Giuria di X-factor

La giuria di X-factor

Figlia di un dio minore, l’industria discografica ha sempre avuto, fin dal suo nascere, agli inizi degli anni 50, la vocazione al martirio. A probabile causa di un complesso d’inferiorità derivante dalla ricorrente quanto superficiale accusa di fare solo “canzonette”, ha subito di volta in volta: l’ingiustificata prepotenza dei funzionari Rai quando c’era solo la Rai che poteva diffondere musica; il prezzolato decisionismo degli organizzatori di concorsi canori quando Sanremo e Cantagiro facevano vendere i dischi; la corrotta condiscendenza dei giornalisti quando le recensioni sui giornali potevano diventare determinanti per l’affermazione di un cantante; i ricatti delle radio commerciali appena esse diventavano importanti per ottenere pubblicità a pagamento; i cavilli contrattuali e le richieste esose di avvocati e commercialisti di quei pochi cantanti che ottenevano successo tra i tanti investimenti fatti in perdita, via via fino all’avvento di Internet che si è impossessato per pochi spiccioli, quando non gratuitamente, di tutto il patrimonio costruito in tanti anni di lavoro e di sacrifici, adattando a proprio vantaggio lo slogan «la musica è di tutti, la proprietà della musica è un furto».
Pensare che sarebbero stati sufficienti fin dall’inizio imprenditori più lungimiranti e consapevoli della grande importanza che ha e che ha sempre avuto la musica, per mantenere il predominio del settore su tutti quegli altri, numerosi, che usano musica nel loro esclusivo interesse fingendo allo stesso tempo di farci un favore.
La Rai, che usava quasi gratuitamente la musica di nostra proprietà per almeno l’80% dei suoi programmi, si permetteva di decidere quale canzone passare e quale no attraverso un’antiquata commissione di censura, senza che nessuno osasse dire che così non ci stavamo e che era vietato utilizzare i nostri lavori senza un paritetico accordo di reciproca soddisfazione.
E ancora, continuammo ad andare in ginocchio dagli organizzatori di festival per implorare (magari con l’apporto di qualche bustarella ben gonfia) l’accettazione di quel cantante o di quella canzone. Così come cercammo di accaparrarci la simpatia dei critici musicali sommergendoli di dischi e di tante altre attenzioni a Natale. Più o meno costose a seconda della loro importanza, per ottenere in cambio annoiate, faziose recensioni, o pesanti attacchi a tutto il settore, quasi sempre accusato di essere composto da gente senza valore e senza cultura che pensa (pensava) solo ad alzare senza nessun altro motivo, se non la voracità, il prezzo dei dischi. Argomento, questo, utilizzato a ripetizione per anni e anni senza la minima conoscenza dei reali costi di produzione che variano immensamente da prodotto a prodotto, da cantante a cantante. Di qui, la ricorrente ridicola riproduzione grafica di un disco spaccato a fette dove c’erano, senza nessuna logica, percentuali di ripartizione: tot alla stampa, tot al cantante, tot alla Siae e così via, fino a naturalmente un ampio tot al guadagno illecito e spropositato del “bieco” discografico.
Non ci fu da meravigliarsi dunque quando un sottosegretario all’economia, nel corso della trasmissione televisiva Porta a Porta , ebbe l’improntitudine di dire, senza che nessuno gli regalasse le orecchie d’asino, che era logico (e giusto) che ci fossero sul mercato i falsi, se un disco che costa va un euro (sic) veniva pagato dal pubblico 22 euro. Confondendo, come non avrebbe fatto neanche un ragazzo di scuola media da bocciare, il costo di fabbricazione con il costo totale di produzione. Per la cronaca, il geniale economista si chiama Mario Baldassarre, il suo nome vada tramandato ai posteri per descrivere le capacità dei nostri politici.
Quando poi arrivarono le radio private, o commerciali, o libere che dir si voglia, la discografia esultò, finalmente crollava l’odioso monopolio della Radio di Stato, finalmente potevamo contare su numerose emittenti per far conoscere le nostre produzioni. Archi di trionfo, dischi omaggio a più non posso, licenza di trasmetterli 24 ore su 24 senza nessun compenso, anzi…
