Romano Benini

Per lo scienziato, semmai, la vera crisi era dovuta all’incompetenza. «L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito».
Dal 2007 a oggi la Germania ha aumentato del 25% i suoi investimenti nel cosiddetto Indice di sviluppo umano (indicatore di sviluppo macroeconomico messo a punto nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq e utilizzato dall’Onu a partire dal 1993, insieme al Pil, per valutare la qualità della vita) ed è passata dal 25° al quinto posto nel ranking mondiale. L’Italia ha mantenuto inalterati gli investimenti rispetto a sette anni fa ed è così retrocessa dal 17° al 25° posto.

«La Germania è sempre più forte e competitiva, perché ha investito sulle competenze e puntato sulla qualità del lavoro, sul capitale umano. L’Italia se ne è invece dimenticata e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti». L’unica speranza per uscire dallo stallo in cui siamo piombati, soprattutto sul fronte dell’occupazione, spiega Romano Benini, direttore del master in Management dei servizi per il lavoro della Link Campus University di Roma, consulente di diverse istituzioni pubbliche e agenzie per il lavoro italiane, e coordinatore di alcuni progetti europei per lo sviluppo occupazionale, «è pensare a un diverso modello di crescita che ponga lo sviluppo umano come base del progresso economico». Un concetto caro a Benini, al centro infatti della sua ultima fatica letteraria, Nella tela del ragno. Perché in Italia non c’è lavoro e come si può fare per crearlo, pubblicato da Donzell.

In quale modo l’Italia può cercare di arginare il problema della disoccupazione?
In Germania il tasso di disoccupazione giovanile è quattro volte più basso rispetto all’Italia. Tutti i Paesi del Vecchio Continente, a eccezione del nostro, Grecia e Spagna, hanno più occupati di dieci anni fa. La crisi del lavoro, dunque, non riguarda l’Europa, come viene spesso sbandierato, ma solo alcuni Stati, Italia compresa. Quel che non è chiaro, soprattutto alla nostra classe dirigente, è che il Paese non sta attraversando una crisi passeggera, quanto un passaggio epocale della sua storia economica e sociale. Come ha potuto il Paese ritrovarsi in questa situazione drammatica? Per un motivo molto semplice: non è stato fatto quello che la crisi chiedeva di fare, ossia rivedere completamente le nostre politiche del lavoro. In Italia il sistema dei servizi d’intermediazione all’ingresso del mercato occupazionale, considerando sia il pubblico sia il privato, garantisce tra l’8 e il 9% della nuova occupazione. In Francia la percentuale arriva al 40%, in Germania al 50%, in Olanda all’80%. Non è un caso che, a casa nostra, gli strumenti che meglio funzionano per trovare lavoro rimangano le relazioni familiari, amicali, le raccomandazioni.

Quale strada allora è oggi percorribile per uscire dallo stallo in cui siamo piombati?

Nella tela del ragno

Edito da Donzelli, Nella tela del ragno approfondisce i temi di questa intervista. Secondo l’autore, il lavoro è al centro della lunga crisi che opprime l’Italia. Se nella prima parte del volume esplora i problemi che “immobilizzano” il Paese, nell’ultima delinea alcune possibili vie d’uscita

Dobbiamo cambiare abitudini ormai consolidate, non possiamo pensare di continuare a creare occupazione con lo stesso modello di 30 anni fa, fondato su bassi salari, sgravi fiscali e tanta flessibilità in entrata. I risultati di questa politica sono stati disastrosi. Pensare di creare occupazione con bassi investimenti nel capitale umano è errato, perché il nostro sistema economico non vive più di produzioni di beni di massa, ma di prodotti e servizi di qualità. Per questo è importante investire nella formazione e dare vita a un adeguato sistema di servizi, politiche e incentivi, capace di restituire ai cittadini un ruolo attivo, partendo dalla scuola sino alla pensione

La formazione, dunque, potrebbe giocare un ruolo centrale in questo processo di riqualificazione del lavoro?
Nel 2013 la Germania ha investito 1.700 euro per accompagnare ogni disoccupato nel percorso di reingresso nel mercato del lavoro, con una spesa complessiva di 11 miliardi di euro e con la regia di un’agenzia nazionale dove operano 80 mila orientatori. In Francia la spesa scende a 1.400 euro e il centro per l’impiego statale ha alle sue dipendenze “solo” 60 mila orientatori. E in Italia? La spesa raggiunge la mirabile cifra di 74 euro e gli orientatori del settore pubblico sono 7 mila, in maggioranza precari. Non male. Eppure le risorse a disposizione delle politiche del lavoro non sono poche. Nel 2013 lo Stato ha speso 25 miliardi di euro per le politiche del lavoro. Di questi, 21 miliardi sono stati utilizzati per i trattamenti di disoccupazione, per politiche dunque passive, non orientate alla riqualificazione professionale dei senza lavoro. Una politica fallimentare su tutti i fronti. L’Italia è l’unico Paese in Europa in cui chi perde il lavoro non ha diritto a un sussidio subordinato alla partecipazione a interventi di formazione e di inserimento nel mercato occupazionale. Per questo è opportuno introdurre una tutela a livello costituzionale anche per i disoccupati e non solo per la tutela e la sicurezza di chi ha già il lavoro. Sono in attesa che su questo punto il Governo Renzi dia un segnale chiaro, perché si tratta di una delle garanzie fondamentali su cui si dovrebbe fondare il diritto di cittadinanza.

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L’Italia spende ogni anno cifre molto alte per la formazione, soprattutto nei progetti finanziati con fondi strutturali europei. Cosa non funziona?
Il vero cuore del problema è proprio questo: i finanziamenti europei finiscono per far lavorare i formatori più che i formati. Nel 2001 la riforma del Titolo V varata dal Governo D’Alema ha affidato alle Regioni la gestione delle risorse per la formazione e il reintegro dei lavoratori, togliendo così all’autorità centrale il controllo delle politiche in materia di occupazione. Il risultato: in Italia esistono 20 sistemi differenti, alcuni più pregevoli, altri meno, e soprattutto manca il coordinamento, un indirizzo generale. Nessuno tra l’altro valuta qual è l’efficacia di tali progetti. Le politiche del lavoro non possono essere gestite esclusivamente dalle Regioni, enti che dovrebbero essere soprattutto chiamati a occuparsi di sviluppo locale.

Vengono in mente le difficoltà di applicazione della Garanzia Giovani.
È il classico programma d’inserimento nel mercato del lavoro dei giovani finanziato dall’Unione Europea, un ottimo strumento, molto utile in un momento difficile come quello che stiamo vivendo. Per questo il ministro Poletti ha fatto bene a rompere gli indugi e far partire il piano anche se molte Regioni non erano pronte. L’implementazione è stata, infatti, affidata a loro, anche in questo caso senza un sistema nazionale di riferimento. E così oggi abbiamo tante Garanzie Giovani regionali, alcune molto diverse tra loro nei tempi, nelle modalità e negli strumenti attivati. Per questo sono molto perplesso: dopo 12 anni di attuazione del Titolo V sembrava evidente a tutti la necessità di trovare un diverso equilibrio nelle competenze e responsabilità tra Stato, Regioni ed enti locali sui temi del lavoro e della formazione, in grado di misurare e valutare i risultati e di avere una strumentazione di riferimento più condivisa e solida. Se nessuno mette in discussione quanto non funziona è certo che il declino del lavoro italiano è destinato a proseguire.