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Classe 1958, turco di nascita, americano d’adozione e italiano per formazione accademica, Nouriel Roubini è oggi uno degli economisti più ascoltati a livello planetario

Verso la metà degli anni Duemila l’avevano soprannominato “Cassandra”, minimizzando alcune sue critiche alla finanza internazionale e gabellandole come catastrofistiche. Questo perché continuava a dire che presto l’economia statunitense avrebbe patito una crisi senza precedenti, dovuta all’esplosione della bolla dei famigerati mutui subprime, trascinando con sé gran parte delle economie occidentali. Oggi che le sue previsioni si sono avverate con inquietante esattezza, tutti stanno molto più attenti quando parla Nouriel Roubini, economista di origine turca naturalizzato americano con alle spalle una formazione accademica italiana. Lui Monti, Draghi e molti altri uomini che in questi giorni stanno decidendo il destino dell’Italia e dell’Europa li ha conosciuti sui banchi della Bocconi ed è in grado di giudicarne l’operato anche al di là delle dichiarazioni ai meeting comunitari e alle conferenze stampa. Dargli dell’ottimista sarebbe forse troppo. Ma nella sua visione tranchant della situazione economica europea ci sono molti elementi di fiducia. I Paesi più in difficoltà possono farcela. A patto che si punti, tutti quanti, sulla crescita. «Perché se cade la periferia dell’Unione, presto anche il suo cuore pulsante, a partire dalla Germania, si fermerà». Business People ha incontrato Nouriel Roubini in occasione del World Business Forum di Milano, a novembre (dove era ospite di Sas Italia, tra i main sponsor dell’evento), e gli ha chiesto a che punto della nottata siamo.

Come giudica la situazione attuale in Europa, soprattutto in riferimento all’Italia?

La situazione non è difficile solo in Italia, basti considerare la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e la Slovenia. Ognuno naturalmente si distingue per caratteristiche peculiari, ma tutti i Paesi che ho citato sono accomunati da problemi di spesa, e soprattutto di mancanza di competitività e produttività. E le loro economie stanno continuando a contrarsi. Non potrebbe essere diversamente: il regime di austerity imposto dai governi contribuisce a deprimere le loro economie, e tuttavia è necessario per prevenire una crisi fiscale che ne causerebbe il default. Per rilanciare la competitività occorrono le riforme. Che stanno arrivando, d’accordo. Ma il loro corso è lento. La verità è che bisogna tornare alla crescita per rendere sostenibile il deficit. L’euro è ancora troppo forte, e se questo va bene per la Germania, che paradossalmente soffre di eccessiva competitività, è un grosso problema per l’Italia. Sa qual è il vero guaio? In Europa sento sempre parlare di unione fiscale, unione politica, unione bancaria, ma mai di crescita.

Le sue aspettative sullo spread?

Penso che oggi il famoso spread non dipenda più dai fondamentali economici, ma da diversi elementi di irrazionalità degli investitori e dalla paura recondita che l’Europa possa crollare. Ed è per questo che è stato necessario creare il piano anti-spread. La Spagna potrebbe aver bisogno di usufruirne, l’Italia non credo, perché nel complesso è in condizioni migliori rispetto al mercato iberico. Per quanto riguarda il surplus primario, innanzitutto, l’Italia è più vicina al raggiungimento dell’obiettivo. Ha un tasso di disoccupazione del 12% contro il 25% della Spagna, Paese in cui il 50% dei giovani è senza lavoro. E poi non dimentichiamoci che al di là dei Pirenei c’è stata l’esplosione della bolla edilizia, che ha sortito effetti negativi su tutta l’economia. C’è infine la dimensione del risparmio, gli spagnoli hanno risparmiato molto poco. Dell’Italia invece, a dire il vero, mi preoccupa la situazione del sistema bancario, perché alcune aziende rischiano il fallimento senza l’accesso al credito.

Cosa si dovrebbe fare in concreto sia per permettere alle banche a rispettare le regole di Basilea 3, sia per aiutare le aziende a sopravvivere in questa situazione?

