José Mourinho © Philip Sinden / Telegraph St Men Magazine / The Interview People

«Penso di avere un problema», afferma l’allenatore del Chelsea, José Mourinho, «sto migliorando in ogni aspetto del mio lavoro da quando ho iniziato. Si è verificata un’evoluzione sotto diversi aspetti: il modo in cui leggo il gioco, il modo in cui preparo le partite, il mio modo di allenare, la metodologia… Miglioro in continuazione. Ma c’è un aspetto sotto il quale non posso cambiare: quando affronto i media, non sono mai ipocrita».
Statisticamente parlando, Mourinho è l’allenatore di club di maggior successo del mondo del calcio. Ha vinto il campionato in ciascuno dei quattro Paesi in cui ha allenato: Portogallo, suo Paese natale, Italia, Spagna e Inghilterra. E ha vinto la Champions League due volte. Ma questo, ovviamente, è solo una parte del tutto. Mourinho è, verosimilmente, il più controverso allenatore di calcio. Non ci sono mister che più di lui accendono le ire dei tifosi avversari, le schermaglie con gli arbitri e la Football Association (FA), le uscite dai gangheri durante le conferenze stampa, i bronci a bordo campo: non importa la partita, guardare Mourinho per gli spettatori è quasi uno spettacolo a sé stante.
Mourinho ha passato la mattinata al campo di allenamento del Chelsea a Cobham, nel Surrey. Il rituale è sempre lo stesso. Arriva ogni giorno intorno alle 7.30 del mattino, va nel suo ufficio, chiude la porta e rimane lì per le due ore successive. «Ho bisogno di tempo per stare solo», spiega. «Nel mondo del calcio non sono così vecchio. A 52 anni potrei avere davanti a me ancora 20 anni per allenare. Ma mi sento come… potrei dire una “vecchia volpe”. Niente mi spaventa, niente mi assilla; sembra che niente di nuovo possa accadere per quanto mi riguarda. Sono molto bravo nel controllare le emozioni, ma ho bisogno del mio tempo per pensare. Non mi sveglio nel mezzo della notte preoccupato per l’infortunio di qualcuno per la tattica della partita. Ho bisogno di riflettere, ho bisogno di provare ad anticipare i problemi. Ho bisogno del mio tempo».

LA CARRIERA. Il padre di Mourinho – il suo nome è sempre José – era un portiere e ha fatto una comparsata nella nazionale portoghese prima di diventare allenatore. Il giovane José lo accompagnava alle partite, a volte fino a bordo campo, riferendo le istruzioni di suo padre ai giocatori. Poi è divenuto anch’egli un calciatore, ma dopo una breve e anonima carriera come difensore nella seconda categoria della lega portoghese, ha deciso di intraprendere la strada del coaching, iscrivendosi alla Technical University di Lisbona per studiare Scienze dello sport e poi diventare un insegnante.

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L’aspetto più importante
non è essere preparati
dal punto di vista tecnico,
ma la relazione che
si stabilisce con le persone

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Il suo primo lavoro è stato insegnare a bambini con sindrome di Down e severe disabilità mentali. «È stata una grande sfida», ammette. «Tecnicamente non ero pronto ad aiutare quei ragazzi. E se ho avuto successo è stato solo per una ragione, la relazione emozionale che ho stabilito con loro. Ho ottenuto dei piccoli miracoli solo grazie a questo legame. Affetto, contatto, empatia, solo per quello. C’era un bambino che da sempre si rifiutava di salire le scale, un altro che non riusciva a coordinare i movimenti più semplici, tutti problemi di questo genere, e abbiamo avuto dei risultati in molti di questi casi solo basandoci sull’empatia. Dopodiché, ho allenato ragazzi di 16 anni. E ora alleno i migliori giocatori del mondo, e la cosa più importante non è essere preparati dal punto di vista tecnico, ma è la relazione che stabilisci con le persone. Certo, hai bisogno di preparazione, della capacità di analizzare le cose, ma al centro di tutto ci sono il rapporto e l’empatia, non solo con gli individui, ma all’interno del team. E per raggiungere quel livello di empatia in squadra dobbiamo tutti rinunciare a qualcosa. Non si tratta di stabilire la relazione perfetta tra me e te, ma di stabilire la relazione perfetta con il gruppo, perché è il gruppo – non i singoli – a conquistare le vittorie».

