Viaggio nel "selvaggio" Yellowstone

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Il Premio Pulitzer Wallace Stegner (1909-1993), storico, scrittore e ambientalista statunitense, ne era fermamente convinto: «I nostri parchi sono l’idea migliore che abbiamo mai avuto. Assolutamente americani, assolutamente democratici, riflettono il meglio di noi». Al ritmo di 300 milioni di visitatori l’anno, sono molti i suoi connazionali, così come anche i numerosi stranieri, che lo possono confermare dopo essere andati alla scoperta di quei luoghi incontaminati, veri paradisi dalla natura adamantina nel cuore della West Coast a stelle e strisce. Proprio quest’autunno stiamo assistendo a un’ulteriore riscoperta di simili “miniere a cielo aperto” dalla bellezza incantata, tra l’interesse per i cambiamenti della scena politica del Paese e il centenario del National Park Service (Nps). L’agenzia federale, istituita nel 1916 e incaricata di proteggere questo “tesoro verde”, insieme a molti altri siti e monumenti di interesse storico-culturale, lo scorso anno ha fatto guadagnare 32 miliardi di dollari e dato occupazione a 300 mila persone: parliamo, dunque, di un’innegabile e proficua risorsa economica, che si estende per ben 34 milioni di ettari, un patrimonio ambientale che deve essere preservato da istituzioni e cittadini. Lo ha ricordato poco tempo fa anche il presidente uscente Barack Obama: «La nostra prosperità a lungo termine dipende dalla corretta gestione dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo e della terra che seminiamo. È un impegno sacro».

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LE GUIDE PIÙ ACCREDITATE SUGGERISCONO

di dedicare alla visita almeno due giorni

E DI ORGANIZZARLA PER ZONE DI INTERESSE

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Complessivamente sono 59 i parchi del network che fa capo all’Nps. Il più antico di tutti – primato che detiene negli Usa, così come a livello globale – e, dunque, il più rappresentativo nonché gettonatissimo dai turisti (circa 4 milioni all’anno) è quello di Yellowstone, nato nel 1872 per volontà del Congresso degli Stati Uniti, al fine di tutelare uno dei maggiori ecosistemi della zona temperata della nazione. Dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità nel 1978, con i suoi 9 mila chilometri quadrati situati nella zona Nord Occidentale degli Usa, tocca ben tre Stati, estendendosi prevalentemente nel Wyoming e sconfinando, solo per un piccolo tratto, in Montana e Idaho. Nell’immaginario collettivo, Yellowstone è legato soprattutto alle avventure dei simpatici orsi Yoghi e Bubu con il severo Ranger Smith, tra immensi prati e alberi sempreverdi. Abbarbicato sulle Montagne Rocciose e dislocato su una serie di altipiani a un’altitudine media di 2.400 sul livello del mare, questo parco nazionale presenta, però, uno scenario interno molto più complesso, suggestivo e variegato, rispetto alle praterie e ai campi sconfinati già noti grazie ai mitici cartoni di Hanna & Barbera. Nel giro di pochi chilometri, infatti, si può spaziare da affascinanti distese lunari ad aspre gole scavate nella roccia, fino ad arrivare alle fonti di acque termali (più di 10 mila) che racchiudono quasi la metà della capacità idrotermale dell’intero pianeta, inclusi quasi 400 geyser potenti e maestosi e le numerose sorgenti calde, con temperature che possono superare i 200° C. Per non parlare delle pozze dai colori dell’arcobaleno, dei laghetti smeraldini, della fauna variopinta con almeno 60 specie di mammiferi differenti, molte in via d’estinzione. La maggior parte dei fenomeni naturali più sorprendenti a cui si può assistere quotidianamente deriva da un minimo comune denominatore: la caldera del “supervulcano” sotterraneo più grande al mondo che, oltre 600 mila anni fa, in seguito a una gigantesca eruzione – la quarta più violenta e disastrosa nella storia dell’universo – diede origine a Yellowstone. Il nome dell’area è quello del principale fiume che l’attraversa e, letteralmente, fa riferimento alla “pietra gialla”, ovvero all’abbondante quantità di zolfo presente nei letti fluviali e nelle falde rocciose che la solcano.

