Tim Sayler

Tim Sayler

Fondata nel 1875 e rimasta tra le poche (se non l’unica) maison orologiere di peso indipendenti dai grandi gruppi del lusso, Audemars Piguet ha chiuso il 2013 con un fatturato di 700 milioni di franchi svizzeri e, assicura, il 2014 sta andando molto bene sul fronte delle vendite. Tra i progetti in corso, il restyling delle boutique monomarca sulla base di un nuovo concept più contemporaneo e rappresentativo, senza dimenticare il pubblico maschile e i grandi classici del brand, come il Royal Oak Offshore, grande protagonista del 2014. Nuove sorprese arriveranno anche dalla recente partnership instaurata con il circuito Art Basel, che porterà in giro per il mondo un’affascinante mostra di preziosi pezzi vintage provenienti dal museo Audemars Piguet. Di questo, e molto altro, abbiamo parlato con Tim Sayler, Chief Marketing Officer dell’azienda.

Una “piccola” provocazione. Nell’era di Internet e del digitale, ha ancora senso produrre orologi meccanici? Il pubblico ne riconosce il valore aggiunto?
A dire la verità ci siamo posti la stessa domanda, il mondo sta diventando digitale e noi produciamo orologi basati su una tecnologia che risale al XVIIIXIX secolo, quindi totalmente “antiquata”. Eppure vediamo che più questo contrasto si fa pronunciato, più le persone si interessano e appassionano agli orologi d’autore. A pensarci bene, la spiegazione è piuttosto semplice: oggi segnatempo come quelli Audemars Piguet sono praticamente l’unico prodotto pensato per durare per sempre. Tutto il resto, dai cellulari alle auto, è progettato per diventare rapidamente obsoleto.

Qual è il vostro mercato di riferimento?
In realtà, non è possibile individuare un solo mercato di riferimento, il brand è veramente globale e questo rappresenta un suo punto di forza. L’aspetto interessante è che l’azienda ha sempre seguito la strada in cui credeva e i progetti che la appassionavano, fortunatamente in ogni angolo del mondo ci sono sempre state persone che ne hanno apprezzato i risultati. Così siamo molto forti in Europa, ma anche negli Usa e in Sudamerica, e in diversi mercati asiatici. Se poi dovessi proprio scegliere tre mercati di riferimento, allora l’Italia sarebbe uno di questi. Nella Penisola vive una passione particolare per l’alta orologeria e per lo stile: due ingredienti che insieme ben rappresentano il Dna di Audemars Piguet.

Di recente avete adottato una strategia più selettiva nei confronti dei concessionari e privilegiato l’apertura di boutique monomarca. Siete soddisfatti di questa scelta?
Abbiamo iniziato proprio lo scorso anno, principalmente con l’obiettivo di offrire una migliore customer experience. Siamo un brand molto esclusivo, che produce tra i 32 e i 35 mila orologi l’anno, un numero molto contenuto se paragonato a quelli degli altri marchi alto di gamma. Avevamo una distribuzione troppo ampia per poter garantire ai clienti la possibilità di vedere tutte le nostre collezioni in ogni punto vendita in cui eravamo presenti. Perciò ci stiamo concentrando solo su quei partner che possono presentare al meglio Audemars Piguet, e la strategia sta dando buoni frutti. Parallelamente stiamo lavorando sulle nostre boutique, per le quali abbiamo individuato un nuovo concept in grado di “dare vita al brand”. È una strategia a lungo termine e procederemo gradualmente perché, in quanto azienda “famigliare”, dobbiamo fare molta attenzione dal punto di vista finanziario.

 

Ecco, a questo proposito circolano voci su una possibile acquisizione di Audemars Piguet da parte di uno dei grandi gruppi mondiali del lusso. Cosa risponde?
Che sono solo voci. Ma è normale che circolino questo tipo di rumor: siamo ormai l’unica azienda produttrice di orologi di lusso ancora in mano alle famiglie dei fondatori e i grandi gruppi sono in cerca di acquisti interessanti. Posso dire, però, che l’indipendenza della società è una vera e propria missione di primaria importanza per la proprietà. Per questo facciamo tanta attenzione alla sua salute finanziaria. L’obiettivo è mantenere l’azienda nel luogo in cui è nata, Le Brassus, anche per preservare la tradizione artigianale che caratterizza la Vallée De Joux da generazioni. I proprietari sono addirittura soliti dire che Audemars Piguet in verità non appartiene a loro ma alla valle. Storicamente il marchio ha puntato su un’immagine di sportività “chic”, scelta che ha contribuito al suo successo.

Continuerete su questa strada anche in futuro?
Sicuramente. Sport significa performance, precisione, duro lavoro, perciò esiste una naturale affinità tra gli sportivi e gli appassionati di orologi dalle ottime performance. Ecco perché molti nostri genere i nostri ambasciatori sono prima di tutto fan e clienti, perché ciò che veramente importa è che amino gli orologi, gli Audemars Piguet in particolare, e che, ovvio, siano veramente eccezionali nel loro campo. Da qui le collaborazioni con sportivi del calibro di Leo Messi. In particolare troviamo sempre più affinità con il golf, una disciplina molto vicina alla realizzazione degli orologi per l’importanza che attribuisce alla precisione.

Molti appassionati vorrebbero che i cronografi della linea Royal Oak, soprattutto gli Offshore, fossero equipaggiati con un movimento cronografico integrato di manifattura Audemars Piguet. Questo sogno si potrà realizzare in tempi brevi?
Ci stiamo lavorando da un po’ ed è tra le nostre priorità. Sviluppare un movimento completamente nuovo richiede anni ed è un passo molto importante, vogliamo che tutto sia fatto per il meglio. Ma arriverà sul mercato abbastanza presto.