Gli obiettivi di Basilea 3 vanno rispettati. Dal mio punto di vista, è improbabile che le banche riescano a fare soldi puntando sulle imprese, e non bisogna nemmeno aspettarsi che gli azionisti degli istituti aumentino il capitale. Una possibile soluzione potrebbe essere quella che è stata adottata negli Stati Uniti, con il governo che ha iniettato pro tempore capitale nel sistema bancario, capitale che sarà restituito quando le banche saranno in grado di pagare. Ecco, l’Europa, a mio parere, non dovrebbe farlo solo per le banche spagnole, ma anche per quelle italiane, e per quelle irlandesi, e quelle greche. Aiuterebbe tutti i Paesi in difficoltà. Attenzione, con questo non intendo che si debba iniziare un processo di nazionalizzazione. Le banche, con i soldi ricevuti in prestito, devono reinvestire e guadagnare abbastanza per ripagare il governo. Una strategia che è stata impiegata anche dalla Banca d’Inghilterra, che per il sistema anglosassone ha previsto un meccanismo che definirei “della carota e del bastone”, in cui la carota era essenzialmente la garanzia fornita dal Governo, dal Tesoro e dalla Banca centrale, il bastone la severa supervisione del modo in cui il capitale veniva utilizzato. In Italia credo si possa sfruttare lo stesso meccanismo. Facendo però chiarezza su un punto: non sempre e non tutte le aziende hanno bisogno di credito, perché spesso non c’è nemmeno la domanda che sostenga l’offerta.

Certo, la crisi dei consumi aggrava il tutto. In un clima del genere, come riportare fiducia?

Non è una cosa semplice. Con le tasse che aumentano e i posti di lavoro che si perdono, senza contare che il credit crunch coinvolge anche le famiglie oltre che le imprese, le cose da fare sono ancora molte e, come dicevo, le riforme avviate impiegheranno anni per essere attive. La verità? In Spagna come in Italia adesso ci si deve aiutare da soli. È già molto che nella Penisola, grazie a Mario Monti, si sia ristabilita la reputazione del Paese sul piano internazionale. Questo ha conferito credibilità ai mercati, ed è un risultato da non sottovalutare.

Lei pensa che in Italia esista ancora la volontà politica, o meglio un potere politico in grado di costruire strumenti per rilanciare l’economia?

In Italia, chiunque verrà designato leader del governo dopo le prossime elezioni, molto probabilmente, sarà un seguace del montismo. Prima di tutto c’è da indirizzare la questione fiscale, o si trasformerà in una crisi fiscale. Poi servono quelle riforme strutturali che nel vostro Paese sono state rimandate per anni. A mio parere occorrerebbe una grande coalizione che rappresenti un accordo sulla consapevolezza che si debbano fare sacrifici.

L’innovazione, specialmente nell’ambito della digital economy, rappresenta per lei un fattore critico di successo nella ripresa?

Naturalmente. Nel lungo periodo il potenziale di crescita dipende dall’aumento della popolazione e dal tasso di innovazione tecnologica. E il secondo aspetto riguarda il miglioramento dell’efficienza di prodotti e servizi e la creazione di nuovi. Che tu sia una grande multinazionale o una microimpresa, il fattore dell’innovazione è critico. Nell’economia dell’informazione però non è sufficiente limitarsi ad acquisire raw data, ovvero i dati in sé e per sé. Bisogna sfruttarli per elaborare delle business solution, bisogna capire come usare questi dati per migliorare performance e produttività.

C’è però chi obietta che l’introduzione delle nuove tecnologie provochi la perdita di molti posti di lavoro…

Queste sono le conseguenze che si registrano nel breve termine. Come hanno dimostrato le rivoluzioni industriali a cui abbiamo assistito, quando si introduce una nuova tecnologia in un processo produttivo, all’inizio c’è sempre una contrazione dei posti di lavoro a disposizione. Tanto è vero che 250 anni fa, in Inghilterra, nacque addirittura un movimento che contestando questa logica distruggeva le prime macchine industriali. Ma la realtà è che nel medio-lungo termine l’introduzione di nuove tecnologie aiuta un’organizzazione a realizzare più fatturato, e a offrire più servizi e più prodotti. Alcune applicazioni, pur riducendo la quantità di lavoro richiesta, permettono all’azienda di aumentare la propria competitività. E oggi guadagnare competitività rispetto ai concorrenti è l’unico modo per aver successo nell’economia globale.

Quali sono le strategie e i mercati da sviluppare per creare un approdo solido per le pmi italiane?

Non bisogna prendere in considerazione solo i cosiddetti mercati emergenti: teniamo d’occhio il Giappone, così come gli Stati Uniti. Ma, a patto di avere buoni prodotti e servizi, con un alto tasso di tecnologia e innovazione, ci si può attendere una certa crescita anche in Canada, in Australia e in diversi Paesi del Nord Europa. E poi, certo, il Sud America, il Medio oriente, e soprattutto il Sudafrica. Molto dipende dal settore nel quale si opera. Una strategia di differenziazione del prodotto, parlando del vostro Paese, potrebbe riguardare la creazione di servizi a valore aggiunto in Italia e l’outsourcing per la produzione vera e propria. Ma di sicuro se si realizzano prodotti a basso valore aggiunto delocalizzando gli stabilimenti in mercati che non sono all’altezza degli standard richiesti, non si sarà più in grado di competere su nessuna piazza.