Papa dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005, alla sua morte fu salutato con una testimonianza di affetto senza precedenti: più di 3 milioni di pellegrini invasero Roma per rendere omaggio alla sua salma © Getty Images

Quando il 16 ottobre 1978, il cardinale Pericle Felici si affacciò su Piazza San Pietro per annunciare: «Habemus papam…», nessuno si sarebbe immaginato che quel momento avrebbe segnato così profondamente la storia. E non solo quella della Chiesa. Karol Wojtyla saliva al soglio di Pietro con il nome di papa Giovanni Paolo II. E l’unica cosa che in quel momento parve davvero straordinaria fu che il nuovo papa non era italiano: non succedeva da 455 anni.

Il suo pontificato sarebbe durato quasi 27 anni, fino alla sua morte, avvenuta il 2 aprile 2005 alle 21:37. Già quella sera di dieci anni fa Piazza San Pietro era stracolma di fedeli in preghiera. E fino all’8 aprile, giorno dei funerali solenni, più di 3 milioni di pellegrini invasero Roma per rendere omaggio alla salma del papa, attendendo in fila anche 24 ore per accedere alla Basilica. Fu una testimonianza d’affetto senza precedenti. Ma fu anche l’ultima dimostrazione della forza di un pontificato che ha segnato il ‘900.

In tutto il mondo, milioni di uomini e donne sentivano di aver perso qualcuno che li aveva ispirati a vivere in un modo diverso. Anche un severissimo censore dell’operato di Wojtyla, come don Paolo Farinella, biblista e teologo genovese, ha ammesso in un articolo pubblicato su Micromega che Giovanni Paolo II è stato «un Papa con un carisma umano eccezionale, perché aveva un rapporto con le persone che oserei definire “carnale”; non era finto e quando abbracciava, abbracciava in maniera vera, fisica. Diede della persona del papa un’immagine umana, carica di sentimenti e così facendo demitizzò il papato, accostandolo al mondo e alle persone reali. Fu un uomo vero e questo nessuno può negarglielo».

Il Papa e il capitalismo 

Chi scrive non è certamente un teologo né un biblista. E dunque non si azzarderà a entrare in questioni che competono a ben altre (e alte) sfere. Interessa piuttosto l’aspetto mondano (che non è sinonimo di frivolezza, ma deriva dal latino mundanus , ovvero terreno). Perché è indubbio che Karol Wojtyla, nei suoi quasi 27 anni da papa, ha influenzato enormemente (forse rivoluzionato) la geopolitica, s’è speso anima e corpo per abbattere l’Unione sovietica e il socialismo reale e mettere fine alla Guerra fredda. E ha condotto una strenua battaglia contro la povertà e le derive del capitalismo.

Carl Bernstein, il giornalista del Washington Post che con Bob Woodward firmò lo scoop del Watergate, e che a Wojtyla ha dedicato un libro, His Holiness , scritto insieme a Marco Politi, dice che «dal punto di vista geopolitico, Giovanni Paolo II rientra nel gruppo dei papi che hanno avuto più influenza sul mondo». Ma è difficile dire da che posizioni “politiche”. «Dopo aver favorito la caduta dell’Urss, infatti, è stato anche molto critico verso gli eccessi del capitalismo: questo ne fa un liberal o un conservatore? Ha preso iniziative molto significative per superare l’antica antipatia dei cattolici verso gli ebrei, come la visita alla sinagoga e quella al Muro del pianto a Gerusalemme: liberal o conservatore? Difficile giudicare in questi termini».

Si può rispondere che ormai queste categorie hanno poco senso perfino per i politici, ma sarebbe fargli un torto: perché Wojtyla, forse è il suo più grande merito politico, ha saputo sottrarsi all’antitesi destra-sinistra che sembrava catalizzare i dibattiti e formare ogni decisione. E facendolo ha inciso per davvero.

