Ettore Riello

Ettore Riello, presidente e amministratore delegato di Riello Group

«La crisi impatta ormai da qualche anno su tutti i settori e gli imprenditori si trovano a dover affrontare delle scelte talvolta anche drastiche. Nel settore termoidraulico, che è il mio specifico segmento di riferimento, si è avvertita la mancanza, tra le altre, di una politica energetica nazionale di medio-lungo periodo che potesse consentire alle aziende di capire dove andare a investire. Faccio un esempio: il conto energia è stato modificato innumerevoli volte, costringendo le imprese a continui riallineamenti sul fronte strategico. Gli incentivi al fotovoltaico hanno determinato l’orientamento del mercato verso questo segmento, peccato che poi, in seguito, il brusco cambiamento di politica strategica lo abbia fortemente penalizzato e oggi sia un segmento in grande difficoltà.
Un intervento prioritario, secondo me, sarebbe fare in modo che le politiche energetiche non cambino col mutare dei governi. L’esecutivo dovrebbe definire delle politiche programmatiche, e non parlo solo in campo energetico. Va trovato il modo per sostenere gli investimenti e questo lo può fare unicamente attraverso uno sgravio fiscale, importante sì per incrementare gli investimenti italiani, ma anche per rendere attrattivo il nostro Paese per gli investitori stranieri. Oltre a semplificare la burocrazia – vero e proprio limite che ingessa l’attività – andrebbero anche sviluppate infrastrutture adeguate al contesto europeo. Gli effetti di tali interventi non si ripercuoterebbero solo sul settore termoidraulico. Oggi al Paese servono dei provvedimenti che possano avere una ricaduta su tutti i comparti industriali, anche perché sono connessi tra loro, specie nel manifatturiero. Molte aziende in drammatica difficoltà potrebbero trovare il supporto necessario per nuovi investimenti. E nuovi investimenti significano più lavoro. Molte aziende si sono ritrovate senza un appoggio da parte delle istituzioni e sono state costrette a prendere decisioni dolorose. Non mi riferisco esclusivamente a chi è arrivato alla chiusura, ma anche di Cig e mobilità, fino al trasferimento della propria produzione dove il costo del lavoro e la pressione fiscale sono minori. Se fare industria in Italia sta diventando difficile per le imprese che sono ben posizionate sul mercato, figuriamoci per le start up. Se non si pone rimedio a tutto questo, non si potrà ripartire, e la ripresa sarà comunque molto lenta e difficile».

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