Domenico Nardelli

Domenico Nardelli

Una filosofia e una chiara direzione aziendale. Un made in Italy che diventa negli anni garanzia di un prodotto sartoriale e di un’emozionalità intensa che attrae personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura così come consumatori italiani e stranieri. Una realtà che da ormai tre generazione è un protagonista del made in Italy e che affonda le sue radici in un distretto, quello di Martina Franca, che ha saputo nel tempo conquistarsi un ruolo di tutto rispetto nel panorama internazionale. Tra il forte legame con la tradizione fatta di pezzi forti, come i capispalla su cui la Itn - cui appartiene il brand Angelo Nardelli 1951 - ha costruito la propria notorietà, e l’innovazione tecnologica che da anni ha modificato il dna aziendale, ecco quali sono i tratti distintivi di una filosofia di business che è sinonimo di sartorialità e attenzione al dettaglio. Domenico Nardelli, presidente di Itn, anticipa le novità che si vedranno alla kermesse di Pitti Immagine Uomo e svela cosa si aspetta da questo 2009.

Il brand Angelo Nardelli 1951 è giunto oggi alla terza generazione.
L’azienda è stata fondata da mio padre nel 1951 come un piccolo laboratorio artigianale. E da allora ne ha fatta di strada, oggi infatti produciamo 120 mila capi all’anno e la società si è trasformata in una spa. Ora al mio fianco ci sono i miei tre figli: Paola, che si occupa del marketing; Angelo jr, che è responsabile degli store; e Antonio dell’ufficio stile.

Quali valori vi siete tramandati nel tempo?
Dagli esordi ai nostri giorni sono tre i valori rimasti immutati: la serietà, l’onesta e la professionalità. Questa è la base sulla quale abbiamo sempre costruito il nostro successo. La nostra è una vera vocazione imprenditoriale e grazie all’intuito prima di mio padre, poi mio e ora dei miei figli siamo riusciti a crescere in Italia e all’estero.

Siete nati in un distretto industriale importante, quello tessile di Martina Franca. Che tipo di vantaggi ne avete tratto?
Fare impresa all’interno di un tessuto produttivo che ha il controllo di tutta la filiera è più semplice rispetto al fatto di dover contare solo sulle proprie forze. La realtà distrettuale ci permette, infatti, di lavorare con collaboratori, consulenti, modellisti e tecnici con un livello di specializzazione molto elevato: fattori ancora più importanti per un’azienda come la nostra che produce tutto in Italia. Ecco perché ci consideriamo il vero made in Italy: utilizziamo solo materie prime realizzate interamente nel nostro Paese - le lane arrivano dal biellese, così come i cotoni di grande qualità provengono dai fornitori più prestigiosi. Nel nostro stabilimento entrano quindi rotoli di tessuto nobile che escono sotto forma di capo finito e confezionato.

Ritiene che il made in Italy sia realmente un valore aggiunto, che il consumatore sia in grado di apprezzarlo?
Credo che nel corso del tempo l’acquirente sia diventato molto più attento ed esigente verso tutto ciò che compra anche perché, forse in conseguenza della crisi e del fatto che si acquistano un minor numero di capi, il consumatore è più attento alla sartorialità e alla manifattura del prodotto, che deve rappresentare al meglio le sue esigenze, alla materia prima e al tipo di trattamento cui è stata sottoposta, e soprattutto ai dettagli che fanno la differenza. Inoltre risulta fondamentale il luogo dove si decide di acquistare il capo. Il consumatore si deve sentire rassicurato dalla serietà e dalla professionalità di tutto lo staff di vendita.

Poco fa ha parlato di crisi, come state vivendo questo difficile momento?
Ne stiamo uscendo bene perché abbiamo investito molto su tre fattori fondamentali per accrescere il valore del nostro brand: internazionalizzazione, prodotto e comunicazione.

Partiamo dal primo fattore, quanto contano le esportazioni sul vostro giro d’affari complessivo?
Il 40% del nostro fatturato è realizzato all’estero, principalmente in Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia e di recente in Cina. Nel Paese della Grande Muraglia abbiamo, infatti, stretto due accordi con partner cinesi che hanno determinato l’apertura del primo monomarca Nardelli ad Harbin. Un secondo sarà inaugurato entro ottobre a Pechino, dove apriremo direttamente anche degli uffici e uno showroom. Questo con l’obiettivo di essere più vicini ai nostri partner e acquisire nuovi clienti, perché siamo consapevoli che il mercato cinese sarà molto importante in un futuro prossimo. Stiamo investendo anche in India, abbiamo già dei contatti ma siamo solo all’inizio, e nei Paesi Arabi. Invece in Russia abbiamo registrato un calo, ma il futuro ci fa ben sperare perché abbiamo già avuto clienti che dopo un periodo di fermo sono tornati a comprare. Ci auguriamo tutti che questo tsunami finanziario sia ormai alle spalle.

Quando prevede che ci sarà la ripresa?
A mio parere dall’autunno o per lo meno da fine anno. Non sarà una ripresa in grande stile, ma qualche piccolo segnale già lo intravediamo. L’augurio è che poi, dall’inizio del nuovo anno, l’accelerazione sia più concreta.

