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Mai superare i propri limiti: intervista a Michele Geraci

Mai superare i propri limiti: intervista a Michele Geraci Torna a Viaggi, immersioni: le mete più gettonate del 2016
Giovedì, 07 Luglio 2016

Michele Geraci è un uomo che di profondità marine e di sicurezza negli abissi se ne intende. È suo il record italiano d’immersione: un tuffo nel blu lungo più di dieci ore, fino a 253 metri sotto il livelli del mare, che ha compiuto nel luglio 2014 nelle acque al largo di Capo Sant’Ampeglio, il promontorio più meridionale della Liguria, a Bordighera. Oggi il vigile sommozzatore presso il nucleo di Genova, classe 1976, e istruttore federale d’immersione in federazione Fipsas Cmas, si sta allenando per andare ancora più a fondo e stabilire il record del mondo, che tenterà nei prossimi mesi in Egitto.

Geraci, l’immersione subacquea è un’attività sicura? Spesso le cronache ci fanno pensare il contrario.
Dipende dal tipo di immersione che si vuole affrontare. E anche ovviamente dell’esperienza del sub. In linea di massima, fino a 20-30 metri non ci sono particolari problemi. Farsi del male a queste profondità è davvero difficile. Basti pensare che nella classifica degli incidenti sportivi, la subacquea è al decimo posto, dietro le bocce. Oltre i 30-40 metri, ovviamente, nella cosiddetta curva di sicurezza, è tutta un’altra storia. E occorre molta prudenza e tanta formazione. La regola aurea è conoscere i propri limiti e non cercare mai di superarli.

Molti turisti abbinano vacanze esotiche a corsi di subacquea, ottenendo i brevetti all’estero. Che ne pensa?
Io consiglio sempre di trovare un buon istruttore in Italia e fare tanta formazione in vasca. La subacquea è una disciplina sicura, ma a patto di prenderla sul serio. Al di là di brevetti e certificazioni, è importante avere un buon istruttore e poi magari puntare alle specializzazioni in occasione di viaggi e vacanze.

È difficile però orientarsi nella formazione. Sul mercato troviamo tante didattiche e offerte. Come fare per essere certi di fare la scelta giusta?
In Italia purtroppo manca una legge sulla subacquea. Il che complica un po’ le cose rispetto a Paesi come la Francia dove tutto è regolamentato. I brevetti sono universali, ma la didattiche sono diverse. Inoltre c’è molta incertezza sotto il profilo fiscale e questa situazione di confusione fa sì che nascano tante piccole agenzie e scuole: una popolazione all’interno della quale è complesso distinguere tra chi è serio e chi non lo è. A mio avviso, in Italia avremmo bisogno di un esame di Stato, fatto dalle Capitanerie di porto, per abilitare gli istruttori.

Chi sono i migliori allievi?
Senz’altro i manager. Tutte quelle persone che hanno carriere ricche di responsabilità, ma anche molto stressanti, sembrano trovare una zona franca di relax durante le immersioni. Sono, infatti, tanti i dirigenti o gli imprenditori che si dedicano alle profondità marine. E non è un caso. Ormai l’unico posto dove non suona il cellulare è sotto il livello del mare.

L’anno scorso lei ha migliorato il suo record personale e quello italiano immergendosi fino a 253 metri sotto il livello del mare. In quell’occasione però puntava anche a centrare il record del mondo. Cosa è andato storto?
Ci sono fattori di crisi difficili da prevedere in un ambiente così diverso da quello a cui siamo abituati e in una postura orizzontale con tante bombole sulle spalle. Arrivare a 340 metri significa stare in acqua più di 14 ore. Potete immaginare quante cose possono succedere. In quel caso ho avuto delle coliche renali molto dolorose a causa dell’idratazione: ho sofferto un paio d’ore, poi ho deciso di non spingermi oltre. Per fare il record del mondo c’è sempre tempo, conto di centrare il traguardo in Egitto nei prossimi mesi.

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