Giorgio Vittadini © Valerio Pardi

Giorgio Vittadini, professore ordinario di Statistica metodologica all’Università degli Studi Milano Bicocca e direttore scientifico del Consorzio interuniversitario Scuola per l’alta formazione Nova Universitas, ha costituito la Fondazione per la sussidiarietà nel 2002. In precedenza ha fondato e presieduto fino al 2003 la Compagnia delle Opere, associazione di imprese ispirata alla dotttrina sociale della Chiesa

In un momento di crisi economi­ca e politica, il Paese si interroga sul futuro delle istituzioni e quan­to dovrebbero fare (e non fare). L’annosa questione dell’interven­to pubblico in campo economi­co si ripresenta così più attuale che mai, tra chi invoca forme di sostegno statale e chi lamenta lungaggini e sprechi di ri­sorse già scarse. Una questione che dal­l’ideologia sconfina in campo etico ol­tre che pratico. Business People ha volu­to parlarne con Giorgio Vittadini, attuale presidente della Fondazione per la sussidiarietà e docente di Statistica all’Uni­versità Bicocca di Milano.

Che differenza c’è tra uno Stato presen­te e uno Stato invadente e incapace?
Guardiamo a ciò che è successo nel contesto italiano: lo Stato come prota­gonista diretto dei servizi ai cittadini si è dimostrato sempre più inefficiente, in­capace di suscitare responsabilità per­sonale e sociale, fonte di clientelismo e iniquità. Senza puntare sull’iniziativa di ogni persona, di ogni “io” - singolo e al lavoro nelle formazioni sociali - non può generarsi sviluppo. Per questo la no­stra Fondazione pone così grande enfa­si sul tema della sussidiarietà, perché ri­teniamo che non ci sia altra strada per uno sviluppo duraturo se non la valoriz­zazione delle iniziative nate “dal basso”. Se il nostro apparato statale vuole final­mente diventare efficiente deve imparare a cambiare funzione, passando da gesto­re a regolatore, e deve essere innanzitut­to teso a liberare e valorizzare le grandi energie nascoste nella società. Uno Stato non invadente, ma capace è anche quel­lo che crea le condizioni perché gli im­prenditori facciano il loro lavoro, stabi­lendo regole certe, ma soprattutto sensi­bilizzando le persone verso la propria li­bertà e responsabilità, mettendo al pri­mo posto l’educazione e la formazione del capitale umano. Oggi siamo alla fine dell’era moderna, che non ha dato vera cittadinanza al soggetto, impregnata co­m’è del liberismo e dello statalismo, che hanno incarnato la destra e la sinistra.

Del liberismo è naufragata soprattutto l’idea che il mercato sia in grado di au­toregolarsi, quasi come la natura…
L’attuale crisi finanziaria ne è l’esempio più clamoroso. La gente non aveva sol­di, le sono stati forniti anche senza ga­ranzie e con artifici finanziari si è stabi­lito che si potesse azzerare il rischio di una mancata restituzione. Si è pensa­to che i meccanismi del mercato fosse­ro in grado di creare e poi di mantenere inalterato il livello dello sviluppo. Ma la realtà si era ribellata già nel 1929 e lo ha fatto ancora nel 2008.

