Marco Morganti

Marco Morganti

Basta tenerlo idealmente confinato in una “riserva indiana” fatta da «poche persone dal cuore buono». Nella Penisola, il terzo settore italiano deve prendere sempre più coscienza dei suoi punti di forza e delle sue grandi potenzialità competitive, perché anche le istituzioni inizino finalmente a considerarlo per quello che è: ovvero «il successore naturale del vecchio welfare pubblico, in quanto in grado di erogare servizi di elevata qualità a circa 30 milioni di italiani, grazie alle 300 mila organizzazioni sparse sul territorio». Ne è fermamente convinto Marco Morganti, amministratore delegato di Banca Prossima: attiva dal 2007, è la Banca di Intesa Sanpaolo esclusivamente dedicata al non profit laico e religioso.

Qual è la chiave di volta per superare una visione un po’ parziale e frammentata del terzo settore nel nostro Paese?
Una prima risposta ci viene offerta dai dati Istat, da cui emerge un comparto, tutt’altro che marginale, che è sempre di più un pilastro della società e del sistema produttivo. Parliamo di quasi un milione di persone che lavorano retribuite (tanto per intenderci, rappresentano i dipendenti del settore tessile e di quello chimico tricolori messi insieme) in quasi 11 mila imprese sociali. E, accanto al mondo imprenditoriale non profit, c’è quello del volontariato, con 4,8 milioni di operatori. Le entrate complessive rappresentano il 4,5% del Pil! È davvero arrivato il momento di parlare di “economia sociale” o “economia del bene comune”, per dare dignità a un attore importante che è sempre stato relegato, come attesta il nome, al “terzo” posto dopo pubblico e privato. Eppure, dal 2001 a oggi, è cresciuto del 28% nel numero di organizzazioni e del 39% in termini di addetti; le sole cooperative sociali mila nuovi posti di lavoro.

Un comparto che sempre di più, tra l’altro, va a colmare quei vuoti lasciati dal vecchio modello del welfare state, ormai non più sostenibile...
Crisi della finanza pubblica, cambiamenti continui della società (penso a fenomeni come il progressivo invecchiamento, l’immigrazione, le separazioni...), nuove forme di povertà materiale e culturale: a fronte di tali fattori, oggi lo Stato non è più in grado di fornire risposte concrete ai problemi che ne derivano. Riflettiamo, per esempio, sull’importante ruolo svolto dall’associazionismo sportivo nella creazione di “valore sociale”. Si tratta di un settore in cui sono attivi ben 200 mila gruppi: se si considera che in Europa ce ne sono 800 mila, vuol dire che uno su quattro opera nella nostra Penisola. Il loro impegno è essenziale anche per incentivare i volumi e i fatturati di molti produttori di articoli e attrezzature ad hoc. Domandiamoci poi: quale sarebbe il bilancio causato da ulteriori costi sanitari, se non ci fosse il movimento sportivo in Italia, visto che ogni anno 32 miliardi di euro di spesa pubblica sono impiegati a rimediare ai danni causati da cattive abitudini come la sedentarietà e la non corretta alimentazione, a cui lo stesso sport costituisce un efficace rimedio? Il nostro terzo settore, insomma, è un mondo vasto e variegato, una vera eccellenza made in Italy per quantità, qualità, resilienza alla crisi e creatività, preso a modello da molti altri Paesi all’estero.

Qualche caso specifico?
Consideriamo gli Emirati Arabi: quando devono creare asili nido (strutture di cui in precedenza non erano dotati) vengono a Reggio Emilia per studiare le ottime cooperative sociali della zona. In Cina alcune residenze sanitarie assistite che vedranno la luce saranno gestite in parte da soggetti italiani sulla base delle nostre esperienze, le più avanzate al mondo. E ancora, l’inserimento lavorativo di alcuni reduci di guerra in Inghilterra viene seguito anche da una cooperativa di Perugia. Insomma, sembra che tutto il mondo si accorga della straordinarietà del nostro non profit, tranne noi stessi.

