L’Annunciazione di Ludovico Carracci (1584), fondatore con i cugini dell’Accademia degli Incamminati

Quando, nel 1786, le truppe napoleoniche fecero il loro ingresso a Bologna, decine di chiese e conventi furono soppressi, ma, fortunatamente, le opere d’arte in essi custodite furono conservate, catalogate e raccolte nelle sale del Noviziato dei Gesuiti di Sant’Ignazio, eretto nel 1600 nel quartiere universitario cittadino e ormai chiuso da tempo. Secondo la visione laica voluta dal conquistatore francese, infatti, non dovevano più rappresentare un simulacro di culto dei fedeli, ma diventare oggetto di ammirazione e studio per i cittadini. In seguito, alcuni dipinti furono inviati a Parigi e a Milano (al Musée Napoleon e alla futura Accademia di Brera), dove rimasero fino alla caduta dell’impero francese per poi, in parte, rientrare nel capoluogo emiliano. È proprio sulla scia di questi eventi storici che nacque il nucleo originario dell’attuale Pinacoteca Nazionale di Bologna, ancora oggi una delle principali gallerie artistiche e culturali del nostro Paese.

Il primo catalogo, datato 1827, racchiudeva 274 esemplari di pittura, soprattutto di carattere religioso, risalenti a un arco temporale compreso tra il XIII al XVIII secolo circa; in seguito, l’elenco si arricchì di opere commissionate da nobili e patrizi nel XIX secolo, divenendo così una delle più pregiate raccolte a livello europeo e aprendo le sue porte al pubblico, per la prima volta, nel 1885. Ancora oggi la Pinacoteca ha sede nello storico edificio nei pressi delle Due torri bolognesi, in cui sono presenti anche l’Accademia di Belle Arti e la Soprintendenza per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico, fondendo, in un unico centro, esposizione, tutela, conservazione, studio e valorizzazione dell’importante eredità culturale tramandata nei secoli. Totalmente rinnovata nel 1997, la Pinacoteca presenta 30 sale espositive. Il percorso si articola in sezioni suddivise per scuole, dalle tavole del XIII secolo ai dipinti di grande formato del XVII secolo.

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Alcune delle opere che si possono ammirare nella Pinacoteca di Bologna. In particolare, nella fila in alto: San Giorgio libera la principessa (1330/1335) di Vitale da Bologna, l’Adorazione del Bambino fra i santi Giuseppe, Agostino e Francesco alla presenza di Anton Galeazzo e Alessandro Bentivoglio di Francesco Raibolini, un particolare della sala dedicata a Guido Reni, seguita dal suo Sansone vittorioso (1575/1642) e da Massi di Nino Bertocchi (1931)

L’itinerario prende le mosse dal Crocifisso proveniente dalla chiesa di Santa Maria del Borgo, opera attribuita a un ignoto artista vicino a b; prosegue con il San Giorgio e il drago di Vitale da Bologna (1330 c.a. - morto prima del 1361) che caratterizza con la forza espressiva e la veemenza delle proprie immagini l’arte emiliana del ‘300 e si sviluppa attraverso altre opere dello stesso artista, fino ai due polittici della Dormitio Virginis e della Presentazione al Tempio dello Pseudo Jacopino, attivo tra il 1320 e il 1330, il cui stile fortemente narrativo costituisce una rottura nell’astrattezza delle raffigurazioni religiose dell’epoca. Dopo la sala dedicata al “Gotico”, in quella incentrata su “Giotto e i forestieri a Bologna” sono esposte importanti testimonianze di artisti non originari della città, ma che vi soggiornarono per brevi periodi; grande protagonista è il polittico eseguito dal maestro fiorentino per la chiesa di Santa Maria degli Angeli, datata al 1330 circa (in mostra a Milano).

