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Nato a Tripoli nel 1946, Roger Abravanel è laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano e ha un Mba all’Insead di Fontainbleau. Ha lavorato per 34 anni in McKinsey come consulente in Europa, America ed Estremo Oriente fino al 2006. Oggi è consigliere di amministrazione di varie aziende e advisor di fondi di private equity


Un sito (www.meritocrazia.com), un blog (meritocrazia.corriere.it), un gruppo su Facebook e uno su LinkedIn e perfino la compilazione di un elenco di società e organizzazioni che dichiarano di ispirarsi alle ragioni del merito. Non c’è che dire: per Roger Abravanel la meritocrazia è diventata una missione che ha abbracciato dopo il successo del suo libro - ovviamente intitolato Meritocrazia - che dimostra la “fame” di giudizi basati sul valore. Dopo 34 anni di lavoro nella più importante società di consulenza del mondo, la McKinsey, oggi Abravanel è consigliere d’amministrazione di diverse società di private equity. In tutto questo tempo di organizzazioni aziendali ne deve aver viste a migliaia e se oggi ha deciso di diventare il portabandiera di una rivoluzione meritocratica, qualche cosa vorrà dire.
Il titolo del suo libro di grande successo, Meritocrazia, potrebbe essere tradotto con “il governo dei bravi”. Ora: non c’è il rischio di uno scivolamento verso, non dico lo Stato etico hegeliano, ma verso un governo insindacabile, anche aziendale, di un gruppo di “bravi”?
In origine il termine “aristocrazia” coniato da Platone significava proprio il “governo dei migliori”, poi con il tempo il significato si è corrotto. “Meritocrazia” vuole dire un sistema di valori che premia l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza di un individuo. “Provenienza” da un’etnia, un partito politico, un genere, ma in Italia è soprattutto la famiglia. In una società meritocratica uno sale se lo merita, non per il nome che porta. Ciò dovrebbe valere sia per il settore pubblico (non solo per la politica, ma soprattutto nell’amministrazione pubblica: la migliore del mondo è a Singapore, dove esiste una meritocrazia ferrea) sia per il settore privato. Ma in Italia, purtroppo, non è così. La meritocrazia è fatta da due leve. La prima sono le pari opportunità: la scuola dovrebbe azzerare i privilegi della nascita, ma non succede. Il gap tra scuole del Sud e del Nord, misurato con test standard Ocse come il Pisa, è enorme per cui le pari opportunità si sono fermate. Da noi un Obama - poverissimo, che però ha studiato ad Harvard con una borsa di studio - non potrebbe mai nascere. La seconda leva sono gli incentivi per chi è bravo e si impegna, che purtroppo non esistono né nel pubblico né nel privato perché valgono molto le raccomandazioni, e la meritocrazia nell’economia, che vuole dire libero mercato e concorrenza, è poco diffusa.
Il bravo è chi pensa a sé o chi pensa al gruppo? Se mi permette un’analogia calcistica, il bravo è “l’egoista” Cassano, che prende la palla e (in genere) fa gol, o “l’altruista” Oriali, che antepone il bene della squadra alla propria visibilità?
La vera bravura consiste nell’ottenere il meglio dagli altri per gli altri. Quindi né Cassano, né Oriali, ma Lippi o Capello.
Quali sono i maestri che possono essere presi a modello dai giovani come campioni di meritocrazia?
All’estero tanti come Bill Gates e Tony Blair. In Italia, tra gli imprenditori Del Vecchio di Luxottica, tra i manager Colao e Guerra, nella magistratura il presidente del Tribunale di Torino Mario Barbuto, che ha ridotto drasticamente i tempi della giustizia civile, nella ricerca Roberto Cingolani dell’Istituto Italiano di tecnologia, che ha importato “cervelli” in Italia dall’estero. Nella finanza Claudio Sposito di Clessidra. Nella pubblica amministrazione Vittorio Grilli del ministero dell’Economia.
Lei non pensa che a fianco della mancanza di meritocrazia esista un problema di standardizzazione delle conoscenze? Cioè che, soprattutto a scuola, si venga giudicati non in base alla genialità, anche eterodossa che una persona esprime, ma in base a quanto il suo agire rientra nello standard?
Io penso l’opposto, nella nostra scuola la frammentazione dei curricula è pazzesca, ogni docente insegna spesso più o meno ciò che vuole. Il problema è un altro, la nostra scuola tende a “istruire” piuttosto che a “educare”, che vuole dire far imparare a ragionare, risolvere problemi e interagire con gli altri. La mancanza di “educazione” degli italiani è drammatica, come dimostrano i test Pisa per gli studenti (il Centro-Sud è a livello di Uruguay e Tailandia) e i test Ocse sulle “competenze della vita” della popolazione, nei quali l’Italia è a livello del Nuevo Leon in Messico con un 80% di “nuovi analfabeti” (persone che sanno leggere, ma non capiscono bene ciò che leggono). Esiste un’emergenza educativa ma gli italiani sono tra i più contenti delle proprie scuole, finché i figli ci vanno e prendono buoni voti.