Si riferisce anche a mancanze da parte delle istituzioni?
Su questo fronte segnalo due punti che mi stanno particolarmente a cuore. Uno è relativo al ruolo delle prefetture, a cui oggi spetta il riconoscimento legale di un soggetto non profit. Ma queste operano in modo differente le une dalle altre, con criteri disomogenei. Inoltre, con quali competenze attribuiscono a un’organizzazione il titolo necessario per esistere? E su quali basi? Forse si potrebbe attribuire il compito a professionisti come i notai che già si occupano della costituzione di realtà for profit. Secondo aspetto: nel nostro Paese, che vanta il movimento sociale più ricco a livello globale, manca un ministero ad hoc su modello di quello francese, per esempio, che sovrintende l’Economia sociale e solidale. Eppure sarebbe necessaria una cabina di regia centrale e forte.

Ci sono spazi e strumenti ancora inutilizzati o poco sfruttati dallo stesso non profit?
L’economia sociale deve puntare a una maggiore efficienza organizzativa e gestionale, e a espandere il proprio raggio d’azione. Penso in prima istanza ai beni culturali. Mi vengono in mente, ahimè, i continui crolli nel sito archeologico di Pompei, verificatisi anche nell’estate e nell’autunno scorsi. Le imprese sociali dovrebbero essere messe in condizione di gestire questo immenso patrimonio, e magari potrebbero farlo meglio di quanto avvenuto finora... Ma ci sono anche altri ambiti da tenere d’occhio sempre all’interno dei beni comuni, come l’acqua: accanto a pubblico e a imprenditori privati, perché non può esserci spazio anche per una cooperativa del terziario?

Lo scorso 4 dicembre, a Roma, Banca Prossima, fondazioni e rappresentanti del terzo settore si sono incontrati e hanno sottoscritto un manifesto dal titolo “Fiducia e nuove risorse per il terzo settore”. In che cosa consiste?
Il comparto italiano non deve perdere le sue capacità di adattarsi, investire e inventare, punti di forza che lo hanno reso un fiore all’occhiello del nostro Paese, a fronte dei risultati che ho citato all’inizio. Inoltre è un settore virtuoso: dal punto di vista di Banca Prossima, quando si concede un prestito a un ente non profit il 99% della somma torna indietro con interessi e nei tempi dovuti. Tenendo ben presente questa necessità, oltre al documento programmatico che ricorda, abbiamo lanciato il sito www.manifestoperilnonprofit.it per raccogliere on line adesioni, spunti e suggerimenti da parte di soggetti privati e pubblici. Organizzeremo inoltre una serie d’incontri regionali di progettazione condivisa, in cui vari operatori si confronteranno con il non profit su problematiche e opportunità di carattere generale e locale, con il coinvolgimento della Pubblica amministrazione. Primi filoni d’intervento saranno una campagna sull’efficienza energetica, una riflessione sull’accesso ai bandi europei, l’emissione di obbligazioni ad hoc (paragonabili a titoli pubblici, ma non gravanti sul Patto di stabilità) e lo studio di iniziative per ridurre i costi e diventare sempre più sostenibili. Saranno, infine, avanzate proposte specifiche per promuovere la sostenibilità dell’istruzione e della sanità non profit.

A PROPOSITO DI BANCA PROSSIMA
L’istituto ha già sviluppato numerosi interventi di sistema a sostegno dell’economia sociale che toccano il volontariato, il fundraising, l’ottimizzazione della tesoreria delle organizzazioni. In sei anni di operatività, l’istituto ha superato i 27 mila clienti, tre quarti dei quali provenienti dall’esterno del gruppo Intesa Sanpaolo; ha un totale di masse intermediate di oltre 6 miliardi di euro, 4,9 miliardi di raccolta e 1,7 miliardi di credito accordato a oltre seimila clienti. Tra gli strumenti finanziari innovativi messi a disposizione per il terzo Settore segnaliamo la piattaforma di crowdlending garantito Terzo valore (www.terzovalore.com, che consente alle persone fisiche e giuridiche di prestare denaro ai soggetti non profit in modo diretto, senza intermediari) e l’obbligazione Serie Speciale Banca Prossima, lanciata a ottobre, che consentirà prestiti a condizioni agevolate al mondo non profit e ha chiuso le sottoscrizioni oltre i 40 milioni di euro, a fronte di un ammontare nominale massimo di 50 milioni di euro. www.bancaprossima.com