Alcuni imprenditori che hanno puntato sull’export: da sinistra, Brunello Cucinelli, Alberto Bombassei (Brembo), Alessandro Benetton e Oscar Farinetti di Eataly

Tim Cook, numero uno di Apple, sapeva di avere di fronte a sé molti aspiranti imprenditori. Per questo, nel novembre scorso, intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Bocconi, si è rivolto agli studenti con un’esortazione: «Siete cittadini del mondo e la vostra voce può essere sentita attraverso tutti i continenti. Usatela!», ha detto Cook, parlando a una generazione di ventenni che ha di sicuro una marcia in più. L’esortazione del Ceo di Apple è giunta a quasi dieci anni di distanza da un altro discorso, quello che Steve Jobs, il padre fondatore della Mela, fece nel 2005 di fronte ai laureandi di Stanford: «Stay hungry, stay foolish », siate affamati, siate folli. A più di due lustri di distanza da allora, però, queste qualità celebrate da Jobs da sole non bastano più. In questo grande villaggio globale, fare l’imprenditore significa prima di tutto essere cittadini del mondo e non soltanto della patria in cui si è nati. E occorre appunto essere anche buoni interpreti della complessità del mondo.
Da quando il fondatore di Apple (scomparso nel 2011) pronunciò quelle parole, dunque, il mondo è letteralmente cambiato. La globalizzazione dei mercati si è intensificata, sono esplosi l’internet 2.0 e la telefonia mobile di nuova generazione, e c’è stata nel frattempo pure la più grave crisi economica dal Dopoguerra in avanti, alla quale l’Europa (Italia compresa) ha risposto a colpi di austerity, con tagli alla spesa e aumenti di tasse. Per certi aspetti, fare l’imprenditore oggi sembra meno difficile di prima, grazie alla potenza dei nuovi media che hanno reso il mondo iperdinamico. Nello stesso tempo, però, i Paesi industrializzati (soprattutto in Europa) stentano a ritrovare la via di una ripresa economica sostenuta e rischiano di imboccare invece la strada di un declino irreversibile che certo non favorisce chi vuole fare impresa.
Lo sa bene pure Dante Valobra, partner di Ernst&Young, nota multinazionale della revisione e della consulenza che, da quasi un ventennio, assegna in Italia (come in altri Paesi del mondo) il titolo di Imprenditore dell’anno. In qualità di responsabile dell’organizzazione di questo prestigioso premio, Valobra ha conosciuto decine e decine di capitani d’azienda e oggi non ha dubbi: le imprese che sono riuscite a guardare fuori dai confini un po’ angusti del nostro Paese hanno dimostrato di essere le migliori e le più forti.

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La pensa allo stesso modo anche Alberto Fioravanti, fondatore e presidente esecutivo di Digital Magics, incubatore di start up che, alla fine del 2015, vantava un portafoglio di ben 55 partecipazioni in aziende innovative e ad alto potenziale di crescita. «In un mondo e in un contesto economico sempre più complessi», dice Fioravanti, «un imprenditore deve prendere atto che, per ottenere e conservare il successo, non può fare tutto da solo». C’è dunque la necessità, secondo Fioravanti, di lasciare spazio alle competenze di manager e collaboratori, mentre il capitano d’azienda conserva il compito di essere leader e trasmettere a chi lavora con lui i propri valori e i propri obiettivi. È per questa ragione che l’imprenditore contemporaneo deve essere un cittadino del mondo un po’ eclettico, che conosce le lingue e le culture straniere. Ci avviamo ormai a vivere in un sistema economico dove anche un piccolo e medio imprenditore di un Paese come l’Italia dovrà far ricorso a professionalità di un’altra nazione, un sistema dove un designer di Roma, Milano o Londra lavorerà spesso fianco a fianco (o a distanza) con uno sviluppatore di app tedesco, francese o dell’Europa dell’Est e viceversa. Dove un esperto di It scandinavo potrà collaborare con qualche suo collega della Silicon Valley californiana. In questo melting pot di culture, essere folli e affamati – come intendeva Steve Jobs – significa anche essere aperti al mondo, saper integrare le diversità. Offrire il prezzo giusto, al momento giusto. A volte basta un’idea semplice come questa, per dare vita a un’impresa promettente, almeno sulla carta. L’idea è venuta a quattro giovani, tutti con meno di 30 anni: Federico Quarato, Milo Corcione, Marco Alò e Massimo Dell’Erba, che hanno fondato la DynamiTick, una delle tante start up italiane che stanno sfornando prodotti o servizi innovativi. Il “prodotto” di DynamiTick è una piattaforma, la prima in Italia, che offre soluzioni di pricing dinamico, soprattutto per il mondo dell’intrattenimento, i cinema, i teatri, i parchi giochi o gli eventi sportivi. In pratica, la piattaforma proposta da Quarato e dai suoi soci consente di fare quello che fanno già da anni molte compagnie aeree: modellare il prezzo del biglietto di un determinato evento, per esempio di un concerto o una partita di calcio, a seconda delle condizioni della domanda. Se quest’ultima è scarsa, il prezzo del ticket può abbassarsi di un po’, in modo da intercettare nuove fasce di potenziali spettatori che prima avrebbero rinunciato all’acquisto. Quando è stato sperimentato all’estero, il dynamic pricing è riuscito a far aumentare le vendite e il fatturato in quote assai consistenti, spesso superiori al 20%. Il risultato è stato raggiunto grazie a un crollo dei biglietti invenduti al botteghino, che in Italia sono tantissimi: ben 350 milioni ogni anno. Con questi numeri, insomma, un progetto come DynamiTick ha buone chance di macinare ricavi e profitti. Non a caso, l’azienda è stata prima selezionata da SpeedMiUp, l’incubatore dell’Università Bocconi, e poi è finita nel febbraio scorso nell’orbita della holding di investimenti LVenture Group, che oggi la sostiene e le ha permesso di entrare a far parte del suo acceleratore di start up di Roma, il Luiss EnLabs. La storia di DynamiTick è, però, soltanto un esempio di come in Italia si stia sviluppando una generazione di promettenti imprenditori in erba, con ben 5 mila start up innovative su tutto il territorio nazionale, secondo i dati di Unioncamere. Alcune di queste aziende hanno già iniziato a viaggiare con il vento in poppa e ricevuto riconoscimenti di prestigio. È il caso di Musement fondata da Claudio Bellinzona, Paolo Giulini, Alessandro Petazzi e Fabio Zecchini. Si tratta di un servizio che serve per prenotare esperienze di viaggio, dai concerti alle escursioni sportive, e che copre già 22 Paesi con un fatturato di oltre un milione di euro. Nel 2015, la società ha ricevuto da Ey il premio come migliore start up italiana, grazie ai tassi di crescita impetuosi del suo giro d’affari, che la potrebbero trasformare in una nuova Expedia.

