Chris Bangle

Chris Bangle, classe 1956, americano dell’Ohio. Dopo aver lavorato nei centri stile di Fiat e Opel sbarca in Bmw, dove cresce fino a diventare il responsabile del design di tutti i brand del gruppo. Oggi dirige la Chris Bangle & Associates, una factory creativa immersa nel cuore delle Langhe, dove oltre a vivere coltiva anche vigneti

Chris Bangle vuole la botte piena e la moglie ubriaca. È la sua filosofia di vita. Scegliere solo una delle due opzioni non gli piace. Ed è ciò che vorrebbe provassero a fare tutte le persone che di mestiere fanno quelli che prendono decisioni. Non limitarsi a decidere tra due possibilità, ma integrarle, andare oltre, conciliando ciò che a volte è apparentemente inconciliabile. Che non vuol dire per forza compromesso. È di innovazione che parliamo. E Chris Bangle di innovazione ne sa qualcosa: matita in mano, è stato per sette anni in Fiat, per cinque in Opel, e per 17 nel gruppo Bmw. All’interno del reparto design, dove ha curato le linee dell’intera gamma del costruttore bavarese durante la rivoluzione stilistica degli anni ’90, è cresciuto fino a diventare responsabile per tutti i brand del colosso tedesco dell’auto, da Mini a Rolls Royce. Adesso che ha abbandonato il mondo dell’automotive («un mondo di sogno, dove si incontrano professionalità e personalità pazzesche») per aprire la propria factory creativa, la Chris Bangle & Associates con sede nelle Langhe, in Piemonte, il designer americano è libero dai vincoli aziendali e ne approfitta per condividere le sue esperienze con manager e imprenditori. Noi lo abbiamo incontrato in occasione della terza edizione dell’Art for business, kermesse organizzata ogni anno a Milano da Cfmt per creare metafore, sinergie, scambi tra il mondo delle idee e quello degli affari. E anche per avere qualche dritta da personaggi del calibro di Bangle. Vederlo dal vivo significa anche ammirare alcuni dei bozzetti – di cui è gelosissimo – che ha disegnato nel corso di 30 anni di carriera per farsi comprendere meglio dai suoi collaboratori e dai suoi capi. A volte anche da se stesso.

Mr Bangle, lei dice di voler sempre la botte piena e la moglie ubriaca. Ma è davvero possibile?
In inglese si dice in modo diverso, si dice così: have one’s cake and eat it too. Ovvero: avere la torta anche se la si mangia, riuscire a fare entrambe le cose. Ma comunque la si voglia dire sì, sono convinto si possa, e a volte si debba, non accettare una sola condizione. Bisogna avere tutto, soprattutto oggi che ci sono parecchi strumenti che aiutano.

Già, ma come si fa?
Si deve innanzitutto ascoltare. Un gruppo di lavoro ancor prima di scambiarsi idee e confrontarsi per capire come agire deve ascoltare il progetto di cui si sta occupando. Che sia un oggetto fisico, la carrozzeria di un’auto, un nuovo business, un servizio, qualsiasi cosa: bisogna capire per prima cosa che relazione c’è tra quel progetto, il team e te. Dopo di che i maggiori ostacoli nel superamento delle divergenze stanno al livello in cui avviene il confronto. Lei immagini il progetto a cui sta lavorando come fosse una piramide. Alla base c’è il cosa si fa, nella sezione centrale c’è il come si fa e nel vertice c’è il perché lo si fa. Ecco, se io e i miei collaboratori riusciamo a sintonizzarci al livello del perché stiamo facendo qualcosa, il come e il cosa arriveranno di conseguenza. Assai più complesso è quando si parte dalla base, cercando di mettersi d’accordo sul cosa fare. E per certi versi è ancora più pericoloso se si rimane intrappolati al livello del come. È stato uno dei miei boss in Bmw a farmi capire l’importanza di questo approccio.

Questo in teoria, ma poi nella pratica…
Le faccio un esempio. Ultimamente sono stato molto impegnato nella ristrutturazione del casale nelle Langhe dove ho deciso di vivere e di creare la mia azienda. È stato incredibile lavorare con mia moglie, i miei collaboratori e i contadini piemontesi scavando, impilando mattoni, preparando il terreno per piantare le vigne. Abbiamo capito davvero il valore della collaborazione, della specializzazione di ognuno, e l’importanza delle compe-tenze e dei ruoli. A un certo punto è sorto un problema: in un’area sopraelevata del cortile mia moglie avrebbe voluto piantare un albero, che abbellisse il giardino, che ci facesse un po’ d’ombra e che servisse ai bambini per arrampicarcisi. Peccato che io che quel preciso punto, ma sottoterra, avevo previsto il garage. Inconciliabile con l’idea di piantare un albero: le radici non avrebbero trovato terra a sufficienza e sarebbero penetrate nel box. Bisognava scegliere: A oppure B?

