Fatima Habibeddine

Nata a Marrakech, Fatima Habibeddine si è trasferita in Italia da bambina, insieme ai genitori. Votata a Londra dopo gli studi universitari, nella capitale inglese ha conseguito un Mba con l’Escp Europe per poi seguire un master professionale in Islamic Banking and Finance alla Global University of Islamic Finance di Kuala Lumpur. Oggi vive a Londra e lavora come consulente di finanza islamica, economia halal e relazioni con il mondo arabo

Dal 2009 la finanza islamica è cresciuta in media con un tasso annuale del 16% e i suoi asset hanno superato, alla fine del 2014, i 2 trilioni di dollari. La gran parte di questo patrimonio è costituito da risorse economiche bancarie, da sukuk, certificati di investimento simili alle obbligazioni convenzionali, fondi islamici e dall’industria del takaful, le assicurazioni islamiche. Attualmente nel mondo operano, in oltre 70 Paesi, circa 700 istituzioni che vendono questi prodotti, comprese le più importanti banche occidentali. Le regioni dove tale sistema è più radicato sono gli Stati del Gulf Cooperation Council (Gcc), ovvero Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar, e poi altri Paesi in Asia e Africa.

In Europa la finanza islamica ha iniziato a muovere i suoi primi passi soprattutto in Inghilterra, dove sono oggi operative una banca retail (Al Rayan Bank, di proprietà qatariota, dovrebbe aprire presto una filiale in Francia) e alcuni istituti finanziari d’affari, e dove i più importanti studi legali e le società di consulenza hanno da tempo attivato divisioni dedicate. Nel 2014, tra l’altro, la Gran Bretagna, primo Paese non islamico a emettere un titolo di questo tipo, ha lanciato il suo primo sukuk sovrano. A luglio, poi, ha aperto a Francoforte, in Germania, la prima banca islamica tedesca, la Kt Bank, di proprietà della turca Kuveyt Turk.

Anche in Italia qualcosa si sta muovendo (Azimut Holding ha lanciato un fondo sukuk nel 2013), molto però rimane da fare, soprattutto sul fronte legislativo, perché questo mercato possa prender piede nel nostro Paese. Per capire meglio quali sono i principi su cui si fonda tale economia, quali sono i suoi tratti distintivi e le ragioni del suo successo, Business People ha incontrato Fatima Habibeddine, fondatrice e direttore responsabile della prima rivista online dedicata all’economia islamica in Italia (lafinanzaislamica.it) «pensata», spiega, «proprio per avvicinare il lettore tricolore ai principi di un sistema economico emergente, di cui in genere si sa poco, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di adottare strumenti alternativi a quelli tradizionali ».

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«LA PROPOSTA VALORIALE DI QUESTO TIPO

DI FINANZA PUÒ TROVARE FAVORE PRESSO

IL PUBBLICO AL DI LÀ DELLA FEDE PROFESSATA»

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Quali sono i principi su cui si fonda la finanza islamica?
La finanza islamica è caratterizzata da investimenti asset-backed e di condivisione del rischio. Per questo è un ottimo strumento di finanziamento per le pmi, oltre che per le grandi realtà economiche. I principi coranici, infatti, sono chiari in merito all’utilità individuale e collettiva che le transazioni economiche Shariah-Compliant devono avere al fine di definirsi tali. La sua seconda caratteristica è la proibizione della speculazione, dell’azzardo (maysir) e dell’incertezza (gharar) nelle transazioni, contestualmente all’applicazione del tasso di interesse (riba) anche se in percentuale minima. Questi elementi, insieme al modello di risk-sharing, minimizzano la possibilità di rischi sistemici, rendendo le transazioni più sicure rispetto a quelle convenzionali. La finanza islamica risponde quindi sia alle regole del mercato sia ai principi del Corano. Nel suo sistema non sono permessi investimenti in settori considerati riprovevoli dalla religione islamica: in tal senso, non solo non immette risorse finanziarie nell’industria degli alcolici o delle carni non considerate lecite per questioni di natura religiosa, ma anche nei settori del gioco d’azzardo, del tabacco, della pornografia e degli armamenti, solo per citarne alcuni. Si pone così come lo strumento ideale per promuovere l’inclusione finanziaria tra le popolazioni musulmane in tutto il mondo, non solo nelle città ma anche nelle campagne, e si rivolge anche, con una proposta valoriale molto forte, a tutte quelle persone non necessariamente di fede islamica che hanno a cuore l’aspetto etico e di responsabilità sociale dell’agire economico. Per tutti questi motivi, tale mercato è cresciuto in maniera solida e sostenuta negli ultimi tre decenni, guadagnandosi un’ottima reputazione in tutto il mondo.

Qual è lo stato di salute dell’economia halal?
La stabilità della Malesia e dei Paesi del Gulf Cooperation Council avrà un effetto positivo sul settore economico islamico, permettendogli di continuare a crescere nei prossimi anni in maniera sostenuta. Il 2014 è stato un momento storico per la finanza islamica: il 25 giugno scorso la Gran Bretagna ha lanciato il suo primo sukuk sovrano del valore di 200 milioni di sterline e in una sola mattina ha ricevuto ordini pari a ben 2,3 miliardi, dimostrando un grande interesse da parte di investitori da tutto il mondo. Nel corso dell’anno il Lussemburgo ha invece emesso il primo sukuk sovrano in euro. Queste iniziative hanno messo in luce il ruolo chiave dei governi per lo sviluppo e la diffusione del settore.

