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L'intervista al curatore del museo Mark Coetzee

L'intervista al curatore del museo Mark Coetzee Torna a Zeits Mocaa Museum Città del Capo
Lunedì, 06 Agosto 2018

RACCONTARE UN CONTINENTE IN TUTTE LE SUE SFACCETTATURE, ANDANDO OLTRE LE IMMAGINI CLASSICHE DIFFUSE IN OCCIDENTE. COSÌ MARK COETZEE, CURATORE DEL MUSEO, NE INTERPRETA LA MISSION

Mark Coetzee

Il giorno dell’inaugurazione, lei ha de­finito il museo «un simbolo e un’icona della consapevolezza di essere africani e della certezza di avere un proprio posto nel mondo». Cosa vuol dire avere, oggi, tale fi­ducia? 
Per anni l’Africa è stata una colonia: siamo stati dominati da persone che non appartenevano a questa terra e che hanno imposto le loro tradizioni, la loro cultura e la loro arte. In più, oggi nel mondo dilagano due immagini dell’Africa: la prima è quella turistica dei tamburi e dei leoni per le strade, mentre l’altra, più drammatica, dipinge un continente piegato dalla fame e dalla povertà. In realtà, se si va in città come Il Cairo ci si imbatte in metropoli con università, moto, popolate da milioni di abitanti provenienti da luoghi diversi che vivono e lavorano insieme. È giunto il momento di dare un’immagine reale di chi siamo. 

Oltre che al mondo, crede che gli africani debbano ricordare anche a se stessi chi sono?
Sono cresciuto durante gli anni dell’Apartheid, sotto un governo corrotto, che ci classi­ficava in base alla razza. Credo di non avere mai avuto tutto quello che, al di fuori dell’Africa, viene defi­nito come diritti umani. Quando parlo della fi­ducia di sapere che abbiamo un posto nel mondo mi riferisco al diritto di dire chi siamo, al diritto di poter autodeterminare la nostra identità e di raccontare le storie con i nostri canoni, anziché con quelli degli altri. 

Perché avete deciso di aprire il museo con Dragons?
Zeitz e io abbiamo sempre lavorato a stretto contatto con Thomas Heatherwick, illustrandogli come doveva essere la collezione e gli spazi di cui avevamo bisogno. Tutti e tre siamo stati subito d’accordo nell’installare Dragons nell’atrio. In primo luogo è un’opera di un artista sudafricano: Nicholas Hlobo. Inoltre il drago rappresenta una metafora dell’arte, perché ti permette di vedere qualcosa di cui, altrimenti, non potresti fare esperienza.

Vi siete costituiti come associazione non profi­t: come riuscite a coprire i costi?
Abbiamo diverse fonti di ricavo. La prima è la vendita dei biglietti anche se non basta per rientrare nella spesa: il prezzo dovrebbe essere tre, cinque, dieci volte superiore a quello reale! Abbiamo però molti donatori che ci sostengono, persone che credono in noi, un paio di sponsor e possiamo anche contare su interessi vari legati agli investimenti.

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