Chi ha vinto alla fine?
Entrambi. Ho proposto a mia moglie la soluzione C. Ho disegnato il mio albero, un’installazione con una struttura portante in metallo che al posto delle fronde ha un tetto realizzato con tasselli di vetro colorato (nella foto, ndr). A mia moglie la scultura è piaciuta moltissimo, e io non ho dovuto rinunciare al garage. Non solo: è un albero che non perde mai le foglie, che con qualsiasi condizione di luce e in ogni stagione crea dei giochi di colore straordinari. È bello, ma molto più pratico di un albero vero, non necessita di cure. Capisce? Integrando A e B non abbiamo ottenuto solo la soluzione C, ma anche la D, la E, eccetera.

 

La botte piena… cioè, la torta…
Esatto.

Però lo ammetta: non sono mica tutti dei creativi come lei. Per fare certe cose serve del talento.
Io non credo nel talento. Serve prima di tutto l’atteggiamento giusto. Il mindset. E poi pratica, molta pratica. Trovo perfetta la battuta che fece un grande campione di golf quando, dopo che era riuscito a mettere la palla in buca direttamente al primo colpo, un giornalista gli disse che aveva avuto molta fortuna. “Certo”, rispose lui, “più mi alleno, più sono fortunato”. Nel mio caso non smetto mai di disegnare, mi porto il bloc-notes ovunque vada. Ci sono situazioni che non possono essere fotografate, ci sono immagini di pubblicità, cover di riviste, strutture architettoniche che possono essere colte lì per lì solo con il disegno. Il mondo è pieno di metafore da cogliere, e attraverso il disegno sono utilissime per esprimere agli altri le proprie idee, in maniera secondo me molto più efficace e rapida delle parole.

Chi ci legge dovrebbe mettersi a disegnare per parlare con collaboratori e vertici aziendali?
Perché no? Si è mai chiesto perché il sistema scolastico prevede, esclusa l’università, una dozzina di anni per il perfezionamento delle tecniche di scrittura? Non dobbiamo certo diventare tutti dei romanzieri. Eppure è alla comunicazione scritta che si dà la priorità, quando in molti casi il disegno tornerebbe assai più utile. Mi chiedo perché i manager hanno una segretaria, per aiutarli a scrivere, e non una art assistant, per aiutarli a disegnare.

Lei scherza.
Per niente. Walt Disney spiegava ai suoi collaboratori come organizzarsi per la realizzazione di un film usando i disegni. E lo stesso faceva Alfred Hitchcock. Vuole un esempio che non riguardi il cinema? Thomas Alva Edison. Fu Henry Ford a consigliarglielo dopo avergli rifiutato il brevetto di un motore a vapore: è anche grazie a questo accorgimento che la sua azienda, secondo Ford, aveva tanto successo. Ed Edison gli diede retta. Per chi non lo sapesse, l’inventore detiene ancora oggi il record del numero di brevetti depositati negli Stati Uniti.

 

Perché un’immagine per lei può risultare più efficace di un bel report?
Perché crea una metafora. E una metafora è molto più immediata e comprensibile. Ma non solo. Provi a leggere i modelli di comunicazione che vanno per la maggiore nei corsi di formazione aziendale. Quante volte trova tra le strategie di comunicazione la parola “intrattenimento”? Pochissime. Eppure per conquistare l’attenzione dell’interlocutore è necessario sapere anche come intrattenerlo, stimolarlo, provocarlo. E un disegno lo fa.

Anche qui un esempio aiuterebbe a capire…
Quando sono diventato responsabile dello stile Bmw, ho disegnato un bozzetto con due dichiarazioni d’intenti: la mia e quella del mio capo, e gliel’ho sottoposta. Attraverso quel disegno mettevamo in chiaro i nostri obiettivi e i nostri rapporti. I nostri campi d’azione. E mi creda che è servito. Mentre per cercare di spiegare come doveva evolversi lo stile Bmw mi sono servito di una metafora: se lei ricorda nei primi anni ’90 tutte le vetture della gamma si somigliavano molto, era quasi difficile distinguerle l’una dall’altra non fosse stato per le dimensioni. Una filosofia che ho rappresentato come un salame tagliato in fette di spessore diverso. Noi dovevamo passa-re dalla filosofia del salame a quella che ho illustrato con uno scaffale, un unico scaffale, ma pieno di libri di formati diversi. Quei bozzetti sono stati distribuiti in azienda a tutti i livelli, per coinvolgere le persone nel raggiungimento dell’obiettivo. A giudicare dalle vendite, pare che abbia funzionato.

Lei che ha scelto di viverci, mi dica una metafora per l’Italia dei giorni nostri.
È una splendida coda di volpe. Anzi, una volpe con tante code. Intelligente e bella.