Non è incominciata bene l’avventura di Andrea Agnelli alla presidenza delle Juventus: uno stentato uno a uno sul campo del Catania rimediato il 2 maggio scorso. Troppo poco per una squadra affamata di punti. Così la Signora (come veniva chiamata un tempo, prima che succedessero parecchie cose) il prossimo anno starà fuori dall’Europa che conta, calcisticamente parlando. Il giovane Andrea, ovviamente, si aspettava di più: sperava che il ritorno di un Agnelli alla guida della squadra bianconera, nello stesso ruolo che fu ricoperto in passato da suo padre, Umberto, da suo zio, Giovanni (il mitico Avvocato) e da suo nonno, Edoardo, avesse un effetto magico sul risultato, segnasse in qualche modo l’inizio di una rimonta destinata a sublimarsi in un avvenire fatto di nuovo di vittorie, scudetti, coppe. Non è andata così. Nell’anno 2010 non basta essere un Agnelli. Vista al di là del capitolo football, questa vicenda punta i riflettori sul problema del passaggio generazionale nelle famiglie dei grandi industriali italiani. Diventa fatto pubblico con la gente che si chiede: «Le nuove generazioni, i rampolli, saranno all’altezza dei genitori, della vecchia guardia?»
Domanda lecita. Posta non per pura e semplice curiosità, ma per tentare di capire in che mani sono capitati imperi industriali e finanziari dai quali dipende una parte non trascurabile di quanto si combina ogni anno nel paese, quello che gli economisti chiamano il pil. Per rispondere è quasi obbligatorio partire proprio da loro, gli Agnelli, tuttora la prima famiglia nazionale per peso complessivo (fatturato, dipendenti, export) del gruppo che controllano. Qui la successione, come si ricorda, è avvenuta in seguito a vicende drammatiche. La scomparsa dell’Avvocato, quella di suo fratello Umberto e del figlio di quest’ultimo, Giovannino, sul quale si appuntavano molte speranze della dinastia, hanno portato a una soluzione ponte durata per alcuni anni, fino all’aprile scorso. John Elkann, figlio di Margherita e nipote dell’Avvocato, era troppo giovane per assumere la leadership, così alla guida delle casseforti familiari sono stati lasciati gli abili, fidati, sperimentati uomini di fiducia di sempre, vale a dire Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, mentre per la presidenza Fiat si è fatto ricorso a Luca Cordero di Montezemolo, vicinissimo alla famiglia. Poi, passo dopo passo, John Elkann detto Jaki (soprannome che l’interessato detesta, ricordandogli una fanciullezza ormai oggettivamente lontana) ha occupato tutti i posti e i ruoli che gli competono in quanto azionista di riferimento: presidenza dell’accomandita, della Exor e, dal 26 aprile scorso, della stessa Fiat. E così ritorna la domanda: questo elegante e garbato signore di 33 anni saprà portare avanti una tale eredità? Qui bisogna prima di tutto dirsi una verità che potrà non piacere, ma che non si può tacere: non è poi quel granché quello che John Elkann ha ricevuto dalla famiglia. Il gruppo Agnelli-Fiat dei tempi d’oro era una conglomerata che, accanto all’attività tradizionale nelle auto, camion, trattori, contava assicurazioni (Sai), autostrade (Torino-Milano), grandi magazzini (Rinascente), aziende di telecomunicazioni (Telettra), società di costruzioni (Impresit), partecipazioni finanziarie di vario tipo (Club Méditerranée, Danone...). Era insomma quello che si definisce un impero vero e proprio. Una serie di crisi ricorrenti dell’auto (e non solo) hanno assottigliato quell’impero che ora è un gruppo sempre consistente, ma molto diverso dai bei tempi. E questo dimagrimento non è certo imputabile al giovane Elkann. Il quale, assieme all’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, sta delineando quelle che saranno le scelte strategiche della Fiat, dall’alleanza con la Chrysler, al ridimensionamento del peso dell’auto nel portafoglio familiare. Si vedrà nei prossimi anni se queste scelte (e altre sicuramente in preparazione) saranno vincenti.
Passando ad altri rampolli doc, in casa Berlusconi la situazione pare positiva. Certo lui, il fondatore, è per così dire un pezzo unico (e sotto certi versi è una fortuna). Ma la sua assenza (quasi totale) dal business per dedicarsi alla politica non ha portato sconquassi. Un po’ per la costante presenza di manager storici come Fedele Confalonieri. Ma anche perché gli eredi stanno facendo bene il loro lavoro. Marina a capo della Fininvest (la holding capogruppo) e della Mondadori gestisce con discrezione e mano ferma. E riesce a imporre anche scelte dolorose che forse il padre avrebbe evitato. I trionfi calcistici del Milan, per esempio, sono costati negli anni molti milioni di euro e lei ha deciso che questo andazzo non potrà continuare: anche in casa rosso-nera bisognerà far quadrare in conti. Questo significa rinunciare a qualche campione e andare sul calciomercato con virtuosa parsimonia. Politica che non piacerà sicuramente ai tifosi, ma pazienza.
