Un vaso “vichingo”, uno dei pezzi più artistici ospitati nel Museo di Altare © MAS - ISVAV 2008

C'è un mestiere, ormai perduto nel tempo, che riesce ancora a incantare: l’arte vetraria. Gli oggetti soffiati in vetro, con quei loro colori sgargianti dal rosso fuoco al blu notte e l’evocativo scoppiettare delle fornaci mantengono il fascino di un passato, ormai travolto dall’evoluzione tecnologica, che trasuda eccellenza. A fare memoria di quest’arte complessa, conservandone i più bei manufatti ma anche i segreti del mestiere, è il Museo dell’arte vetraria altarese, in provincia di Savona. Nel 1400, infatti, in Liguria è sorta una delle più grandi tradizioni di maestri vetrai che, insieme a quella dei colleghi di Murano, è stata un vanto d’Italia.
Le due scuole si sono alternate nei secoli, distinguendosi tra loro per due elementi fondamentali. Il primo attiene alla tipologia dei manufatti realizzati: se Murano sperimentava anche una propria linea artistica, gli altaresi si concentrarono esclusivamente sui vetri d’uso per la casa e la vita quotidiana, come vasi, contenitori, ampolle. Una produzione a cui si aggiungerà, in seguito, anche una produzione destinata all’industria chimico-farmaceutica. Il business fu proficuo fino all’arrivo della plastica: una rivoluzione che mise fine anche alla Società Artistico Vetraria, nata nell’800 e chiusa nel 1978. Il secondo elemento di differenza è la segretezza: diversamente dai maestri vetrai di Murano, ai quali veniva imposto il vincolo del riserbo pena la morte, gli altaresi erano liberi di insegnare e promuovere l’arte vetraia in tutto il mondo. Questo li ha resi particolarmente famosi al punto che, ancora oggi, alcuni degli artisti di Altare sono celebrati più all’estero che in Italia. Un caso eloquente è Bernando Perrotto: un giovane promettente che, nel ‘600, aprì una vetreria a Orléans per poi servire alla corte di Luigi XIV. Al Perrotto, peraltro, si deve la scoperta della tecnica della colatura che – involontariamente – gettò le basi del successo della Saint-Gobain: all’epoca infatti, le patenti del Perrotto vennero sottratte e sfruttate dalla cristalleria reale di Luigi XIV, che si trasformò poi in un’azienda autonoma. In cambio Perrotto ottenne un vitalizio: nonostante il compenso economico, lo scambio non fu mai davvero equo, perché la sua scoperta fu rivoluzionaria.
La colatura del vetro sostituiva, infatti, la soffiatura della lastra permettendo la fabbricazione di specchi a vetrata di grandezza superiore al metro quadrato: per avere una tecnica vetraria più efficace, bisognerà aspettare il 1920, anno in cui fu ideata la colata continua. Negli atti della Accademia Reale di Parigi si legge: «M. Perrot, maitre de la verrerie royale d’Orléans , mostrò alla compagnia una nuova applicazione della sua arte, quella cioè di colare il cristallo e il vetro in lastre e di renderlo cavo alla maniera dei cammei. Vi si può rappresentare ogni sorta di figura, di ornamenti, di armi e di iscrizioni ecc. L’Accademia credette dovergli concedere un certificato».

TRE ANIME
La millenaria storia di questi artisti vetrai è oggi racchiusa nel Museo di Altare, sorto proprio dalle ceneri della Società Artistico Vetraria, chiusa nel 1978 dopo 122 anni di attività. A decretare la fine della Società è stata la progressiva industrializzazione del mercato, nonché l’avvento della plastica che, soprattutto in campi quali la farmaceutica, finì per sostituire i contenitori di vetro. Per evitare però che l’eccellenza dell’artigianato vetrario italiano si perdesse nel tempo, negli anni 80 fu fondato ad Altare l’Istituto per lo studio del vetro e dell’arte vetraria (Isvav). Una delle prime decisioni dell’Isvav fu proprio quella di rilevare la collezione di vetri conservata dalla Società: un vero museo interno che venne presentato prima dislocato in vari sedi e poi, in forma stabile. Attualmente il museo si articola in tre blocchi: il primo è Villa Rosa, che rappresenta di per sé un elemento di attrazione per tutti gli appassionati d’arte. Progettata dall’ingegnere savonese Nicolò Campora su commissione di Monsignor Giuseppe Bertolotti, la villa è presente nei principali manuali di architettura per via del suo raffinato stile liberty. Il secondo blocco è rappresentato dalla fornace, installata nei giardini: un colosso di 70 mq, dotato di due forni fusori, un forno di tempera e diverse attrezzature per lo svolgimento del lavoro. Dal 2000 la fornace viene periodicamente rimessa in attività, durante i corsi organizzati dal museo o per mostrare ai visitatori come avveniva la soffiatura del vetro. Infine, è presente una biblioteca specializzata che, oltre ai libri e alle riviste sul vetro, conserva il pregiato archivio cartaceo della Società Artistico Vetraria di Altare e diversi fondi – donati da appassionati del genere – contenenti pubblicazioni e manoscritti, fotografie e testi inediti.
Quanto alla collezione, ad Altare fanno bella mostra di sé circa 1.500 opere, distinte per artista, tematiche o scopi d’uso. Il periodo storico coperto va dal 1850 a oggi: l’impossibilità di avere opere più antiche è legata al fatto che quelle realizzate ad Altare erano vetri d’uso, pertanto esposti all’erosione del tempo e all’usura dell’utilizzo quotidiano. Tra le opere più importanti, spicca I giganti del vetro : un grande vaso di vetro soffiato, per anni considerato il più grande al mondo. Non a caso fu tra i pezzi forti dell’Esposizione internazionale di Torino del 1911. Il museo vanta anche un’ampia rosa di pezzi unici, che i maestri dell’epoca realizzavano per i concorsi o per la propria famiglia. Uno dei più famosi è il Vaso blu : realizzato da Costantino Bormioli, si caratterizza per le decorazioni d’oro e lo stile liberty.