Primi passi nel coding: la storia della start up Primo Toys

Insegnare ai bambini in età prescolare a programmare il linguaggio informatico, prima ancora che a leggere. Il tutto senza computer, ma con un giocattolo dal tocco vintage, approvato anche dagli educatori della scuola montessoriana. È l’obiettivo messo a segno da Filippo Yacob, 29 anni, designer e imprenditore. Nel 2013 ha fondato la start up Primo Toys, di cui oggi è Ceo, con Matteo Loglio, Head of Design. Insieme a loro, ha avuto, e svolge tuttora, un ruolo importante Valeria Leonardi, co-founder del progetto e Coo della giovane impresa.
Un team vincente, che, con il supporto di ulteriori profili professionali e creativi, ha realizzato il pluripremiato Cubetto: un robot di legno pensato per introdurre i piccoli dai tre ai sei anni al coding. Si tratta, dunque, di uno strumento di apprendimento, privo di schermo e dotato di una consolle fisica con un set di 16 fori e una manciata di tessere colorate. Ogni blocco indica al piccolo giocatore una direzione da prendere o un’azione da eseguire: una volta messe in fila, le istruzioni riproducono la struttura classica di un software qualunque.

A un anno dal lancio, il vostro toy hi tech ha vinto il Leone nella categoria Product Design al Festival internazionale della creatività di Cannes, la scorsa estate, ed è stato esposto al Moma di New York e al Mit. Quali altri risultati avete raggiunto?
Il 2016 è stato un anno pieno di soddisfazioni. A gennaio 2017 ho avuto l’onore di essere menzionato da Forbes nella lista europea dei “30 under 30”, nella categoria Social entrepreneurs . Prima ancora, abbiamo ricevuto apprezzamenti anche da Time Magazine . Ci hanno conferito il Red Dot Design Award - “Best of the Best” a Singapore. Abbiamo una sede a Londra, un ufficio a Tokyo e uno a Seoul, dove l’interesse per il coding sta esplodendo. Vendiamo Cubetto in oltre 90 Paesi. Abbiamo una struttura di manifattura a Shenzhen, in Cina, con 42 dipendenti che costruiscono e spediscono il gioco in tutto il mondo, e due centri di distribuzione in Olanda e negli Usa. A marzo del 2016 abbiamo lanciato il prodotto con la campagna Ed-Tech più grande nella storia di Kickstarter, raggiungendo 1,6 milioni di dollari in sales in meno di 30 giorni. Negli ultimi 12 mesi, le vendite hanno registrato un aumento del 20% mese su mese. Un aspetto di cui andiamo molto fieri è di essere una società in crescita che non dipende da investimenti esterni.

Avete però beneficiato dell’appoggio di illustri sostenitori. Una di loro risponde al nome di Randi Zuckerberg, sorella di Mark, numero uno di Facebook. In che occasione vi siete incontrati?
L’abbiamo conosciuta nel 2015 a San Francisco, dove ho vissuto quattro mesi per sviluppare la versione finale di Cubetto. Ci siamo trovati d’accordo sull’importanza dell’apprendimento delle basi della programmazione in età prescolare a livello globale. Si è immediatamente offerta di investire nel nostro progetto.

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Valutereste di vendere la start up a una multinazionale?
Assolutamente no. Caso mai, in futuro acquisteremo noi uno di quei colossi... Ritengo sia il momento giusto per una nuova azienda di giocattoli con valori solidi. Entro il 2020 vogliamo avere una sede in tutti i continenti, con un Cubetto in ognuno dei 2,5 milioni di centri di apprendimento e infanzia sparsi a livello globale, e in altrettante abitazioni con bambini. Stiamo costruendo partnership con distributori, governi, catene di scuole private, operatori leader nell’educazione e ed editori specializzati per portare avanti questo progetto. In Europa, per esempio, abbiamo stretto un contratto di distribuzione con Media Direct per portare Cubetto nelle scuole e accelerare l’adozione della nostra tecnologia nel Vecchio Continente.

I vostri punti di forza?
Abbiamo le idee chiare e sappiamo comunicare in modo efficace. Dopo anni di versioni Beta, siamo riusciti a capire quali fossero i nostri valori e le nostre intenzioni. Intendiamo costruire la migliore azienda di giochi educativi al mondo. Il nostro robot per l’apprendimento ha subito mostrato una vocazione internazionale, anche grazie al team multiculturale che c’è dietro. Poi, abbiamo avuto la fortuna di partire nei tempi giusti.

Il suo background e percorso formativo?
Sono nato a Milano, ma cresciuto a Bergamo, dove ho vissuto fino ai 12 anni. Dopodiché mi sono trasferito in Inghilterra per studiare. Mio padre è un ingegnere petrolifero statunitense, mentre mia madre ha lavorato come traduttrice nell’editoria. Parlano entrambi più di quattro lingue e hanno viaggiato in tutto il mondo. Trasferirmi in Inghilterra non è stata una scelta volontaria. Ma credo che, senza la preparazione internazionale che ho avuto, forse avrei fatto scelte diverse. E non sarei stato capace di comprendere, da subito, l’impatto globale di Cubetto.

Per la genesi di Cubetto, al di là del know-how informatico, ha attinto da altre fonti d’ispirazione?
Avere un figlio, nel 2013, mi ha dato la spinta a intrecciare le passioni per il design, la tecnologia e i giochi con una nuova passione per l’educazione, che mi sarebbe piaciuto dare al mio bambino. Lui, come molti altri suoi coetanei, è praticamente nato con l’iPad in mano. Assicurare un futuro in cui i più piccoli possano interagire in maniera attiva e creativa con la tecnologia che li circonda, è la motivazione principale che c’è dietro Cubetto. Cominciare a programmare in età prescolare è una necessità che, oggi, nessun genitore o docente può ignorare.

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Tattile e resistente, il kitCubetto avvicina un bambino, dai tre anni in su, al linguaggio di programmazione, eliminando, però, la complessità che lo caratterizza e gli schermi dei computer. Gli fornisce una guida tutta da toccare e manipolare, facendolo divertire in modo creativo. Ognuno dei 16 blocchi di cui è composto rappresenta un’azione. Va posizionato sulla scheda di controllo per dire al robot dove deve andare. Premendo il pulsante blu, Cubetto esegue il primo programma. Il gioco può essere arricchito con varie mappe, storie educative e sfide avventurose: primotoys.com