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SI E' SPESO ANIMA E CORPO CONTRO L'URSS

E IL SOCIALISMO REALE, PER METTERE FINE

ALLA GUERRA FREDDA, PER COMBATTERE

LA POVERTA' E LE DERIVE DEL CAPITALISMO

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Per capire il Papa, prima però bisogna provare a capire l’uomo. E un uomo, si sa, si forma negli anni dell’adolescenza. Quella di Wojtyla è stata particolarmente sofferta. Karol Józef nasce a Wadowice, piccola città di provincia a una cinquantina di chilometri da Cracovia, il 18 maggio del 1920, qualche mese prima che la Polonia ritrovi l’indipendenza. La madre, insegnante, muore quando lui non ha ancora dieci anni. Tre anni dopo muore anche il fratello maggiore, Edmund, di scarlattina.

Karol cresce solo con il padre, un ufficiale in pensione che sa fare anche il sarto: è il miglior studente della città, un atleta di talento e un attore appassionato. Uno dei suoi più cari amici è Jerzy Kluger, il figlio del capo della comunità ebraica locale. Dopo essersi trasferito a Cracovia, si iscrive alla Jagiellonian University, ma la sua carriera accademica e teatrale viene subito stroncata dallo scoppio della II Guerra mondiale. Durante l’occupazione, lavora in una cava, fa il manovale, va al lavoro a piedi con indosso jeans e zoccoli, anche d’inverno. E presto si unisce a un movimento di resistenza culturale e contribuisce a creare un teatro segreto. Quando i parroci locali vengono deportati a Dachau, muove i primi passi verso la Chiesa.

E dopo la morte del padre, entra nel seminario clandestino organizzato dall’arcivescovo di Cracovia e inizia a studiare filosofia e teologia mentre lavora in uno stabilimento chimico. Dopo l’insurrezione di Varsavia, la Gestapo lancia una caccia all’uomo arrestando tutti i giovani di Cracovia, Wojtyla riesce a sfuggire alle retate e si rifugia nella residenza dell’arcivescovo. In seguito alla liberazione della Polonia, viene ordinato sacerdote e inviato a Roma. Al ritorno a casa, nell’estate del ‘48, inizia un ministero per gli studenti universitari, del tutto nuovo e coinvolgente.

Il suo primo libro, sull’etica della vita matrimoniale, solleva più di una critica, per la sua celebrazione della sessualità come dono di Dio per la santificazione di marito e moglie. Consacrato vescovo a 38 anni, viene eletto amministratore dell’arcidiocesi di Cracovia quando muore l’arcivescovo e la Chiesa e il governo polacco non riescono a deciderne il successore.

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LIBERAL O CONSERVATORE?

TRA I SUOI MERITI SI CONTA

LA CAPACITA' DI SOTTRARSI

ALL'ANTITESI DESTRA-SINISTRA

CHE CONDIZIONA OGNI DECISIONE

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Quando poi viene nominato arcivescovo, con il sostegno del governo comunista, delude la nomenclatura che ha promosso la sua nomina, rivelandosi un implacabile avvocato per i diritti civili e religiosi del suo popolo. E si rifiuta di comportarsi secondo il “protocollo”: scia, va in vacanza con amici laici, si diverte in kayak. Non stupisce, dunque, che quando verrà eletto 264esimo vescovo di Roma, sarà un Papa fuori dagli schemi. E con un obiettivo immediato e chiarissimo: battersi contro il comunismo, per la libertà, non solo religiosa, di tutti i popoli oltrecortina.

Non è un caso che nell’omelia della messa per l’inizio del pontificato, abbia detto: «Non abbiate paura. Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo. Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura!». E non stupisce che uno dei suoi primi viaggi apostolici lo abbia fatto in Polonia, nel giugno del ‘79: nove giorni durante i quali, come scrive il suo biografo George Weigel «iniziò a smantellare» l’Unione sovietica. «Auspico vivamente che il mio presente viaggio in Polonia possa servire alla grande causa dell’avvicinamento e della collaborazione fra le nazioni», disse arrivando a Varsavia. «Che serva alla comprensione reciproca, alla riconciliazione e alla pace nel mondo contemporaneo. Desidero, infine, che il frutto di questa visita sia l’unità interna dei miei connazionali e anche un ulteriore favorevole sviluppo delle relazioni tra lo Stato e la Chiesa nella mia amata patria».

