Antonio Zulianello

Antonio Zulianello

Gli studi di Sky Tg24 , il Museo Ca’ Foscari di Venezia e negozi come il Benetton Store di Piazza Duomo a Milano, quello firmato Diesel in Piazza di Spagna e l’Ikea di Bari. Senza dimenticare il 59% delle sale cinematografiche italiane e migliaia di scuole in tutta la Penisola. Cosa hanno in comune? Una sola parola: Nec. Se il nome di questa azienda vi dice qualcosa, ma non sapete bene di cosa si tratti, non vi preoccupate. Lavorando per il settore professionale, l’offerta display della multinazionale giapponese – che conta 150 mila dipendenti nel mondo e quattro aree di business (Tlc, informatica, componentistica ed energia) – è poco conosciuta al grande pubblico, ma ha trovato terreno fertile dentro e fuori dalle aziende. «Lavoriamo con tutti, in maniera trasversale: dalla casa di moda alle imprese che producono cemento», conferma Antonio Zulianello, General Manager Italy & Southeast Mediterranean Display Solutions Division di Nec. Ma perché puntare proprio sui dispositivi Nec? «Nel caso di Sky Tg24 , ci hanno scelto perché sono molto attenti ai dettagli e la fedele riproduzione del rosso, che hanno scelto per l’ambientazione del loro studio, l’hanno trovata solo sui nostri monitor». Un semplice aneddoto, ma che evidenzia come gli schermi, ormai, non assolvano più solo la funzione di trasmettere un’immagine. Il digital signage, lo schermo inserito in un negozio o un centro commerciale, oltre a dare informazioni, deve essere anche in grado di fornire strumenti di analisi ai gestori e, al tempo stesso, trasmettere emozioni. «Oggi se in un qualsiasi ambiente in cui entriamo riscontriamo staticità – dal display all’arredamento – rimaniamo indifferenti. E se il pubblico rimane indifferente, chi vende sta sbagliando il suo mestiere. Non basta piazzare un monitor, bisogna anche essere in grado di trasmettere sensazioni», aggiunge.

E come trasmetterle?
Faccio un esempio. Quando abbiamo iniziato a dialogare con Diesel per il nuovo store di Roma la loro richiesta non è stata «ci serve un monitor», ma «come facciamo, con questi monitor, a rendere il negozio interessante?». Fornendo non solo gli schermi, ma anche consulenza, abbiamo quindi rivestito completamente l’ingresso con i nostri display che, invece di trasmettere le immagini dei loro prodotti, sorprendono il pubblico con il linguaggio della video arte.

E all’interno dell’azienda? Quanto conta il digital signage?
Anche lì sta cominciando a diffondersi. Diciamo che un po’ di anni fa questo processo di comunicazione toccava esclusivamente l’area mensa, dove si posizionavano i display per “intrattenere” i propri dipendenti. Oggi i monitor vengono installati anche nei corridoi aziendali, in questo modo si possono enfatizzare certi concetti, che prima si potevano comunicare solo via mail. I display vengono utilizzati anche per presentare la propria impresa. Una multinazionale del cemento, leader nel settore, ha utilizzato dei videowall all’interno della reception per creare una vera e propria scenografia. Anche un’azienda di questo tipo ha bisogno di presentarsi ai clienti, e questi sono atti di forza a tutti gli effetti.

Parlando di aziende, come va il mercato dei monitor?
Con la diffusione dei tablet e dei notebook, il mercato degli schermi per desktop sta crollando, con perdite fino al 40% anno su anno. Mi ne sta soffrendo soprattutto chi ha focalizzato la produzione su prodotti di massa, che trovi al supermercato. Nelle aree dove storicamente lavora Nec, come marketing, gestionale, accounting e planning, il mercato è in crescita. In queste aree c’è ancora bisogno di monitor desktop e spesso, aumentando dimensioni ed ergonomia dei display, si aumenta la produttività.

Negli anni i display sono cambiati, nelle forme e dimensioni. Quale sarà la prossima frontiera?
A livello tecnologico ci sono molte cose già disponibili, ma a volte non sono vendibili per costi di produzione o percezione del pubblico. Noi, ad esempio, abbiamo annunciato il primo schermo curvo sei-sette anni fa ma, rivolgendoci all’ambito professionale e non consumer, non abbiamo portato avanti il progetto. Quello su cui bisognerà puntare, invece, è il concetto del “monitor di carta”, schermi a led, malleabili, che si adatteranno alle superfici. Un’altra tendenza è la videoproiezione via laser, che garantisce costi di gestione più bassi e una rappresentazione video mai vista prima. Il cinema, oggi, è il primo a sfruttare questi benefici, ma da settembre saranno anche a disposizione del mercato business. In genere, non sono le aziende a scatenare il mercato, ma viceversa. Il digital cinema si è diffuso da sei-sette anni, ma in Nec le prime presentazioni le ho viste vent’anni fa. Se non sbaglio, la stessa Apple ha iniziato a ideare il primo tablet 15 anni fa, ma l’ha lasciato da parte perché il pubblico non era pronto; è rimasto lì nel cassetto e, al momento opportuno, c’è stato il boom. Nec è un’azienda che registra circa 300 brevetti annui. Quando il mercato è maturo, siamo pronti a cavalcare l’onda.

In questo scenario, qual è la vostra ambizione?
Ci stiamo muovendo principalmente in due direzioni. Innanzitutto, non vogliamo più vendere solo hardware, ma offrire soluzioni a 360 gradi nell’ambito dei display. Inoltre, puntiamo ad avvicinarci sempre di più all’utente per comunicare direttamente le caratteristiche e le grandi possibilità che offrono i nostri dispositivi.

LA RIVOLUZIONE BIANCA

 

Il prodotto c’è, ma non si vede. Il logo? Va in secondo piano, deve quasi sparire. Sembra una follia di marketing, ma è la strategia portata avanti da Nec per la sua linea di videoproiettori, fra i prodotti di punta dell’offerta della multinazionale giapponese. Prima i proiettori erano neri e, montati sul soffitto, «erano come un pugno in un occhio», ricorda Antonio Zulianello. «Il proiettore bianco è stata una rivoluzione Nec, poi siamo stati imitati da altri produttori». Esattamente dieci anni fa l’azienda si è affidata a Naoto Fukasawa per rinnovare la sua gamma, e la linea creata dal designer viene portata avanti ancora oggi. «La scarsa visibilità è una scelta strategica», aggiunge Zulianello. «Vogliamo che l’oggetto si armonizzi il più possibile con l’ambiente, perché l’importante non è il videoproiettore, ma l’immagine che vuoi trasmettere.