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«Nel 2015 l’economia spagnola decollerà», o almeno è quello che si augura il premier Mariano Rajoy. La Spagna è uscita tecnicamente dalla recessione a metà del 2013, dopo cinque anni duri, e nel 2014 ha registrato una crescita che è stimata intorno all’1,4%. Per questo, anche se la disoccupazione resta a livelli altissimi (intorno al 25%) e molti osservatori considerano la ripresa in atto ancora «molto fragile», Rajoy può rivendicare i meriti della sua azione di governo, improntata all’austerità e ai tagli di bilancio. E dire con soddisfazione che la Spagna non è più uno dei grandi malati d’Europa.

Se poi nel 2015 dovesse davvero riuscire a far decollare il Paese, allora il premier spagnolo, nonché leader del Partito popolare, potrà davvero parlare di un nuovo miracolo spagnolo. Quasi come quello, ben più rilevante, realizzato negli anni ‘80 da uno suoi più illustri predecessori, il socialista Felipe González Márquez.

Primo ministro per quasi 14 anni di fila, Felipe González è stato uno dei leader più carismatici e rispettati di Spagna (quando era in carica si disse addirittura che fosse il politico più stimato dai tempi di re Ferdinando VII), artefice del processo di modernizzazione e di transizione del Paese verso la democrazia compiuta, capace di trasformare uno Stato rigidamente centralizzato in uno organizzato in autonomie regionali, aperto ai mercati internazionali, e con tutte le carte in regola per entrare finalmente a far parte dell’Unione Europea, cosa che avvenne solo nel 1986.

Il governo González entrò in carica alla fine del 1982, nel pieno del periodo d’oro della socialdemocrazia europea. È negli anni ‘70 e ‘80, infatti, che i partiti socialisti del Vecchio Continente, ormai emancipati da un passato marxista e illiberale, riuscirono a fare il grande salto di qualità.

E per la prima volta (se si escludono la Svezia, dove i socialisti erano al governo già dagli anni ‘30, e il Regno Unito, che sin dal primo dopoguerra ha visto un alternarsi di governi conservatori e laburisti), si imposero come forza di governo credibile e autorevole.

In Germania Willy Brandt divenne cancelliere nel 1969, e dopo le sue dimissioni per una storia di spionaggio, fu eletto Helmut Schimdt nel 1974.

In Gran Bretagna, il laburista James Callaghan fu primo ministro dal 1976 al 1979; in Austria, Bruno Kreisky rimase in carica dal 1970 al 1983; in Grecia, Andreas Papandreou dal 1981 al 1989; in Francia, François Mitterrand dal 1981 al 1995.

All’appello non manca memmeno l’Italia, dove il socialista Craxi è presidente del Consiglio dal 1983 al 1987.

In Spagna, intanto, Felipe González era segretario del Partito socialista spagnolo (Psoe) dal 1974. Ma lì si dovevano ancora fare i conti con una dittatura, quella del generalissimo Francisco Franco, durata fino alla sua morte, nel 1975.

Quando Felipe González nasce, il 5 marzo del 1942, la guerra civile spagnola è finita da appena due anni. Con la sconfitta della Repubblica e la vittoria di Franco.

Secondo di quattro figli, Felipe cresce in una modesta famiglia a Heliópolis, un piccolo quartiere di Siviglia. Il padre è allevatore e possiede un piccolo caseificio, la madre bada alla prole. Lui sarà il primo della famiglia a iscriversi all’università, quella di Siviglia.

Studia giurisprudenza per diventare avvocato e a vent’anni si unisce al movimento giovanile socialista, con il nome in codice di Isidoro, perché all’epoca il tito socialista è considerato un’organizzazione clandestina. E, infatti, la maggior parte dei suoi leader sono in esilio, in Francia o in Messico.

Intanto González, dopo la laurea, trascorre un anno di studio presso l’Università cattolica di Louvain, in Belgio, per poi tornare a Siviglia dove apre uno studio legale specializzato in diritto del lavoro.

Negli ultimi anni del franchismo, tra il 1966 e il 1975, il movimento socialista torna a rivivere anche in terra spagnola. Ma, in contemporanea, inizia a crearsi una frattura tra gli históricos, gli esiliati che hanno come leader Rodolfo Llopis, sostenitore della tradizione marxista, e i renovadores, i militanti rimasti in Spagna, che spingono per un rinnovamento del partito e dell’ideologia. Il loro leader diventa il giovane avvocato Felipe González.