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IL SUO PRIMO CATALOGO, DATATO 1827,

RACCHIUDEVA 274 ESEMPLARI DI PITTURA,

SOPRATTUTTO DI CARATTERE RELIGIOSO,

DATATI TRA IL XIII E IL XVIII SECOLO

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Accanto ad alcuni quadri del ‘400 e dell’Umanesimo bolognese, fiorito sotto la signoria dei Bentivoglio, troviamo due esemplari della pittura classicistica rinascimentale del ‘500, entrambi commissionati, all’epoca per le cappelle di San Giovanni in Monte, sempre nel capoluogo emiliano: La Madonna col Bambino in gloria e i Santi Giovanni Evangelista, Apollonia, Caterina d’Alessandria e Michele Arcangelo del Perugino e L’estasi di Santa Cecilia di Raffaello, che Stendhal, durante la tappa bolognese del suo Grand Tour italiano, andava ad ammirare ogni giorno tra stupore e turbamento, come scrisse lui stesso.

Successivamente si entra nel vivo del Manierismo, con il Parmigianino prima (Madonna col Bambino e i Santi Margherita, Girolamo e Petronio , 1529) e Nicolò dell’Abate, poi (con affreschi che rappresentano episodi dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, espressione dei gusti della corte estense dell’epoca). Nell’ultima parte della collezione permanente, protagonista è invece la pittura del ‘600, come emerge, in primis, dai capolavori dei tre cugini Carracci – Ludovico (1555-1619), Annibale (1560- 1609) e Agostino (1557-1602) – fondatori negli anni ‘80 del ‘500 dell’Accademia degli Incamminati, una scuola/bottega che univa le nuove idee artistiche dei fondatori allo studio dei loro maestri Correggio, Tiziano e Veronese, per un ritorno della pittura “al naturale”.

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Una delle 30 sale della Pinacoteca

Grande importanza riveste il salone dedicato a Guido Reni (1575-1642), massimo esponente dell’ideale classico seicentesco. Affidato, ancora bambino, al pittore fiammingo Denys Calvaert, nel 1594 Reni entrò a far parte dell’Accademia degli Incamminati, dove il suo straordinario talento lo rese dapprima apprezzato assistente di Ludovico Carracci, e in seguito suo rivale. Accolto poi nella cerchia pontificia, ottenne importanti committenze, dividendosi tra Roma e Bologna. Nella stanza che gli rende omaggio sono esposte le opere più importanti – da lui realizzate proprio sotto le Due torri, come il Sansone vittorioso – e caratterizzate, in linea con il resto della sua produzione, da una costante tensione verso il “bello ideale”, ovvero una bellezza formale che, per l’artista, coincideva anche con la massima espressione della nobiltà e la grazia dell’animo.

Alla fine di questa sezione un corridoio conduce verso l’Aula Gnudi, salone ottagonale dedicato alla memoria di Cesare Gnudi (1910-1981), che ospita spesso attività didattiche e di formazione. In questa sezione della Pinacoteca si è, invece, circondati dalle tele realizzate, tra gli altri, da Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino e dal Domenichino, altri rinomati artisti del ‘600 bolognese.

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CONQUISTÒ ANCHE

PERSONALITÀ ILLUSTRI

COME GOETHE, STENDHAL,

DICKENS, HESSE E TOLSTOJ

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Il percorso si chiude con un tributo al ‘700, che rimanda anche alla collezione del vicino Palazzo Pepoli Campogrande, oggi sede distaccata della Pinacoteca Nazionale. Si tratta di un edificio nobiliare, decorato da affreschi di età barocca, in cui è conservata gran parte della Quadreria (circa 400 opere) donata alla città dai marchesi Francesco e Giacomo Zambeccari. Nelle decorazioni affrescate di pareti e soffitti, si alternano fantasie mitologiche e arcadiche e scene triviali e plebee, come quelle ritratte dal Crespi.

Secondo una perfetta sintesi, convivono, dunque, due anime che da sempre caratterizzano Bologna: da una parte il suo lato colto, quello degli studi letterati, delle reminiscenze classiche e dell’antica università, dall’altra quello più popolare delle piazze, delle botteghe e dei mercati. La Dotta e la Grassa, due volti presenti nei diversi accenti e colori delle pitture conservate in Pinacoteca e che, grazie al loro contrasto complementare, conquistarono anche personalità illustri come Montaigne, Goethe, appunto Stendhal, Dickens, Taine, Hermann Hesse e Tolstoj.