Prima diceva che per resistere alla crisi una leva fondamentale è rappresentata dal prodotto. Infatti nelle ultime collezioni è evidente l’attenzione per l’innovazione…
Sì, questo è avvenuto anche per l’inserimento nello staff di un nuovo stilista che ci ha permesso di fare un notevole salto di qualità in termini sia di immagine sia di prodotto. Abbiamo lavorato molto per sviluppare capi e accessori classici e raffinati, in linea con lo stile Angelo Nardelli 1951.

Ci può fare qualche esempio di innovazione?
Abbiamo recentemente inserito nella nostra collezione il concetto di giacca decostruita con fibre naturali molto pregiate, puro cachemire prodotto esclusivamente con il colore del vello della capra in modo da non subire trattamenti chimici. Si tratta di eco-giacche realizzate con filati prestigiosi e naturali e proprio per questo sono in tiratura numerata. Tutto ciò è stato concepito per esaltare le virtù sartoriali. Tra le novità ci sono la linea Cortina, che comprende tutto il mondo dell’imbottito, dal piumino alla giacca passando per la maglieria, il pantalone e l’accessorio in coordinato; la capsule Aliante, una minicollezione per l’uomo sportivo che spazia dalla sport jacket al pantalone; Hydro, che si compone di pezzi tinti e lavati in capo, dall’estetica vintage, vissuta. Tutto questo lavoro è stato preceduto dall’individuazione delle caratteristiche tipo dell’uomo Nardelli, del nostro cliente tipo.

Qual è il cliente tipo di Nardelli?
Il manager, ma anche il professionista, raffinato e sempre chic anche quando sportivo. Un uomo che veste classico ma non rinuncia ai dettagli glamour, attento al particolare e incuriosito dalle tendenze e dalle innovazioni tecnologiche. Cerca un prodotto che si caratterizzi per la massima vestibilità e che sia in grado di emozionarlo. Ha un’età compresa tra i 25 e i 55 anni.

Quale sarà il leit motiv del 76esimo Pitti Uomo?
Innanzitutto questa edizione ci vede protagonisti nel padiglione centrale della manifestazione, insieme a tutti gli altri big del settore. È una grande soddisfazione. La collezione comprende giacche e abiti destrutturati, super leggeri e sempre più informali, senza però rinunciare ai canoni del fit sartoriale. Per quanto riguarda invece il pantalone si riconfermano le linee asciutte. Ci sarà poi un significativo focus sull’upper casual, lo sportswear raffinato, uno stile non di massa ma ricercato e adatto non solo al tempo libero. In occasione di Pitti Immagine presenteremo inoltre la linea regata, dedicata al mondo della barca e declinata nei colori tipici marinari, e comprensiva addirittura di uno smoking da barca bianco latte dagli interni rossi.

L’azienda nasce come produzione di capispalla, successivamente ha via via ampliato la propria offerta fino al total look. Come è avvenuto questo cambiamento?
È stata un’esigenza dettata dall’internazionalizzazione. Non potevamo approcciare i mercati internazionali, stringere partnership commerciali e aprire negozi mono-brand con un’offerta di tipo monoprodotto. Un discorso che è valido anche per l’Italia. Infatti quando quattro anni fa abbiamo aperto il primo negozio Nardelli, con l’obiettivo di completare la filiera dalla produzione alla vendita, ci siamo resi conto che era necessario essere in grado di soddisfare tutte le esigenze del cliente, dall’abito alla camicia, dalla maglieria all’accessorio, fino alla piccola pelletteria.

Quanti punti vendita monomarca avete?
In Italia sono cinque, ad Altamura, Bari, Lecce, Taranto e Palermo, oltre al flagship store di Milano. Nel mondo, invece, al momento sono due, ad Harbin in Cina e a Dubai. Disponiamo poi di numerosi corner in Russia, Ucraina, Canada, Stati Uniti, Messico, Marocco e Sud Africa, e in Paesi asiatici come Giappone e Taiwan. Abbiamo uno showroom a New York, una sorta di testa di ponte per comprendere il mercato americano.

Oltre che alla focalizzazione sull’internazionalizzazione e sul prodotto, diceva che avete puntato molto sulla comunicazione. Che strategia adottate in questo ambito?
Dedichiamo alla pubblicità, tra televisione, affissioni outdoor e carta stampata, il 5% del fatturato totale del gruppo, che è stato pari a 30 milioni di euro nel 2008. In termini di marketing puntiamo su una forte politica di branding nazionale e internazionale dove il marchio Angelo Nardelli 1951 è sinonimo di qualità e orgoglio made in Italy.

Che cosa significa per lei essere eleganti?
Vuol dire sentirsi a proprio agio. Per questo motivo è possibile essere eleganti anche con un jeans e una giacca sportiva, così come con uno smoking. In realtà l’eleganza è una dote innata, ma indubbiamente il capo di abbigliamento aiuta molto a enfatizzarla.

Lo scorso anno avete stretto un accordo con Biagiotti Group per la produzione e la distribuzione della linea uomo. Qual è la strategia che sta dietro questo accordo?
Questa partnership è stata vantaggiosa sia per Itn, che ha potuto beneficiare della grande capacità comunicativa di Biagiotti Group, sia per il nostro partner, che ha potuto trarre vantaggio dalla nostra abilità sul prodotto, dal nostro approccio sartoriale alla produzione.

Pensa che questo tipo di esperienza possa ripetersi in futuro e con altri brand?
Sì, sicuramente se il partner è prestigioso e se l’accordo garantisce un valore aggiunto al nostro gruppo.

 
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