A contendere il premio a Musement era stato Tannico.it di Marco Magnocavallo, dedicato alla vendita di vini da enoteca e forte di un catalogo da migliaia di etichette, che fattura (assieme a Shoppable.it) oltre cinque milioni di euro. La terza candidata è stata invece laBeMeEye del 41enne milanese Gian Luca Petrelli, che ha lanciato un’app per eseguire le ricerche di mercato nel settore dei beni di largo consumo con la modalità del crowdsourcing, cioè facendo rilevare i dati a migliaia di utenti sparsi in Europa. Ma l’elenco non finisce qui.
Persino il magazine statunitense Forbes se ne è accorto e qualche mese fa ne ha citate alcune, come esempio di un Paese che prova a rialzare la testa. Tra le aziende elogiate c’è la MusiXmatch di Max Ciociola, bolognese, che permette di consultare i testi di milioni di canzoni in decine di lingue diverse, la Waynaut del 25enne Simone Lini, che propone soluzioni di viaggio a basso costo, mixando i servizi dei mezzi di trasporti tradizionali (metro, treno e bus) a quelli più innovativi (come il car sharing e il car pooling). Sempre tra le start up promettenti, ci sono la Snapback di Giuseppe Morlino, che ha ideato un’app che consente con dei gesti o dei comandi sonori di attivare i dispositivi mobili, oppureDrexcode, una boutique online dove si possono noleggiare gli abiti delle ultime collezioni di moda.

Il migliori del decennio secondo EY 

2015
ALBERTO, PAOLO E ANDREA CHIESI
Chiesi Farmaceutici

2014
OSCAR FARINETTI
Eataly

2013
FULVIO MONTIPÒ
Interpump Group

2012
ALBERTO BOMBASSEI
Brembo

2011
ALESSANDRO BENETTON
Benetton Group

2010
STEFANO LANDI
Landi Renzo

2009
BRUNELLO CUCINELLI
Brunello Cucinelli

2008
GIAN LUCA SGHEDONI
Kerakoll

2007
LORENZO TARGETTI
Targetti Sankey

2006
ZENO SOAVE
Socotherm

OLTRE I CONFINI
«È innegabile che le aziende italiane cresciute maggiormente nell’ultimo decennio», dice Valobra, «siano proprio quelle che hanno puntato con molto coraggio e lungimiranza sull’internazionalizzazione». Per rendersene conto, basta passare in rassegna i nomi di alcuni Imprenditori dell’anno incoronati tra il 2006 e il 2015. Oscar Farinetti con Eataly, Brunello Cucinelli con le sue creazioni in cashmere, Alberto Bombassei con la Brembo o i fratelli Chiesi, titolari dell’omonima azienda farmaceutica: sono tutti fondatori o leader di aziende cresciute con tassi a due o tre cifre e divenute delle vere e proprie multinazionali tascabili, presenti in tanti mercati esteri e specializzate in settori di nicchia o in produzioni di alta gamma. Non bastano dunque la tenacia, l’inventiva, la capacità di innovare, di essere leader, l’amore per il prodotto, il realismo nel fissare gli obiettivi e tutte le altre qualità che ancora oggi, come un tempo, accompagnano l’imprenditore di successo. Nel mondo globalizzato, ci vuole un passaggio in più, un’apertura mentale che di sicuro non avevano le vecchie generazioni cresciute nel Dopoguerra e vissute in prosperità fino alla crisi iniziata nel 2007. La pensa così anche Antonella Negri-Clementi, fondatrice e amministratore delegato di Global Strategy, società di consulenza nata nel 2006 che studia le imprese del made in Italy e ha creato un osservatorio sulle pmi d’eccellenza. «Oggi, parecchi imprenditori italiani di successo non si pongono più l’obiettivo di essere dei semplici esportatori», dice Negri-Clementi, «ma hanno dovuto portare avanti dei veri e propri processi di internazionalizzazione assai più strutturati che in passato».
Se è vero che il made in Italy viene apprezzato nel mondo, infatti, per Negri-Clementi non è detto che avere buoni prodotti sia una garanzia di successo. Molti imprenditori che si sono affermati all’estero, sottolinea ancora l’a.d. di Global Strategy, «si sono resi conto della necessità di diventare anche importatori di esperienze e culture diverse, da integrare all’interno della propria azienda».