Il futuro dell’Italia nel segno di Dante

Nato a Firenze nella primavera del 1265 e battezzato come Durante di Alighiero degli Alighieri, Dante Alighieri morì esule a Ravenna nel settembre del 1321. Quest’anno ricorrono i 700 anni dalla sua scomparsa (foto © Getty Images)

Una mia insegnante di liceo, di quelle legate ai tempi che furono, come dire, un po’ retrò, quando vedeva alunni piuttosto vivaci, e – a suo dire – del tutto inconsapevoli di se stessi, sciamare rumorosi nei corridoi o nel cortile dell’istituto, commentava piccata: «Per calmarli, gli farei studiare almeno un’ora di Divina Commedia  al giorno». Al che il mio insegnante di filosofia, un giovane esperto di arti marziali, quando noi studenti gli riferimmo la “cura” che la sua collega di lettere classiche avrebbe volentieri prescritto a quegli scalmananti, commentò sorridendo: «Anch’io farei lo stesso, ma per un obiettivo esattamente opposto».

Dante è così, universale. Ma non per questo contraddittorio, bensì sfaccettato, e – come direbbe qualcuno – umano troppo umano, e quindi il Primo degli italiani. Ci sono autori che risentono dell’incedere del tempo che passa, non lui. Anche l’immagine del suo volto immortalata da Sandro Botticelli, con tanto di espressione accigliata e naso aquilino, di rosso vestito e corona di alloro, ha attraversato i secoli fino a diventare iconica, un emblema della sua epoca e di una certa Italia. Quasi un brand…

Sono esattamente sette i secoli che ci separano dalla morte di Durante di Alighiero degli Alighieri, per “amici e conoscenti”, Dante Alighieri: nato in quel di Firenze tra il 21 maggio e il 21 giugno 1265, e morto esule a Ravenna, nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Perché se qualche secolo dopo Leonardo da Vinci riuscì a riassumere in se stesso e nella sua opera l’indole creativa (e mai completamente smarrita) degli abitanti della Penisola, Dante fu colui che diede anche al genio vinciano la possibilità di esprimersi nell’unica lingua – il volgare –, che fu il primo elemento unificante di quella che diventerà – quasi cinque secoli e mezzo dopo – la nazione italiana. Questo perché colui che per antonomasia viene considerato Sommo, non fu tale solo in quanto poeta (e che poeta!), ma perché allo stesso tempo seppe essere scrittore, filosofo, teologo, politico, diplomatico, linguista, etc, nome tra i più illustri e insigni non solo della nostra letteratura– il che non sarebbe già poco vista la primogenitura tutta italiana (ed ellenica) della cultura classica – ma addirittura mondiale. Per dire, il numero delle persone che studia la lingua italiana nel mondo è cresciuto costantemente negli anni, e in molti casi la ragione è che i più amerebbero leggere la sua Commedia , definita in separata sede Divina  (copyright Giovanni Boccaccio), nella lingua madre…

L'articolo continua sul numero di Business People aprile

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