Man mano che queste radio diventavano importanti grazie soprattutto a noi, crescevano le pretese. Nacquero così i “contratti pubblicitari quadro”: tu mi dai 100 milioni di lire all’anno e io ti passo le tue canzoni. Sempre più soldi alle radio sempre più affamate: oltre alla pubblicità mi dai le co-edizioni, le royalties sui dischi, nacquero perfino etichette discografiche di proprietà delle emittenti, al posto di una Rai riuscimmo a creare cento Rai, finché non diventarono così ricche da non avere più bisogno dei nostri pochi soldi, e ora comandano in tutto: mi passi questa canzone? No, non rientra nel nostro target. Allora non faccio il disco. Succubi dei Linus (direttore artistico di Elemedia, ndr) e dei Suraci (Lorenzo, presidente di Radio 102,5, ndr).
Oggi l’industria discografica è in fase di pre-fallimento, rimangono poche multinazionali che stanno limitando i danni, e le ricche sedi al centro della città vengono abbandonate per pochi locali più servizi in periferia. Non c’è quindi neppure più il discografico, i cantanti vengono scoperti, educati e lanciati da Simona Ventura, da Maria De Filippi, da Morgan, che non avendo avuto soddisfazioni da cantante è diventato popolare come giudice di gare canore e produttore di concorrenti. Che emozione vedere la Ventura che segue con le cuffie la ritmica del brano e decide sull’interpretazione del cantante e gli sceglie perfino il repertorio! Si vede che così le hanno detto che fanno i veri musicisti, per seguire meglio i vari strumenti dell’arrangiamento.
È giusto che la discografia muoia. Non è riuscita a far capire a nessun politico, a nessun opinionista, a nessuna lobby, che la musica è cultura, al pari della letteratura e delle arti figurative, sia che si tratti di una sinfonia o di un’opera lirica, sia che si tratti di una canzone pop o di jazz. Perciò il disco continua a pagare l’odioso balzello dell’Iva al 20% come si trattare di qualsiasi merce di lusso o di tempo libero. In Italia la musica classica diventerà merce protetta come le foche monache e non avrà neppure l’appoggio del Wwf, mentre i pianoforti tra qualche anno si potranno esaminare nei musei, come uno strumento che si studiava nell’antichità.
Mentre gli autori scompariranno per mancanza di sostentamento, resteranno quei pochi cantanti di grande successo che dovranno continuare a fare dischi non tanto per venderli quanto per avere promozione per i loro concerti e per fare da testimonial negli spot televisivi. Non avranno più produttori artistici o consigli da musicisti ma saranno circondati da avvocati, commercialisti, esperti finanziari, società nei paradisi fiscali.
L’ultima speranza nata qualche anno fa era che il mercato dell’e-commerce e del download avrebbe sostituito il mercato del disco, o almeno avrebbe compensato la diminuita cifra d’affari realizzata con la vendita dei dischi nei negozi. Ebbene, anche in quest’ultimo caso la propensione al martirio della discografia ha avuto il sopravvento, e anche in questo caso siamo diventati succubi dei vari portali o siti sparsi ovunque nel mondo, e abbiamo svenduto il nostro prodotto, eppure fondamentale e indispensabile per lo sviluppo di Internet, per qualche briciola che ci permetterà di vivere stentatamente ancora per qualche anno, pensando come sempre abbiamo fatto, al vantaggio immediato senza preoccuparsi delle conseguenze per il futuro. Un’altra occasione persa (e partivamo da una posizione privilegiata che ci rendeva fortissimi), se solo pensiamo allo scempio fatto alla musica dai telefonini e dagli spot pubblicitari, e se è vero che al peggio non c’è mai fine, ora stiamo arrivando veramente al fondo, oltre il quale c’è da andare solo sotto terra.

Le cifre
178 milioni di euro - Il fatturato dell’industria discografica italiana nel 2008
-21% - Perdita sul fatturato vs 2007
Fonte: Fimi