La Polonia era ufficialmente uno stato ateo, ma ad ascoltare il Papa si presentò più di un milione di persone. E forse furono proprio quel viaggio e quella testimonianza che spinsero Lech Walesa a fondare il sindacato Solidarnosc, contribuendo a sgretolare il regime dall’interno. Quando nel 1981 il generale Wojciech Jaruzelski assunse l’incarico di capo del governo e primo segretario del Partito operaio unico polacco, e instaurò lo stato di guerra durante il quale vennero sospesi i diritti civili e gli attivisti di Solidarnosc furono arrestati e imprigionati, Giovanni Paolo II strinse ancora di più i contatti diplomatici con il presidente Usa Ronald Reagan, scrisse una lettera al segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Leonid Breznev, per convincerlo a non invadere la Polonia, e non smise mai di combattere, sul terreno del dialogo, naturalmente, ma con una determinazione instancabile. Fino a quando, il 9 novembre ‘89, poté assistere alla caduta del Muro di Berlino e dei regimi dittatoriali dell’Europa dell’Est.

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YURI ANDROPOV, CAPO DEL KGB,

NEL '78 PROFETIZZO' CHE AVREBBE

MESSO IN DIFFICOLTA' L'URSS

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«La Porta di Brandeburgo», disse qualche anno dopo in uno storico discorso proprio a Berlino, «è stata occupata da due dittature tedesche. Ai dittatori nazionalsocialisti serviva da imponente scenario per le parate e le fiaccolate ed è stata murata dai tiranni comunisti. Poiché avevano paura della libertà, gli ideologi trasformarono una porta in un muro. Proprio in questo punto di Berlino, simultaneamente punto di congiunzione d’Europa e punto di divisione innaturale tra Est e Ovest, proprio in questo punto si è manifestato a tutto il mondo il volto spietato del comunismo, al quale risultano sospetti i desideri umani di libertà e di pace. Esso teme però soprattutto la libertà dello spirito, che dittatori bruni e rossi volevano murare. Gli uomini erano divisi tra loro da muri e confini micidiali. E in questa situazione la Porta di Brandeburgo, nel novembre del 1989, è stata testimone del fatto che gli uomini si sono liberati dal giogo dell’oppressione spezzandolo».

«Tutto ciò che è successo nell’Europa orientale in quegli anni», ha scritto Mikhail Gorbaciov, il padre della perestrojka e altro grande artefice della fine della Guerra fredda, «non sarebbe stato possibile senza la presenza di questo Papa, senza il grande ruolo, anche politico, che lui ha saputo giocare sulla scena mondiale». Soltanto Giovanni Paolo II sembrò non volersene prendere il merito. «Sarebbe semplicistico dire», ha commentato in un’intervista, «che è stata la Provvidenza divina a far cadere il comunismo. Il comunismo come sistema è, in un certo senso, caduto da solo. È caduto in conseguenza dei propri errori e abusi. Ha dimostrato di essere una medicina più pericolosa e, all’atto pratico, più dannosa della malattia stessa. Non ha attuato una vera riforma sociale, anche se era diventato in tutto il mondo una potente minaccia e una sfida. Ma è caduto da solo, per la propria immanente debolezza».

Ci sembra invece che abbia avuto molta più ragione un comunista della vecchia scuola: Yuri Andropov che nel ‘78 era il capo del Kgb, la feroce polizia segreta sovietica. Non appena Wojtyla fu nominato Papa, avvertì il Politburo che ci sarebbero potuti essere problemi per l’Urss da lì in avanti.