Secondo lei quali effetti avrebbe sulla crescita economica del Paese un maggiore premio ai migliori?Il nostro è un Paese in declino economico con famiglie mediamente più ricche, per esempio, che negli Usa ma con poco lavoro e poco reddito. L’export industriale può contribuire poco alla nostra crescita, bisogna rilanciare i servizi, come il commercio, il turismo, le professioni, le costruzioni, le energie rinnovabili e via dicendo. Ma per farlo ci vuole più meritocrazia nell’economia, il che vuole dire più concorrenza e più libero mercato. Da noi il libero mercato nei servizi non esiste perché dovrebbe proteggere i consumatori, le imprese innovative e le comunità e invece protegge imprese poco competitive, quasi sempre troppo piccole che sopravvivono per esempio facendo il nero. “Piccolo è bruttissimo” perché è emblematico di quella cronica incapacità di rispettare le regole che sono l’essenza del libero mercato.
Come si fa a non creare una società di esclusi parallela all’enclave dei bravi? Cioè, come si concilia il giusto premio ai bravi e ai meritevoli con l’inclusione nel processo produttivo di chi, non per suo scarso impegno, non porta i risultati che la società si attende da lui?
Michael Young il laburista che nel 1954 creò il termine “meritocrazia” descrive in The rise of the meritocracy un mondo fantascientifico in cui l’aristocrazia da eredità veniva sostituita da una “oligarchia di tipo genetico”. Alla fine immagina che i figli delle classi dirigenti, rimossi dal potere e dalle ricchezze, organizzino una rivolta contro i membri del “club dello sperma fortunato” e li sconfiggano a Peterloo. Obiettivamente non credo che corriamo questo rischio seriamente, soprattutto in Italia dove siamo lontani anni luce da una società basata interamente sul merito.
La rincorsa verso il merito, che spesso viene confuso con il successo, può creare anche persone alienate, avulse dalle sfide quotidiane della vita (famiglia, amici, società, politica). Vede questo rischio o no?
Io vedo persone veramente di successo che hanno capito che l’accumulo di ricchezza oltre un certo limite non rende più felici e quelle che io conosco hanno un grande equilibrio tra interessi privati e professionali e sono molto legati alla propria famiglia.
Nel suo libro non si ferma alle denunce, ma fa quattro proposte per rilanciare il merito. Oggi, a un anno dall’uscita del libro, è ancora fiducioso?
Continuo a essere ottimista. Delle mie quattro proposte, la prima sull’istituzione di un test nazionale standard alle superiori e di un rilancio del merito in scuola e università è in discussione al ministero. La seconda proposta, quella di replicare in tutta l’Italia il miracolo di Torino nell’accorciare i tempi della giustizia civile affidando a Mario Barbuto (presidente del tribunale di Torino) un’unità di eccellenza a livello nazionale, è in discussione al ministero e al Csm (passata un po’ in secondo ordine per i dibattiti tra giustizia e politica). La terza, quella di regole migliori e più seguite per avere più libero mercato nei servizi locali, è stata fermata dalla crisi e dalla paura ingiustificata del “libero mercato senza regole”, con il risultato che questa crisi rischia di penalizzarci due volte. La quarta, quella di una modifica del codice di autodisciplina delle società quotate, è in discussione al consiglio della Borsa con forti opposizioni da parte di quelli che temono le “quote rosa” senza capire che il fatto di avere più donne nella leadership delle imprese fa bene alle imprese, non solo alle donne.
Quindi se le sue proposte fossero approvate, la meritocrazia potrebbe far capolino anche in Italia?
Assolutamente sì. Gli italiani non hanno nel Dna nulla di antimeritocratico e lo dimostra il fatto che all’estero competono con successo. Il problema è che la nostra società è ferma all’800, quando l’economia era agricola e la terra si passava di padre in figlio (maschio). Fuori dall’Italia, negli ultimi 100 anni, lo Stato si è sostituito alla famiglia nel determinare il benessere economico degli individui con la scuola, la legge e le regole. Da noi lo Stato ha fallito proprio nella scuola e nel rispetto delle regole e quindi è la famiglia a dominare la società, sconfinando spesso nel “familismo amorale” descritto dai sociologi e nelle “caste” che controllano il potere da anni.
Quale partito italiano si identifica meglio nella meritocrazia ?
Tutti i politici si dichiarano fautori del merito, ma il passaggio dalle parole ai fatti non è automatico. Ci sono politici di entrambi gli schieramenti che, a livello individuale, vivono seriamente la meritocrazia, ma purtroppo nessun partito. Come le ho detto, le due leve della meritocrazia sono le pari opportunità (misurate dalla mobilità sociale) e il libero mercato. Il primo è un concetto di “sinistra”, ma la nostra sinistra si è poco interessata alla mobilità sociale, concentrandosi invece sull’egalitarismo e non si è resa conto che la nostra è diventata la società più ineguale del mondo occidentale. Infatti, il gap tra ricchi e poveri è come nel mondo anglosassone ma, al contrario che nel mondo anglosassone, la mobilità sociale è bassissima: quindi i poveri sono molto più poveri dei ricchi, ma non hanno nessuna possibilità di diventare ricchi. Il secondo valore della meritocrazia è il libero mercato, che è un concetto tipico delle destre liberali che da noi si sono viste molto poco in questi anni.
Da dove si parte per fare nascere il merito in Italia?
Dal “basso”, facendo sorgere migliaia di “campioni del merito”. Ne trovo tantissimi in giro. Ho addirittura fatto un blog per raccoglierli tutti.