Yellowstone-©-MorningDewPhotography

COME IN ISLANDA
Il Parco Nazionale del Wyoming è grande quasi quanto la nostra Umbria, anzi, la supera seppur di poco: guide accreditate come la Lonely Planet suggeriscono di dedicare non meno di due giorni interi alla sua esplorazione. Data la vastità delle riserve da visitare – 300 km di strade asfaltate da percorrere a bordo delle quattro ruote e oltre 1.600 km di sentieri ideali per l’hiking e il trekking –, in base ai molteplici luoghi di interesse naturalistico, storico e culturale che offre, può essere opportuno suddividere la visita in zone distinte. Una delle più famose e affascinanti è sicuramente quella nella parte meridionale, denominata Upper Geyser Basin, dalla superficie di circa 2 chilometri quadrati: contiene la più grande concentrazione mondiale di geyser, ben un quarto di tutti quelli esistenti. Castle Geyser è caratterizzato da getti di vapore che possono arrivare a 50 metri di altezza e che si manifestano ogni 10-12 ore: deve il suo nome alla particolare forma a cono dei depositi rilasciati nella fase eruttiva che, nel loro insieme, ricordano, appunto, un castello. Un altro è l’Old Faithful (il “Vecchio Fedele”), che erutta precisamente ogni 93 minuti lanciando in aria oltre 30 mila litri di acqua. Molto particolare è l’Artemisia Geyser, con i suoi bordi color salvia che sembrano quasi “ricamati all’uncinetto” e le sue colonne di acqua bollente che sfiorano i nove metri di altezza per 15-25 minuti, una o due volte al giorno. Sempre a Sud del parco, ma all’interno del Lower Geyser Basin, nei pressi del lago Firehole Lake si riconosce la Great Fountain grazie alla schiera di terrazze con cui si presenta, formatesi in seguito all’accumulo di depositi calcarei. È inoltre possibile ammirare il Clepsydra Geyser, dalle eruzioni perenni e alte 10-15 metri, a intervalli di pochissimi secondi l’una dall’altra e pressoché costanti dal 1959, quando un violento terribile terremoto scosse l’intera regione. Spostandoci a Nord, invece, il Norris Geyser, il più caldo di Yellowstone con una temperatura di 205°C rilevati a 81 metri di altezza, è una delle poche sorgenti permanenti di acqua termale attive nella zona di “Porcelein Terrace”, in cui abbondano le formazioni geotermiche “effimere”, quelle, cioè, che nascono improvvisamente dal terreno per poi esaurire la propria attività in poche ore, giorni o settimane. Il paesaggio arido e desolato di questo bacino è frutto dell’ambiente acido che crea condizioni ostili alla sopravvivenza di piante, animali e microrganismi. I suoi colori intensi e “fluo” derivano da ossidi minerali come quelli di ferro e dai solfati di zolfo.
A Nord Ovest del Parco, le Mammoth Hot Springs costituiscono un’ampia regione termale ricca di sorgenti calde che formano affascinanti terrazzamenti in pietra. Sono state costruite nel corso dei millenni dai depositi di minerali trasportati dall’acqua: secondo i geologi, ogni giorno, in tale area, si riversano oltre 2 tonnellate di carbonato di calcio che dà vita a queste spettacolari formazioni. Nel Midway Geyser Basin, alla cima di una collinetta, si trova la Grand Prismatic Spring, la fonte termale più grande degli Stati Uniti e la terza del mondo che scarica fino a 2.100 litri di acqua calda (quasi 70°C). Il suo nome si riferisce alla particolare colorazione blu cobalto al centro e poi giallo, oro, arancione e marrone alla periferia, secondo un caleidoscopio cromatico che ricorda, appunto, i giochi di luce di un prisma ottico. In realtà, un simile arcobaleno di sfumature sarebbe prodotto da batteri pigmentati che crescono lungo i bordi delle acque ricche di minerali. La migliore vista panoramica? Dicono che si possa godere camminando lungo il Fairy Falls Trail che porta ai geyser Imperial e Spray. Non molto distante da qui sorge la Fountain Paint Pot, circondata da ulteriori fumarole e pozze di fango e zolfo. Tra le “piscine naturali” più scenografiche e popolari del parco va certamente annoverata anche la Morning Glory Pool, così chiamata nel 1880 dalla moglie dell’allora guida di Yellowstone per la nuance prevalente, blu violetto, simile a quella dell’omonimo fiore, noto fin dai tempi degli Aztechi.