Gruppo. È questa la parola che ritorna costantemente nella conversazione con Mourinho. Come imbrigliare il talento individuale al fine collettivo; come motivare i giocatori che, prima ancora del loro 21esimo compleanno hanno spesso stipendi che vanno molto oltre i più folli sogni dei loro sostenitori. «È vero!», il tono di voce di Mourinho s’impenna. «Una volta i calciatori giocavano aspettandosi di essere ricchi al momento del ritiro. Ora pretendono di esserlo prima ancora di aver disputato la loro prima partita!».
Nel calcio, così come in ogni altro ambito, il culto della celebrità, dell’individuo, dilaga incontrollato, e in nessun’altra occasione ciò è più evidente che in occasione del Pallone d’oro della Fifa, premio al calciatore internazionale dell’anno, dove i migliori giocatori del mondo sono esaltati con una teatralità degna degli Oscar. Come Mourinho riconosce, non c’è molto su cui lui e l’allenatore dell’Arsenal, Arsène Wenger, concordano (Mourinho si riferisce a lui semplicemente come “Wenger”, quasi strozzandosi con la parola stessa). «Ma penso che Wenger abbia detto qualcosa di interessante; lui è contro il Pallone d’oro e penso che abbia ragione, perché in questo momento il calcio sta perdendo il concetto di squadra per concentrarsi sull’individuo. Guardiamo in continuazione alle performance dei singoli, alle statistiche individuali, al giocatore che corre di più. Se tu corri 11 km in una partita e io 9 significa che hai fatto un lavoro migliore del mio? Forse no! Forse i miei 9 km sono stati più importanti dei tuoi 11», ride. «Per me il calcio è un’attività collettiva. Come singolo sei benvenuto, se vuoi rendere migliore il nostro gruppo. Ma devi lavorare per noi, non siamo noi a dover lavorare per te. Quando un top player arriva, la squadra è già lì. Lui non arriva a scoprire la squadra come Colombo ha scoperto l’America. No, tu ora arrivi per renderci migliori. E come allenatore devi far passare questo messaggio ogni giorno, e non con prediche o parole. Si tratta di quello che i giocatori osservano in relazione al tuo comportamento e ai tuoi feedback, al mondo in cui rispondi a questo e a quel calciatore, l’empatia nei confronti dell’uno e dell’altro».
«L’unica cosa che non puoi dare a un giocatore è il talento. Ma puoi lavorare sul talento nel modo giusto affinché egli comprenda i bisogni della squadra? Lui è un ragazzo intelligente e aperto che aspetta il tuo aiuto per migliorare? Oppure è un cane sciolto, un ragazzo egoista, e allora è molto più difficile convincerlo del fatto che la squadra sia molto più importante di lui. Ho incontrato tutti questi tipi di personalità in ogni club in cui ho lavorato. Il gruppo perfetto non esiste da nessuna parte, ma se mi chiedi qual è la cosa più importante per un calciatore, dico che è il talento».

È motivo di costante frustrazione e confusione per i fan, dico io, quando i giovani calciatori hanno l’opportunità che ogni sostenitore sogna solo per sprecarla. «Lo so», annuisce Mourinho. «Ma ricorda, loro sono il prodotto finale di qualcosa. Per esempio, mi è capitato un calciatore, non farò nomi, cui ho dato la chance di giocare in prima squadra. Un paio di settimane dopo suo padre e sua madre hanno lasciato il lavoro; vivevano con lui, vivevano la sua vita, prendendo decisioni per lui. È molto difficile».
E cosa è accaduto a quel calciatore? La sua alzata di spalle suggerisce una carriera finita rapidamente in declino.
«Quello è un esempio su mille. Devono essere fortunati con i genitori, così come devono essere fortunati con gli agenti. Hanno bisogno di essere educati. Una volta un giocatore è venuto da me con una macchina nuova e io gli ho detto “Un’altra? Perché? Ce l’hai una casa?”. No. “Hai un sacco di soldi in banca?”. No. Mi disse: “Questa macchina non l’ho comprata; mio padre l’ha avuta gratis in leasing e io ho solo firmato i documenti”. Allora gli faccio “Sai cos’è il leasing?”. E lui “È gratis!”. No! Siediti qui che ti spiego cos’è il leasing. Lui non lo sapeva, perché nessuno glielo aveva mai spiegato».
«Quando ho avuto sul serio dei soldi – veramente tanti soldi – ero al mio secondo ingaggio con il Porto nel 2003, avevo poco più di trent’anni. Ero sposato. Ero pronto. Questi ragazzi hanno 16,17, 19, 20 anni. Non sanno come reagire, cosa fare. Al Chelsea abbiamo una fantastica divisione che chiamiamo Supporto e benessere dei giocatori, che li aiuta in qualsiasi cosa. Hanno delle persone in banca per spiegargli quanto concerne il denaro. Vuoi comprare una casa? Si assicurano che tu abbia a che fare con l’interlocutore giusto e che stia concludendo un accordo equo. I giovani calciatori che arrivano in prima squadra non comprano un’auto, noi abbiamo Audi come sponsor e loro provvedono a fornire le auto per i giocatori. È di questo che hanno bisogno. Il nostro è un mondo complicato».
E come si trova nel ruolo di figura paterna?
«È il mio lavoro!».
Mourinho e sua moglie, Matilde, si sono innamorati da adolescenti, crescendo dall’altro lato della strada l’uno dall’altra nella città costiera di Setúbal. Sono sposati da 26 anni e hanno due figli teenager, Matilde e José.

