Con un passato prestigioso tra Ocse, Onu e Banca Mondiale, Andrea Goldstein è Managing Director di Nomisma. Autore di diversi libri come Il miracolo coreano e Corporate governance. Un cardine per la crescita economica , insegna al Master di Economia internazionale dell’Università Cattolica di Milano (Foto: © Sara Minelli/Imagoeconomica)

L’economia italiana è praticamente in stagnazione e dà solo timidi cenni di ripresa. Il pil crescere a ritmi ridotti rispetto all’Europa. In alcuni trimestri non cresce affatto. Nel primo semestre del 2016 le assunzioni a tempo indeterminato sono crollate del 33,4% rispetto allo stesso periodo del 2015. Le banche soffrono perché troppe imprese e famiglie non riescono a pagare i debiti. AndreaGoldstein, Managing Director di Nomisma, è specializzato nell’analizzare a fondo i fattori che portano un Paese al successo economico. Prima di tornare in Italia, ha lavorato come Senior Economist all’Ocse e ha ricoperto incarichi di rilievo per l’Onu e la Banca Mondiale. Insegna al Master di Economia Internazionale dell’Università Cattolica di Milano. È autore, tra l’altro, di libri come Il miracolo coreano (2013) e Corporate governance. Un cardine per la crescita economica (2010). A lui abbiamo chiesto come l’Italia può tornare a crescere davvero.

Per cominciare, come siamo entrati in crisi?
Il nostro Paese soffre sia per una crisi di domanda aggregata, sia di offerta aggregata. In parole povere, mancano sia i consumi, sia gli investimenti delle imprese. Bisogna tener presente che nei Paesi di maggiore successo economico, c’è sempre un’alleanza virtuosa tra politica e impresa. E l’Italia sta scontando 20 anni di cattiva politica economica. Uscirne sarà difficile. Ma non possiamo usare lo scenario internazionale come alibi. A ostacolare la ripresa economica sono fattori strutturali dell’Italia. Siamo noi che dobbiamo cambiare. Penso al divario Nord- Sud, al deficit delle infrastrutture, alla qualità dell’istruzione, all’inefficienza della pubblica amministrazione, alla corruzione. Per tirarcene fuori bisogna uscire dalla retorica della crescita “breve”, cioè vantarsi del miglioramento di qualche dato trimestrale e stabilire delle strategie di lungo periodo.

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LA QUALITÀ DELLA NOSTRA SCUOLA

È SCARSA: CAMBIARE QUESTA SITUAZIONE

RICHIEDEREBBE RIFORME PROFONDE

E UNA DIVERSA MENTALITÀ

TRA I DOCENTI

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Cosa possiamo fare?
Da noi, per far ripartire investimenti e consumi, bisognerebbe rimodulare la tassazione, per incentivare i comportamenti positivi per l’economia, cioè consumi e investimenti. I consumi delle famiglie si stanno un po’ riprendendo, grazie al fatto che il prezzo del greggio è sceso – e quindi la bolletta energetica è più leggera – e grazie agli 80 euro in più in busta paga. Ma per far crescere davvero la domanda interna, bisogna che gli stipendi aumentino significativamente. Sarebbe necessario tassare meno il lavoro, vale a dire salari e imprese. Mentre bisognerebbe aumentare la pressione fiscale sulle rendite, che immobilizzano risorse invece di metterle in circolo.

Perché gli stipendi e, di conseguenza, la domanda interna non aumentano? Il nostro problema principale è la bassa crescita della produttività. Questo dipende dal fatto che la qualità dell’educazione e dell’istruzione degli italiani è relativamente scarsa, per un Paese sviluppato. Per rendersene conto basta vedere i risultati dei nostri studenti ai test Ocse-Pisa. Tra l’altro abbiamo un calendario scolastico assurdo, con vacanze estive lunghissime, che non esistono in nessun altro Paese del mondo. Cambiare questa situazione richiederà anni e riforme che vanno ben oltre La Buona Scuola, anche se è un buon punto di partenza. Ma ci vorrebbe una riforma organica. Non basta che la scuola dia le conoscenze che servono oggi, perché tra due anni ne serviranno di nuove. Una buona istruzione consiste anche nella capacità di continuare ad apprendere. E non sto parlando solo dei giovani e dei dipendenti. Anche gli imprenditori italiani mancano di cultura e non investono abbastanza nei cosiddetti “asset intangibili”, cioè nella formazione dei lavoratori e nello sviluppo di nuove conoscenze e tecnologie.

Il Governo sta andando nella direzione giusta?
Al momento, i provvedimenti presi da Matteo Renzi e dai suoi ministri sono positivi, ma insufficienti. Il Jobs Act rappresenta un passo in avanti, ma per una ripresa occorrerebbe fare molto di più sul fronte della concorrenza. Per migliorare davvero il mercato del lavoro, vedere più assunzioni e salari maggiori, ci vorrebbe un ripresa consistente degli investimenti. Al momento, in Italia, le persone che lavorano sono troppo poche.