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DOPO LA FINE DI FRANCO,

IL PARTITO SOCIALISTA

APPOGGIO' LE RIFORME

DI SUAREZ. E ALLE ELEZIONI

DEL 1977 OTTENNE IL 29%

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Vinceranno i renovadores, e nel 1974, il ricostituito Psoe, al termine del suo dodicesimo congresso, tenuto in esilio a Suresnes, Francia, elegge González segretario generale. È solo il primo passo.

Adesso l’obiettivo diventa spazzare via la dittatura franchista, riportare la democrazia in Spagna e, naturalmente, conquistare la guida del governo del Paese. Il primo traguardo è subito raggiunto con la morte di Franco.

Si apre una stagione cruciale e il Psoe di González non forza la mano, adotta una politica moderata e appoggia le riforme democratiche introdotte da re Juan Carlos e dal primo ministro Adolfo Suarez, che porteranno alla nuova Costituzione nel 1978.

Le elezioni generali del 1977, le prime dal 1936, confermano la lungimiranza di questo approccio: il partito socialista ottiene il 29% dei voti, e diventa il principale partito d’opposizione, mentre al governo resta la coalizione di centro guidata da Suarez.

Due anni dopo il Psoe è già salito al 31% e intanto gli iscritti al partito passano dai 4 mila del 1974 a oltre 100 mila nel 1980. In questo periodo González rafforza il suo potere interno. L’ala più a sinistra del partito ritiene che si debba adottare un programma politico più radicale.

González non solo è contrario, ma durante un congresso del Psoe nel maggio del 1979, presenta una mozione per rimuovere la parola marxista dalla piattaforma ufficiale del partito. La mozione viene respinta e González si dimette da segretario.

Ma solo quattro mesi più tardi recupera la leadership e l’ideologia marxista sarà ufficialmente abbandonata. Ha vinto la linea González: solo un programma moderato può portare alla conquista del Parlamento.

E, infatti, nell’ottobre del 1982, con la Spagna in tripudio, il Psoe che ormai parla con una sola voce, la sua, ottiene una roboante vittoria alle elezioni generali, con il 48% delle preferenze.

L’idea di socialismo moderato, anti-radicale, da sempre seguita da González ha più di una motivazione. Per cominciare, c’era il suo stile personale, dovuto chissà, anche alle sue origini contadine. Uno misto di pragmatismo, realismo e populismo.

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PER COLMARE IL GAP

CON L'EUROPA,

IL GOVERNO DEL PSOE

ATTACCO' INFLAZIONE

E SPESA PUBBLICA

SENZA ALZARE I SALARI

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Poi c’era il contesto: la transizione dal franchismo alla democrazia consigliava un’estrema cautela; la Costituzione era ancora giovane e riforme troppo drastiche avrebbero potuto innescare reazioni imprevedibili (nel febbraio 1981 ci fu, per dire, un tentativo di golpe militare, fallito, quando il colonnello Antonio Tejero prese d’assalto il Palazzo del Parlamento e fece numerosi ostaggi, tra cui anche González).

Infine, c’era la situazione economica: la crescita era vicina allo zero e la disoccupazione alta e in crescita. La priorità era recuperare il gap con il resto d’Europa dopo i lunghi anni d’isolamento, modernizzare il Paese, la sua agricoltura su piccola scala, il sistema finanziario obsoleto, l’inefficiente struttura industriale statale.

Il governo González decise di attaccare prima di tutto l’inflazione. E lo fece tagliando la spesa pubblica (welfare compreso), adottano una decisa stretta monetaria, e resistendo alle richieste di aumento dei salari, cosa che ovviamente non fece piacere ai sindacati.

Subito dopo si cercò un modo per attrarre i capitali esteri. E lo si trovò in una serie di misure che comprendevano bassi tassi d’interesse, sgravi fiscali e altri incentivi.

Poi González si occupò della disoccupazione, che era la più alta dell’Europa comunitaria: attraverso un vasto programma di prepensionamenti e rendendo molto più flessibili i contratti di lavoro, ma solo quelli a tempo determinato, che diventavano rinnovabili ogni sei mesi.

Infine riorganizzò il settore industriale pubblico. L’Istituto Nacional de Industria, l’agenzia statale che controllava oltre 70 tra manifatture e società di servizi, con oltre 215 mila impiegati, fu riorganizzato e ridimensionato attraverso una decisa campagna di privatizzazioni. Il programma funzionò.

L’inflazione scese dal 15% nel 1982 a meno del 5% nel 1988, e anche se la disoccupazione non diminuì in modo considerevole, tra il 1983 e il 1991 la Spagna conobbe un boom economico senza uguali, surclassando tutte le altre economie europee con un tasso di crescita medio del 3,5% all’anno. Esattamente quello che oggi si prefigge Mariano Rajoy.