Per Mourinho il primo lavoro da allenatore è arrivato nel 2000 quando è stato assunto dal Benfica, dopo aver lavorato come traduttore e poi come assistente sotto Bobby Robson allo Sporting Lisbona, al Porto e al Barcellona. La sua carriera al Benfica è durata solo tre mesi prima che si dimettesse dopo un diverbio con il presidente del club. Così si è trasferito all’União de Leiria e poi al Porto, dove ha vinto la prima serie portoghese due volte, la coppa Uefa e, nel 2004, la Champions League. Questo lo ha condotto al suo primo periodo al Chelsea, dove ha vinto la Premier League per due stagioni consecutive (2004/05 e 2005/06), la FA Cup e la League Cup, anche in questo caso due volte. Come allenatore dell’Inter ha vinto due volte il campionato di Serie A e la Champions League per la seconda volta. Nel 2010 si è trasferito al Real Madrid, dove si è aggiudicato la Copa del Rey e La Liga in stagioni consecutive. Dopodiché, nel giugno 2013, è tornato al Chelsea. Il suo amico più caro, dice lui, è Rui Faria, che è divenuto il suo assistente il suo primo giorno da allenatore al Benfica, e che da allora lo ha seguito in ogni club in cui ha lavorato. «Rui era solito dire: “Quella dell’allenatore vincente è la vita migliore del mondo”». Mourinho ride. «È un dato di fatto e noi ci proviamo. Ma in questo Paese abbiamo così tante partite che non puoi permetterti di emozionarti. Perdo 5-3 e il giorno dopo ho una sessione di allenamento, e nel giro di due o tre giorni c’è un’altra partita. Vinco 3-0 o 4-0 e il giorno dopo ho una sessione di allenamento, e nel giro di due o tre giorni c’è un’altra partita. Devo cercare di nascondere le mie emozioni. Devo vivere sia con la vittoria che con la sconfitta». «L’allenatore non è la persona più importante nel club, certamente non lo è. Continuo a dire che la persona più importante in un club (in una squadra) prima di tutto sono i tifosi, al secondo posto c’è il proprietario, al terzo i giocatori e poi arrivo io. Ma è all’allenatore che tutti guardano. I giocatori ti osservano, ti studiano; vogliono scoprire la tua reazione, percepire il tuo equilibrio. Anche i membri dello staff guardano a te e reagiscono di conseguenza in modo positivo o negativo. Pure i tifosi non ti perdono di vista. Vogliono sentire che dopo la grande sconfitta sei pronto per il giorno successivo; che dopo la grande vittoria non sei sulla Luna, ma con i piedi per terra. E credo di essere bravo a controllare queste situazioni e così come nel cercare di mantenere in equilibrio le persone nel bene e nel male. A casa non sono bravo, perché mi conoscono troppo bene. Non posso nascondermi. Mi vedono per quello che sono».

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Ogni giorno prego;
ogni giorno parlo con Lui.
Non vado in chiesa tutti i giorni,
ci vado quando
ne sento il bisogno

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Mourinho è un uomo cortese e colto. È un grande ammiratore di Fernando Pessoa, il poeta più amato del Portogallo. (C’è una frase del Libro dell’inquietudine che potrebbe essere stata scritta per lui: «Ho sempre rifiutato di essere capito. Essere capito è prostituirsi. Preferisco essere preso sul serio per quello che non sono, restare umanamente sconosciuto, con naturalezza e rispetto»). Parlando è riflessivo, premuroso ed espansivo – niente a che vedere con le brusche mezze parole delle conferenze stampa post partita. È un uomo di buone maniere. A un certo punto della conversazione si lascia sfuggire un’espressione colloquiale – una abbastanza innocua – che mi chiede però di non riportare.