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SEPPUR DI POCO,
il Parco Nazionale del Wyoming
È PIÙ GRANDE DELL’UMBRIA
E VANTA 300 KM DI STRADE ASFALTATE

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TRA CIELO E TERRA
Anche Yellowstone ha il suo Grand Canyon. Esattamente come quello che si trova in Arizona, solcato dal fiume Colorado, il suo “gemello” di questa riserva naturale è attraversato dal suo fiume omonimo, lo Yellowstone River, che scorre tra impervie e imponenti scogliere rocciose che, nei toni, virano dall’oro al ruggine fino al porpora. Lasciano senza fiato, sullo sfondo, le Lower Falls, cascate che fanno un balzo di ben 94 metri. I più indomiti che vogliono avventurarsi nella gola possono percorrere l’Uncle Tom’s Trail, 152 metri di scalinate che partono da Artist Point Road e conducono di fronte alle rapide impetuose. Il fiume Yellowstone, inoltre, insieme a numerosi torrenti, alimenta lo Yellowstone Lake, il più grande lago di montagna del Nord America, situato a 2.357 metri sul livello del mare, posizionato nell’antica caldera di un vulcano. Il contrasto cromatico, anche in questo caso, è davvero notevole: su una superficie talmente cristallina da evocare il mar dei Caraibi, si specchiano cime irte e imbiancate da neve e ghiacciai. Passeggiando lungo le passerelle, è possibile avvistare la ricca fauna del parco: coguari e lupi sulle alture, alci, lontre e coyote sulle coste. Spesso, lungo il Fishing Bridge, si trovano grizzly a caccia di trote. Gli orsi grigi, così come i bruni, si aggirano anche nella verde vallata dell’Hayden Valley, uno dei luoghi dove si può entrare maggiormente a contatto con la selvaggia e autentica wildlife, tra immensi pascoli popolati da mandrie di buoi e fitte pinete abitate da daini e scoiattoli. Anche chi è appassionato di birdwatching non resterà deluso, con oltre 200 specie di uccelli da cercare e ammirare, tra aironi, cigni, aquile, corvi, pellicani.
Per molti anni si è – erroneamente – ritenuto che i Nativi Americani conoscessero il paradiso incontaminato di Yellowstone, ma se ne tenessero alla larga, temendo le pozze sulfuree, i fumi vulcanici, i getti d’acqua incandescenti e violenti che, secondo certe credenze, sarebbero state manifestazioni di forze occulte. In realtà, numerosi ritrovamenti recenti, quali punte di frecce di ossidiana e resti di insediamenti umani all’interno del parco stesso (gli “stone circles”, i cerchi di pietra) attesterebbero i frequenti passaggi in loco e perfino qualche accampamento stanziale delle principali tribù pellerossa. Si andrebbero, dunque, a rafforzare altre testimonianze giunte fino a noi attraverso canti tribali, leggende e proverbi indiani, dai quali emergerebbe che tutta l’area delle Montagne Rocciose, inclusa questa riserva, veniva considerata sacra e, pertanto, venerata, rispettata e amata. «Non ereditiamo la Terra dai nostri antenati», recitava, saggiamente, un antico detto Navajo, «la prendiamo in prestito dai nostri figli». Sarebbe bene ricordarsene più spesso anche oggi.