Quando e perché lo Stato da noi si è trasformato da padre in padrone?
La mutazione è avvenuta in due fasi. In­nanzitutto quando i cattolici – a parti­re dal 1952, anno in cui De Gasperi fu “fatto fuori” dai fanfaniani – hanno pen­sato che un progetto politico “buono” poteva realizzarsi mettendo il più possi­bile tutto nelle mani dello Stato. Per cui, invece di perseguire la libertà di educa­zione, nel rispetto del pluralismo socia­le, hanno creato la scuola di Stato; inve­ce di incentivare l’iniziativa imprendito­riale, almeno dopo gli anni ‘60 hanno preferito l’impresa a partecipazione sta­tale, che è degenerata in impresa clien­telare e senza concorrenza; invece di favorire il sistema bancario hanno occu­pato le banche e via dicendo. C’è sta­ta una degenerazione clientelare che ha alle spalle, dunque, anche una ragione ideologica. Ma non possiamo dimenti­care anche un secondo passaggio: negli anni ‘80, in un’Italia che non aveva ri­solto i suoi problemi, e che tuttavia godeva ancora dei frutti di un’economia in crescita, è stata aumentata la spesa pub­blica facendo passare da 60 a 120 il rap­porto deficit/Pil. Si è pensato che au­mentando guardie forestali, postini, di­pendenti della scuola e della pubblica amministrazione si potesse risolvere il problema sociale italiano. Da allora su­biamo il peso di una pubblica ammini­strazione elefantiaca e di una spesa cor­rente abnorme, tutti problemi che hanno quindi un’origine politica, come del resto ha un’origine politica anche la cri­si finanziaria.

Cos’è mancato, visto che anche negli ultimi vent’anni la spesa pubblica è au­mentata addirittura del 60%...
Da noi è successo che destra e sinistra sono diventate simili. Il berlusconismo è la dimostrazione dell’assoluta incapaci­tà di creare un centrodestra moderno in stile Merkel o Aznar; in Italia negli ulti­mi vent’anni la destra non ha avuto nes­suna cultura di governo veramente libe­rale, eccetto che in Lombardia. È stata un coacervo di interessi dietro uno slo­gan e a un “leader di immagine”. In que­sto non c’è stata differenza tra Berlusco­ni e i governi del centrosinistra alla Pro­di. Oggi si fanno proclami su Imu e din­torni ma dal punto di vista sostanzia­le non si toccano gli interessi della scuo­la pubblica o della pubblica amministra­zione. Dal ’94 in poi, anche sotto go­verni di destra, è stata riproposta la stes­sa politica economica e la stessa politi­ca della scuola e dell’università della si­nistra. La questione Imu è marginale in una rivoluzione liberale, la cui chiave di volta è piuttosto nell’investimento in ca­pitale umano e in educazione.

Questo succede perché la politica ha smarrito il senso dello Stato oppu­re perché manca l’identificazione con qualcosa di più “alto”?
Il problema è che non emerge alcu­na posizione culturale in grado di sta­re all’altezza delle sfide della moderni­tà. L’economista Enrico Moretti nel suo ultimo libro La nuova geografia del lavo­ro (Mondadori) documenta in modo ap­profondito che i punti di sviluppo nel mondo sono quelli dove esiste un in­vestimento in capitale umano. E, quin­di, in educazione e istruzione. La politi­ca dovrebbe avere più a cuore che ogni cittadino non viva nella società allo sta­to brado, ma sia messo nelle condizio­ni di accrescere le sue capacità di gene­rare conoscenza, imprenditoria e svilup­po, ricchezza, reddito. Il fatto è che per tanto tempo in economia e in politica è sparita l’idea della centralità del sogget­to, come se ci fossero dinamiche umane che possono procedere meccanicamente, come se un’impresa potesse nasce­re senza un imprenditore. Tutte le scien­ze sociali andrebbero rifondate sull’idea che è la singola persona a essere prota­gonista della società e dell’economia.

Tornando alla spesa pubblica: tutti di­cono di volerla tagliare ma nessuno ci si applica. È per mantenere il consenso?
Certamente per questo motivo, e proba­bilmente anche per paura di fare della “macelleria sociale”. Ma ripeto: nel me­dio-lungo periodo la politica di redistri­buzione della ricchezza coinciderà con la politica dell’istruzione. Non solo gio­vanile. Penso anche alla necessità di destinare risorse al long life learning, il ri­torno in università per chi lavora, la for­mazione professionale. Bisogna molti­plicare gli strumenti per vivere e lavora­re in un mondo globalizzato. Per que­sto bisognerà realizzare un sistema com­petitivo tale per cui chi è in grado di for­mare con successo, gestendo responsa­bilmente le risorse, abbia assicurate le ri­sorse finanziarie per operare meglio.

