Oscar Luigi Scalfaro © Presidenza della Repubblica

Avevo 27 anni quando fui eletto all`Assemblea costituente: si chiudeva un lungo e sofferto periodo senza alcuna vita politica per questo nostro Paese. Tante volte mi è stata rivolta la domanda se mi sentivo consapevole di partecipare a un fatto storico di eccezione che prese atto della fine sanguinosa della dittatura fascista.
La condanna della dittatura nacque in noi negli anni del liceo. Il confronto con le vere democrazie risultava pesantemente negativo per un regime autoritario: nessun diritto di voto per i cittadini, quindi nessuna partecipazione alla vita politica della comunità; nessuna possibilità di scegliere tra forze politiche diverse, e nessuna presenza di un sindacato libero e autorevole. Questa condanna della dittatura si aggravò dentro di me quando sentii affermare, dalla dottrina della dittatura stessa, che la persona umana non può essere titolare di diritti primari perché proprietario ne è solo lo Stato. I principi di libertà e di democrazia si presentarono a noi giovani con la voce e l`esperienza di persone che avevano sofferto la dittatura e avevano già pagato il prezzo dei valori che ci accingevamo a scrivere nella nostra Carta fondamentale.
Sento a 92 anni il peso e la gioia di questo cammino fatto tante volte di piccole conquiste e anche di grandi delusioni. Tra le mie esperienze la riforma alla Costituzione del 2006, operata con una semplice maggioranza di governo del centrodestra e con autentiche aggressioni ai principi fondamentali del diritto. Rimase per me bruciante l`ipotesi che al capo dell`esecutivo fosse riconosciuto il potere di sciogliere il Parlamento, licenziando il potere legislativo: autentica follia di incostituzionalità.
Eppure nessuno di coloro che hanno sostenuto queste tesi aberranti ha riconosciuto l`errore e mutato pensiero. Di qui la mia convinzione che ancora oggi la nostra Carta costituzionale vive il pericolo di altre aggressioni che diventano facili quando le modifiche, che pure sono essenziali e su alcune delle quali vi sono già convergenze molto interessanti, non si muovono nell`esclusivo interesse del popolo italiano. La Carta non è intoccabile.
L`importante è che ogni modifica abbia, da parte del Parlamento, un`approvazione che coinvolga largamente le forze dell`opposizione e che sia sempre e soprattutto a servizio e a utilità del popolo italiano. Molto grande fu l`apporto del pensiero, della esperienza, della vita della Chiesa. Conoscevamo anche l`attento e prudente lavoro svolto dal padre Martegani di Civiltà Cattolica e avevamo tante volte parlato e discusso con il padre Messineo certamente esponente autorevole della destra politica, uomo dotto e limpido nelle sue posizioni sempre assai motivate. Sì, la democrazia, per i cattolici e per una vasta area dell`Assemblea costituente, non fu mai accettazione arida di un metodo, di una procedura, ma espressione di convinzioni profonde, e soprattutto vita, sentimento e testimonianza umana e vera di un modo di pensare, di essere e di operare. Di qui la gioia di constatare, nel testo definitivo, tanti messaggi, tanti segni vivi e operanti, di pensiero cristiano. Mai però vi fu rivendicazione di primogenitura da parte del mondo cattolico. Mai. La Carta costituzionale nasceva da un fecondo incontro di mondi diversi, di filosofie, di tradizioni diverse, ma nasceva per tutti indistintamente e ciascuno doveva sentirsi interpretato da quel documento scritto da italiani per gli italiani, per ogni italiano.

* da Avvenire di martedì 10 gennaio 2012