L'Ue nel destino 

Si parla tanto di euro e di Europa dopo la Brexit. L’uscita dall’Unione è una possibilità reale per l’Italia? «Stare nell’Ue, per l’Italia, è un punto di riferimento e un destino. Sinceramente, non vedo alternative», ammette Andrea Goldstein. «L’Italia trarrebbe beneficio da un’Europa forte, ma l’Europa può essere forte solo se l’Italia, che è un Paese importante, è forte. Per stare in Europa, bisogna diminuire la spesa pubblica e accelerare le riforme strutturali, prima di ridurre la tassazione. Quando un Paese fa una legge sulla concorrenza annuale, che poi è diventata biennale e ha perso la sua coerenza – perché è timida su temi come importanti con quello dei farmaci – va in senso contrario alle liberalizzazioni. Avere un mercato efficiente renderebbe più significativi anche gli eventuali interventi che si potranno poi realizzare per favorire la ricollocazione di alcune attività finanziarie da Londra a Milano, un fenomeno probabile dopo la Brexit. Sono questi gli errori da evitare, e dei quali la Commissione Europea tiene conto. Se non si cambia sistema, non ha senso chiedere solidarietà. I soldi che prenderemmo noi dall’Europa non verrebbero dati agli altri Paesi. La solidarietà non si può pretendere, bisogna meritarsela».

Abbiamo parlato di salari e della produttività dei dipendenti, ma cosa dovrebbero fare gli imprenditori?
L’Italia ha bisogno di idee e di coraggio. Abbiamo pochissime start up. E il motivo principale è che mancano le idee imprenditoriali nuove. L’Italia non è abbastanza digitalizzata né come infrastrutture, visto che in alcune zone manca ancora la banda larga, né come cultura. Questo vuol dire che gli imprenditori in molti settori non hanno competenze informatiche e non si crea abbastanza integrazione tra il mondo di internet e i settori produttivi tradizionali. Ma quello che manca più di tutto è lo spirito imprenditoriale, la disponibilità a correre dei rischi. E nessun “cervello” è incentivato a trasferirsi in Italia dall’estero. Il dato più preoccupante è che il tasso di investimento delle società non finanziarie è precipitato da quasi 22% a fine 2011 a meno del 19% del terzo trimestre del 2015. L’Italia attrae anche pochi investimenti dall’estero, meno di 400 miliardi di dollari all’anno contro gli oltre 700 di Francia, Spagna e Germania, o i 1.700 miliardi che sono stati trasferiti nel Regno Unito nel 2014.

Le imprese, e in particolare le start up, si lamentano della difficoltà a ottenere capitali, ma le banche hanno un grosso problema di crediti in sofferenza. I soldi sono stati dati alle persone sbagliate?
Sì, è senz’altro così. Negli ultimi tempi l’attenzione si è concentrata sui veri e propri scandali, come quello delle banche popolari. Ma il problema non è solo il malaffare. Molti crediti “in sofferenza” sono stati concessi non per disonestà, ma per scarsa capacità di valutazione del rischio. Troppi hanno ottenuto credito grazie ad amicizie o conoscenze, non perché hanno presentato un progetto imprenditoriale valido. La riforma del sistema bancario è stata lanciata, ma finora non sta dando risultati.

Di questi tempi si parla di “silver economy”, cioè delle opportunità di business offerte dall’invecchiamento della popolazione. Visto che gli italiani sono tra i popoli più anziani del mondo, potremmo sfruttare positivamente questo fatto?
Anche in questo caso, l’ostacolo principale è la poca digitalizzazione. Troppi anziani non usano il computer o lo utilizzano pochissimo. E non sono abituati ad affidare a internet dati sensibili e personali, o a concludere transazioni economiche in Rete. Alcuni enti locali sono riusciti a creare esperienze di silver economy estremamente positive. Ma, mancando un disegno organico a livello nazionale, questi successi rimangono “a macchia di leopardo”. Uno dei problemi del nostro Paese è che le diverse aree crescono a velocità molto diverse.

Abbiamo parlato della scuola, ma quale potrebbe essere il ruolo dell’università e della ricerca?
Le imprese innovative, in Italia, potrebbero attingere a un capitale umano e a una ricerca scientifica potenzialmente ricchi. Il nostro Paese ha un discreto numero di nuovi dottori di ricerca e di pubblicazioni scientifiche oltre che di addetti a settori ad alta tecnologia. Questi punti di forza possono essere sfruttati creando più legami tra la comunità scientifica e le aziende innovative, o potenzialmente tali. L’iniziativa deve venire soprattutto dai soggetti coinvolti, le singole aziende e università, ma le politiche pubbliche possono giocare un ruolo importante nel promuovere la collaborazione.

Lei suggerisce di far crescere la domanda interna. Ma sarebbe possibile anche aumentare il peso dell’Italia nel commercio mondiale?
In realtà, la poca crescita del pil nazionale è dovuta quasi per intero alle esportazioni. In alcuni settori, per esempio l’alimentare, ci stiamo espandendo, ma questa non è la chiave di volta. È inutile anche sperare che il turismo sia la soluzione ai nostri problemi. Vedo tantissimi cantieri aperti, nell’ambito della cultura e del turismo. Ma non possiamo vivere solo di quello. Anche perché il turismo dipende da fattori esterni all’Italia, come il reddito dei cittadini di altri Paesi. Per esempio, con la Brexit, il potere d’acquisto dei turisti inglesi potrebbe diminuire. Il Regno Unito nel 2014 era al quarto posto nei flussi turistici verso l’Italia, con 11,9 milioni di presenze. Gli inglesi erano anche i turisti europei che spendevano di più (123 euro in media al giorno), anche se non quanto i giapponesi (194 euro) e gli americani (184 euro).