Senza dimenticarsi di intervenire sugli eccessi…
Certamente si deve intervenire sulla spe­sa corrente, razionalizzare le risorse, evi­tare gli sprechi e smetterla di moltipli­care iniziative inefficaci che hanno il solo scopo di creare occupazione fitti­zia. E poi, pensando al mercato del lavo­ro, non ci si può limitare alla cassa inte­grazione in deroga, bisogna mettere in atto anche una politica attiva nel lavo­ro. Lo stesso vale per il modo in cui vie­ne di solito trattato il non profit, al quale non si devono dare certamente “aiuti di Stato”; si possono invece sostenere que­gli ambiti che con la loro attività fanno risparmiare lo Stato in termini di welfa­re. Invece, i liberisti della Comunità eu­ropea trattano l’assistenza ai disabili e il mercato dell’acciaio allo stesso modo.

Lei ha spesso parlato di defiscalizzazio­ne per combattere l’evasione fiscale.
Certo, ma solo per quelle imprese che creano occupazione, esportano e inve­stono. La defiscalizzazione deve avere un approccio premiante unicamente nei confronti di chi risolve problemi sociali, non verso chiunque, altrimenti diventa puro assistenzialismo. Io sono per le po­litiche selettive in funzione dei risultati.

Poi, però, sorge il problema di dover controllare e verificare questi risultati.
Dai dati di bilancio si vede chi espor­ta, crea occupazione e investe. Il pro­blema è invece che non si deve incorre­re nell’idea di generalizzare l’intervento. La spesa pubblica deve avere un ritorno. Non si può incentivare un’impresa senza un credibile piano industriale, come si è fatto con Alitalia per cinque anni, quan­do si sapeva benissimo che quei fondi sarebbero andati presto perduti.

Quindi, la piccola e media impresa italiana che non esporta non andreb­be aiutata?
Quello che si può fare per le aziende destinate a chiudere è lavorare per rial­locare i loro lavoratori, non aiutarle a vi­vacchiare, perché avrebbero comunque una data di scadenza.

Ci sono però eccellenze tutte italiane nate sulle piccole e medie imprese…
Ovviamente non mi riferisco alle ec­cellenze. Il modello tedesco, per esem­pio, non è basato sulla multinaziona­le ma sulla media impresa, che però ha un certo tipo di sostegno dallo Stato. Per dare un’idea: qualche anno fa a trattare per un investimento sul mercato del la­voro in India l’Italia mandò l’ambascia­tore, per la Germania invece andò Kohl, allora primo ministro. C’è una bella dif­ferenza. Da questo punto di vista, tan­to di cappello a Enrico Letta che, nel suo piccolo, sta facendo proprio questo. Ma bisogna farlo per quel made in Italy che ha possibilità di sviluppo.

Lo Stato può, pertanto, offrire un soste­gno in Italia per permettere alle aziende di respirare e crescere all’estero?
È una questione molto interessante. La Francia, per esempio, ha fatto una poli­tica incentrata sulle famiglie per favorire i consumi interni. In Italia bisogna fare la stessa cosa: se si sostenessero i con­sumi interni si aiuterebbero le imprese a vivere non solo di esportazioni. I dati presentati da Luigi Campiglio, docen­te di Politica economica alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica, alla 47esima Settimana Sociale dei Cattolici, su questo fronte sono impressionanti: ta­gliando i fondi a sostegno delle famiglie si sono uccisi i consumi interni. La fami­glia in Italia è solo spunto di contrappo­sizioni ideologiche tra cattolici e laici.