Quando gli chiedo quale sia la cosa più interessante in cui si sia imbattuto al di là del calcio negli ultimi tempi, risponde la visita in Costa d’Avorio come Ambasciatore contro la fame per l’Unicef. «È stata un’esperienza fantastica per me, che ho condiviso con mia moglie e i miei figli», dice. «Sappiamo che esiste la povertà, ma venire direttamente in contatto con quella realtà è stato meraviglioso: negativo e positivo allo stesso tempo, qualcosa di difficile con cui avere a che fare, ma allo stesso tempo si prova una sensazione di straordinario orgoglio nell’esservi associato, nel promuovere il loro lavoro».
Lui e sua moglie sostengono inoltre un programma sull’alimentazione della Chiesa Cattolica di Setúbal. «Ma seguiamo il principio di non farlo per le persone che conosciamo o per promuoverci. Lo facciamo perché possiamo e vogliamo che i nostri figli capiscano quanto siamo privilegiati e che altre persone hanno bisogno di aiuto».
È un uomo religioso, nel senso che, spiega, «credo totalmente, con decisione. Ogni giorno prego; ogni giorno parlo con Lui. Non vado in chiesa tutti i giorni, nemmeno ogni settimana. Ci vado quando ne sento il bisogno. E quando sono in Portogallo ci vado sempre».
Per cosa prega? «Per la mia famiglia! Per i miei figli, mia moglie, i miei genitori, per la felicità e una buona vita in famiglia. Posso dire che la realtà è che non vado mai in chiesa per parlare con Lui di calcio. Mai!».
Si descriverebbe come una brava persona? «Credo di sì. Cerco di esserlo. E penso di esserlo. Non ho problemi con la famiglia o gli amici. Sono un buon padre di famiglia; un buon amico. Cerco di sostenere persone che nemmeno conosco. Commetto degli errori? Certo. Il mio settore non è solo molto competitivo, è competitivo ed emotivo e devi spingere le persone a comportarsi in un certo modo. Ma la vita professionale rappresenta solo un aspetto di me; io sono molto più di quello che appaio».
Fa il suo meglio, dice, per separare la sua vita professionale da quella privata. Non parla mai di calcio con sua moglie. «Non è il suo mondo. Trovarmi in una squadra che mi piace, essere in un luogo in cui mi diverto, lavorare con persone che apprezzo: questo è fondamentalmente il suo consiglio, perché quando ciò accade la vita, in casa, è migliore per tutti. Ma è difficile. Anche se posso separare le cose, a volte loro non ci riescono. Se perdo una partita importante, cerco di tornare a casa con un viso sereno, domani è un altro giorno, è solo una partita di calcio e così via. Ma quando arrivo, loro hanno certe facce scure!». Ride. «Sono tristi per me!».
I calciatori – e gli allenatori – tendono a essere abitudinari. Gravitano intorno a grandi case con il vialetto bianco e dall’aspetto semi-campagnolo. Potresti gettare una rete sui prosperi sobborghi di Alderley Edge nel Cheshire e catturare metà del Manchester United, compreso il loro allenatore. L’area che circonda la rigogliosa cittadina di Cobham, nel Surrey, dove il Chelsea ha il suo campo per gli allenamenti, è densamente popolata dai giocatori della squadra. Dice qualcosa di interessante su Mourinho, il fatto che lui abbia invece scelto vivere a Belgravia (distretto della Central London nella City di Westminster, ndt ). La sua famiglia lo preferisce, dice, «e anche io». Diversamente da Madrid o Milano, a Londra, racconta, può vivere «una vita quasi normale».
Può camminare per strada e «in cinque minuti» trovare un tifoso del Chelsea, del Tottenham, dell’Arsenal, «anche del Liverpool o dello United. E mi piace. In altri posti in cui ho lavorato camminavi sempre in mezzo ai tifosi della tua squadra. A Milano il 50% erano interisti e il 50% milanisti. A Madrid circa il 70% erano fan del Real e il 30% dell’Atlético. A Porto il 100%. Se qualcuno mi avvicina, mi piace ascoltarlo. Ma non se vuole darmi lezioni di calcio!».
«Credo che le persone a Londra capiscano cosa dia fastidio e cosa no. Sanno che le persone hanno bisogno di spazio, che meritano rispetto. Se mi disturbano, si tratta sempre di non inglesi. Certo, anche gli inglesi se mi incontrano al ristorante chiedono un autografo o di fare un selfie, ma almeno aspettano che abbia finito la cena. Se sono in un negozio, aspettano, non entrano mentre mi sto scegliendo le calze. E camminando per la strada ho la stessa sensazione. È impossibile che a Londra qualcuno ti venga a importunare per un risultato negativo mentre sei a spasso con la tua famiglia. Impossibile! A Madrid e a Milano sempre».
Ogni tifoso, dice scuotendo stancamente la testa, è un allenatore; ma il fatto centrale è che le persone prendono il calcio troppo seriamente. «Anch’io sono un appassionato di calcio, naturalmente. Ma se per un professionista del calcio, il calcio significa tutto, vuol dire che ha un problema; e per i tifosi è lo stesso. In Portogallo si dice che puoi cambiare tutto tranne tua madre e la tua squadra del cuore. Mi rendo conto di quanto il calcio sia potente a livello sociale, politico e culturale. Ma come fa un calciatore a essere nella top 100 delle persone più influenti al mondo secondo Forbes ?». In realtà sono due. L’anno scorso Cristiano Ronaldo era alla 30esima posizione, Lionel Messi alla numero 45. «Questo è assurdo! Non salviamo vite! Lo so che c’è gente che si butta dal quinto pianto se la sua squadra perde una partita, ma quella persona ha dei problemi! Come si fa a paragonare un calciatore, o un allenatore, con uno scienziato, o un dottore? Non si può».

