOCIALE. UN’AZIENDA CAPACE DI CRESCERE SUL TERRITORIO DEVE ANCHE RIDISTRIBUIRE SUL TERRITORIO». IN 14 EDIZIONI (QUEST’ANNO È IN PROGRAMMA LA 15ESIMA) SONO STATE ORGANIZZATE 76 GIORNATE DI STUDIO SU DIFFERENTI AREE TEMATICHE E ASSEGNATI PREMI A 58 RICERCATORI. «IL NOSTRO PRIMO OBIETTIVO È MANTENERE I CERVELLI IN ITALIA», AGGIUNGE DOSSI. «CON IL PREMIO SAPIO VOGLIAMO INNESCARE UN CIRCOLO VIRTUOSO CHE SALVI I RICERCATORI, GLI DIA UN MOMENTO DI NOTORIETÀ – SPESSO NON RICONOSCIUTA LORO –, CREANDO ANCHE UN FORUM INTERDISCIPLINARE», UN AMBIENTE DOVE UNIVERSITÀ, POLITICA, ASSOCIAZIONI E INDUSTRIA POSSANO COLLABORARE A PROGETTI DI RICERCA COMUNI.