Nel settore televisivo, il core business della famiglia, Piersilvio è ormai il vero leader consolidato di Mediaset, della quale è vicepresidente. Ha difeso assieme all’amministratore delegato, Giuliano Adreani, il fatturato pubblicitario in questi due ultimi anni orribili, e sta affrontando con determinazione (che gli ha procurato anche diverse critiche) lo scontro con la Sky Tv del numero uno al mondo del settore, il tycoon Rupert Murdoch. L’espansione internazionale non ha avuto l’enfasi che ci si aspettava (ma forse non sono questi i tempi migliori), comunque c’è stato un consolidamento in Spagna, malgrado la crisi in quel paese stia colpendo più duramente che altrove. Quindi il numero uno, il fondatore può dedicarsi tranquillamente al suo giocattolo (la politica), perché in famiglia c’è chi si occupa delle cose serie (il business), che tira avanti la carretta. Tutto liscio, dunque? Non proprio. Berlusconi, come si sa, ha anche tre figli avuti dal secondo matrimonio con Veronica Lario dalla quale sta divorziando. I tre, Barbara, Eleonora e Luigi, sono ormai grandi (il minore, Luigi, ha 22 anni) e sono pronti ad assumere ruoli operativi nelle aziende di famiglia. A proposito di Barbara, per esempio, si è scritto di un suo interesse per l’editoria, quindi per la Mondadori, oggi saldamente presidiata da Marina. E questo fronte, quello della suddivisione familiare, potrà creare delle tensioni in casa Berlusconi.
Tensioni, ora superate, che però ci sono state recentemente in casa dello storico rivale di Berlusconi, Carlo De Benedetti. Ci sono state fra il patriarca e il figlio Rodolfo a causa di divergenze strategiche sulla gestione del gruppo. Alla fine si sono risolte perché, un anno fa, l’Ingegnere si è finalmente deciso a farsi da parte (si fa per dire, dato il personaggio) dedicandosi solo al ramo editoriale del suo gruppo, vale a dire l’Espresso e la Repubblica. Rodolfo segue invece il resto, che è concentrato nella holding Cir di cui è amministratore delegato e si articola nei settori metalmeccanico, energetico e sanitario. Nessun problema con i due fratelli Marco (che si occupa di private equity) ed Edoardo (medico a Ginevra). Rodolfo è diversissimo dal padre, quasi antitetico. È riservato, prudente, riflessivo. L’Ingegnere, con la sua intelligenza e determinazione (al limite della spregiudicatezza, secondo i nemici) ha creato un gruppo importante; ma con le sue impennate, le sue fughe in avanti talvolta avventurose, ne ha anche distrutto dei pezzi. Rodolfo è la persona ideale per governarlo adesso con una navigazione magari più lenta, più tranquilla, ma quasi certamente più sicura.
Nella famiglia Benetton i fratelli fondatori (Luciano, Giuliano, Gilberto e Carlo) sono sempre ai loro posti. Ma le nuove generazioni avanzano. In particolare Alessandro, figlio di Luciano, 46 anni, laurea alla Boston University e master ad Harvard, che è vicepresidente esecutivo di Benetton Group e consigliere di Edizione, la holding di famiglia. Sarà geniale come il padre e gli zii che, partendo da magliette e maglioni, hanno creato una realtà che spazia dalle Autostrade ad Autogrill e ha partecipazioni importanti come quella nelle Generali? Chi lo conosce assicura di sì. Bisognerà però aspettare quando gli verranno passate davvero le leve del comando anche per sapere come dovrà dividerle con gli altri membri della famiglia.
In casa Ligresti, il costruttore e finanziere di origini siciliane, il potere è sempre e tuttora saldamente nella mani del fondatore, l’ingegner Salvatore, che non ha la minima intenzione di pensionarsi. I tre figli, Jonella, Giulia e Paolo, hanno ruoli nelle società familiari (la più importante è la Sai Fondiaria), ma il regista è sempre lui che tira le fila dal suo ufficio in piazza della Repubblica a Milano. Così come saldamente è al comando (anzi, sempre di più, sempre in crescita) Francesco Gaetano Caltagirone, l’uomo più liquido d’Italia che ha appena conquistato un ruolo di spicco nel salotto per antonomasia della finanza nazionale, le assicurazioni Generali delle quali è diventato vicepresidente. Un ruolo autonomo lo ha però riconosciuto alla figlia Azzurra che si occupa della parte editoriale: i quotidiani il Messaggero di Roma, il Mattino di Napoli e il Gazzettino di Venezia, oltre al foglio free press Leggo.
Un passaggio di testimone è avvenuto nella famiglia Marcegaglia, particolarmente significativo perché essendo Emma la presidente della Confindustria, dovrebbe in qualche modo fare da esempio a tutta la categoria. Il fondatore, Steno, nel 1959 ha creato un gruppo diventato fra i leader in Italia e in Europa nel settore siderurgico. Ora si è messo un po’ in disparte e la guida operativa è passata nelle mani del figlio, Antonio, che porta avanti senza scosse la società. Anche Emma se ne occupava e, ufficialmente, continua a farlo. Ma sta sempre più a Roma che a Mantova. E in futuro difficilmente cambierà abitudini visto che il suo nome comincia già a circolare come possibile protagonista della politica.