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Sono un buon padre;
un buon amico.
Commetto errori?
Certo, ma sono
molto di più
di quello che appaio

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Mourinho dice di non avere amici intimi nel mondo del calcio inglese. «Con alcuni ci stimiamo a vicenda e siamo in contatto, ma non parlerei di amicizia». Ma c’è un uomo verso cui nutre un’ammirazione sconfinata: Sir Alex Ferguson.
I due si sono incontrati la prima volta da allenatori nel 2004, quando il Porto ha eliminato dalla Champions League il Manchester United. «In quell’occasione ho percepito i due lati di quest’uomo eccezionale», racconta Mourinho. «Una “faccia” era quella dell’avversario, dell’uomo che fa di tutto per vincere. Dopo ho visto che c’era anche l’uomo con dei princìpi, che nutre rispetto per l’altro, che gioca pulito. In quell’occasione ho visto entrambi questi aspetti, ed è stato molto importante per me».
«Nel mio mondo, nella cultura portoghese e in quella latina, non conosciamo questo modo di essere, questo “secondo volto”; siamo nel calcio per vincere e se non vinciamo, il più delle volte non c’è nient’altro. Ma quando abbiamo battuto lo United in Champions, ho visto quel bel volto che è quello dell’allenatore che cerco sempre di essere. Cerco…».
C’è poi da dire che questo sforzo non è forse sempre compreso. L’aggettivo con cui il più delle volte Mourinho viene definito è “machiavellico”. «Io non mi vedo così».
Ha letto Machiavelli? «Conosco Machiavelli, certo, ed è vero che a volte, in alcune mie dichiarazioni, c’è qualcosa di lui, ma niente di più. Decisamente no». Ogni allenatore è nell’intimo una persona lagnosa – decisione diabolica; era rigore netto o nettamente non lo era; siamo stati sfortunati – ma Mourinho ha elevato il lamento a un’arte raffinata. Non sono soltanto gli arbitri a essere contro di lui, tutto il mondo è contro di lui, un punto di vista che sembra fatto apposta per instillare una mentalità da sfavoriti nella sua squadra, ma anche un modo per “mettere le mani avanti”. Nelle conferenze stampa, un territorio dove regna sovrano, le sue risposte più “soft” possono dare l’impressione di voler sminuire il proprio interlocutore: avversari, autorità del mondo del calcio, giornalisti. Persino i suoi complimenti difficilmente vengono presi sul serio
«È il fattore Ferguson», mi aveva detto un vecchio giornalista sportivo. «Quando José inizia a essere gentile con una persona, è perché smette di vederla come una minaccia».
Mourinho sembra prendersela parecchio quando gli dico questa cosa. «No! Mi piace elogiare le persone, quando se lo meritano. Altri allenatori, calciatori… Amo dire che un arbitro è fantastico, specialmente dopo una sconfitta». Mi colpisce, devo dire, che sia così incompreso; visto che in realtà è un personaggio assolutamente impassibile. Mourinho mi guarda e non dice nulla. Poi, molto lentamente, gli affiora sul volto un enorme sorriso.

*(Intervista da St Men / The Interview People, traduzione di E. Corti, C. Lulli, E. Melideo)