L’obiettivo del vostro magazine, ho letto, è sostenere l’apertura del sistema italiano agli strumenti della finanza islamica. Qual è a oggi la sua penetrazione nel tessuto economico del Paese?
La finanza islamica è aperta a tutti, senza discriminazioni di natura confessionale o di altro genere. Mi spiego: vi è senz’altro un interesse dovuto a motivi culturali e di fede da parte dei cittadini italiani musulmani, che certamente si tradurrà in una scelta anche economica non appena se ne presenteranno le condizioni. È importante sottolineare, però, che la proposta valoriale di questo tipo di finanza può trovare accoglienza presso un pubblico più ampio, che va al di là della fede professata. Tra le più grandi istituzioni finanziarie che offrono prodotti islamici, è bene ricordarlo, troviamo – solo per citarne alcune – Hsbc, Bnp Paribas, Citigroup, Ubs e Deutsche Bank, ovvero i più importanti attori dello scenario internazionale. Anche il Vaticano, in un articolo pubblicato nel 2009 dall’Osservatore Romano , invitava le banche occidentali a prendere esempio dai principi etici che sono alla base della finanza islamica per «avvicinarsi al vero spirito di servizio che dovrebbe contraddistinguere ogni servizio bancario».

Che cosa potrebbero e dovrebbero imparare gli imprenditori italiani da questa filosofia di investimento?
Rappresenta un’ottima opportunità per creare ricchezza e contribuire a rilanciare l’economia dell’Italia. Negli ultimi anni, anche i media locali hanno più volte messo in luce l’ingente liquidità proveniente dai Paesi dell’area del Gulf Cooperation Council, soprattutto grazie alle importanti risorse naturali di cui dispongono, in primis gas e petrolio. Questi investitori sono musulmani e, molti di loro, preferiscono mettere i loro soldi in progetti e prodotti Shariah-Compliant, di cui Stati come il Regno Unito, il Lussemburgo, la Francia e la Germania si stanno dotando, avendo colto le opportunità che celano. Oggi, più che mai, è necessario consolidare le relazioni economiche con quell’area geografica non solo tramite l’esportazione dei prodotti del made in Italy, ma cogliendo anche le occasioni di investimento e finanziamento tramite l’introduzione di strumenti Shariah-Compliant. Inoltre, le istituzioni italiane dovrebbero cercare di integrare la comunità islamica tricolore, ormai inserita a tutti gli effetti nel tessuto sociale ed economico del Paese, anche sotto il profilo finanziario. Parliamo di più di 2 milioni di persone, spesso restie a interagire con il sistema finanziario convenzionale se non quando è strettamente necessario, poiché esso non rispetta i principi dell’etica coranica. Così trova ben poche opportunità per investire il proprio risparmio in Italia. Ma ne avrebbe bisogno, anche solo per soddisfare quelle esigenze basilari che sono proprie di tutti i cittadini, come l’apertura di un mutuo o l’avvio di un finanziamento per l’acquisto di un’automobile. Per questo sarebbe importante sostenere la diffusione di strumenti finanziari halal e, dunque, leciti dal punto di vista islamico.

Quali difficoltà incontra la finanza islamica a operare in Italia dal punto di vista legislativo?
Uno studio realizzato dalla Consob nel 2014, La finanza islamica nel contesto giuridico ed economico italiano, sottolinea che non vi è alcuna necessità di formulare regole specifiche per rendere compatibili i prodotti e i servizi di questo settore con l’ordinamento italiano. Il discorso è diverso per l’aspetto fiscale, dove i prodotti finanziari islamici richiedono uno specifico inquadramento. Faccio un esempio: per finanziare l’acquisto di una casa, uno degli strumenti utilizzati è la Murabaha che prevede che sia la banca ad acquistare il bene per conto del suo cliente e di rivenderglielo poi ad un prezzo pari al suo costo aumentato di un margine di profitto predeterminato. Questa operazione in Italia è soggetta ad una doppia tassazione e, dunque, il costo finale del bene diventa troppo alto e non competitivo rispetto ad un prodotto simile, acquistato tramite un finanziamento tradizionale.

Ci sono ambiti che offrono maggiori opportunità sviluppo per la finanza islamica in Italia?
Le occasioni sono numerose, dai sukuk agli strumenti islamici per la raccolta di fondi, fino ai prodotti destinati al mercato retail. Altri settori che hanno ampi margini di crescita sono, per esempio, il turismo e l’alimentazione halal. I viaggiatori provenienti dalle aree del Golfo e dai Paesi dal Sud-Est asiatico, in genere ricchi o comunque benestanti, continuano ad aumentare: un’accoglienza halal permetterebbe di soddisfare le loro esigenze e di sviluppare nuove opportunità di business nel Paese. Inoltre, lo stile italiano è molto conosciuto e apprezzato in tutto il mondo arabo da parte di una classe media sempre più numerosa e dalle fasce più abbienti della popolazione: molti comparti del made in Italy sono dunque candidati ideali, da un punto di vista etico, per gli investimenti della finanza islamica.