In che senso?
Si discute della famiglia dal punto di vi­sta degli ideali e dei valori e ci si dimen­tica che essa è anche un soggetto eco­nomico: sostenere le famiglie fa aumen­tare la natalità e quindi le persone in fa­scia di lavoro rispetto ai pensionati; si­gnifica investire in capitale umano e an­che sul welfare. I dati di Campiglio di­cono che negli ultimi anni alle famiglie italiane sono stati sottratti 8 miliardi di euro. Visto che la famiglia è la leva dello sviluppo interno vuol dire aver tolto fon­di su questo fronte, che anzi andrebbe sostenuto. Non bisogna sostenere la fa­miglia solo per ragioni ideali, ma anche perché serve all’economia del Paese.

Tutto questo andrebbe fatto contempo­raneamente, ma con l’attuale situazione politica com’è possibile?
Per quanto mi riguarda sono per la du­rata delle grandi intese, perché questi in­terventi si possono fare solo con il soste­gno del 70% del Parlamento. In Germa­nia i due partiti avversari di fronte alla crisi si sono alleati per superarla. Nel 1946 da noi l’amnistia per i reati fasci­sti l’ha fatta Palmiro Togliatti, l’ultimo da cui ci si aspettava qualcosa del genere. E lo ha fatto perché aveva un’idea di paci­ficazione e sviluppo.

Lei ha più volte ribadito che bisogna co­struire un’Europa dello sviluppo e della solidarietà in cui siano determinanti la sussidiarietà verticale e orizzontale. Da dove partire?
Sono in atto trasformazioni globali e ri­sposte locali innovative delle quali ci si rende poco conto, e tutto questo avvie­ne in un naturale superamento delle di­mensioni nazionali. Bisogna aver chiare le opportunità che offre l’Europa, come la libera circolazione del lavoro, che il grande pubblico ha scoperto con la sen­tenza Bosman dei calciatori e che oggi molti giovani italiani stanno sfruttando per andare all’estero a lavorare e avere un futuro, in un momento di crisi. Poi la moneta unica che, con tutti i suoi difetti, ci ha comunque dato più respiro. E an­cora, la ricerca comune e la libera circo­lazione delle merci. Il problema è inse­rirsi in questo sviluppo senza distrugge­re le singole identità locali, che devono essere il riferimento ultimo di ogni poli­tica, secondo il principio di sussidiarie­tà. Per quanto mi riguarda, tutte le poli­tiche populiste anti-europee sono lonta­ne dalla realtà.

In questi ultimi anni non è un po’ cam­biatolo stesso modo di intendere il ter­mine “sussidiarietà”?
Sussidiarietà continua a essere una paro­la fondamentale perché, come dimostra la nostra storia, non c’è sviluppo diffuso e duraturo che non nasca dal basso, dal­l’iniziativa delle persone singole e nelle aggregazioni sociali. Ma la sussidiarietà senza tensione al bene comune si chia­ma “intrallazzo” o corporativismo, che è poi quello che abbiamo in Italia: una se­rie di soggetti che difendono se stessi e il proprio interesse particolare. La sussidia­rietà non può essere semplicemente la difesa dei singoli contro lo Stato, ma la difesa di tutti gli strumenti che sostengo­no l’iniziativa personale e sociale, cosa che rientra tra i compiti dello Stato.

La situazione che stiamo vivendo ci ha fatto imparare qualcosa?
Io sono convinto di una cosa che ha det­to don Luigi Giussani: le cose negative non sono necessariamente educative. Il dolore di per sé incattivisce, ma può co­stringerci anche a riflettere, a scoprire valori personali. Io non sono né ottimi­sta né pessimista, il problema è se que­sta crisi ci fa andare alle radici per sco­prire di più chi siamo e quali passi fare per andare avanti.

La società non può cercare, unita, di trovare una ragione di questa crisi?
La società può trovarla se ognuno fa un percorso nel proprio io. La società unita non esiste, è un’astrazione. È come dire: la crisi permette alle imprese di cam­biare? Ad alcune sì, ad altre no. Dipen­de se si ha la forza di rimettere in discus­sione l’impresa e se stessi, se ci si lamen­ta e basta o invece si ha la forza di attac­carsi a tutto ciò che mette in campo va­lori positivi.