«La montagna mi ha insegnato a essere onesto con me stesso e con quello che facevo». A parlare è Walter Bonatti, grande alpinista e solitario delle rocce dopo la sfortunata - per lui - esperienza sul K2 nella storica spedizione di Ardito Desio.

Filosofia, letteratura e arte da sempre tentano di raccontare quel grande mistero che sono le vette più alte, irraggiungibili per secoli e poi meta per pochi eletti eroi dalla seconda metà del Novecento. Dall’ascesa catartica di Rinaldo al monte Oliveto nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso a quella solo simbolica di Emily Dickinson al Chimborazo nella poesia Amore, tu sei alto .

Senza dimenticare paesaggi, profumi e colori evocati da Mario Rigoni Stern nei racconti di Aspettando l’alba e Uomini, boschi e api . Perché la montagna è tutto questo, solletica i cinque sensi eppure resta un mistero irraggiungibile.

L'anniversario 

È una piazza che esalta la convivialità, ma anche un eremo dove rifugiarsi in solitudine se non ci si ferma allo sci da settimana bianca o al bivacco enogastronomico al caldo dei rifugi.

Tra i temerari delle vette ci sono tanti insospettabili manager. Nella passione comune, però, si apre la dicotomia tra coloro che vedono in una cordata alpina l’emblema della perfetta organizzazione aziendale e quelli che rifuggono qualsiasi paragone “lavorativo” per preservare le amate vette da qualunque contaminazione.

Eppure è impossibile liberarsi della montagna alla fine di una scalata o con il ritorno al lavoro e alla routine. A garantirlo è Gianluca Gambirasio, «di professione sci alpinista e per hobby formatore aziendale», che con il suo Olympos Group i manager li porta in quota e li mette alla prova nel rapporto con i loro dipendenti.

«Nella mia esperienza ho notato una cosa strana, quasi una sintonia a pelle», racconta l’autore, con lo scalatore Agostino da Polenza, del libro La montagna: una scuola di management , «non ho ancora trovato un amministratore delegato o un direttore commerciale appassionato di alpinismo che non si comporti sul lavoro come in escursione. È un modo di ragionare, di concepire i progetti e di darsi da fare».

Non è solo questione di passione o merito del team building, si tratta di una forma mentis che segue il leader dalla cima alla scrivania: «Saper tornare indietro quando il meteo non permette di completare il percorso in fondo non è molto diverso dal saper cambiare strategia quando il mercato non premia le scelte fatte in azienda.

Anche se quelli del Club alpino italiano (Cai) inorridiscono a questo concetto», scherza l’animatore del Montagna manager club, un gruppo virtuale di dirigenti accomunati dalla passione per le cime nato – non a caso – su LinkedIn. E dire che a fondare il Cai nel 1863 fu Quintino Sella, imprenditore, naturalista e politico.

«Il problema è che per me non esiste una montagna brutta o una neve brutta, ma solo persone che si lamentano, sul lavoro o nel tempo libero», aggiunge Gambirasio il cui prossimo progetto è l’apertura di uno chalet didattico a Madesimo, in una località irraggiungibile con l’auto in inverno.

 

«Sul lavoro come in montagna ci sono un obiettivo e delle risorse per raggiungerlo. Come le persone mettono insieme queste risorse aumenta o diminuisce le probabilità di farcela», conclude il formatore aziendale che sta per tornare in libreria con Stra-Manager: come appassionare i collaboratori al lavoro.

«Le dinamiche sono le stesse: imprevisti, attriti, errori di pianificazione. La differenza la fa come il manager riesce a instillare in ciascuno la benzina della passione comune».

«Ci sono delle assonanze in termini di impegno, disciplina e preparazione tra l’azienda e la montagna», concorda Giacomo Ponti, quinta generazione dell’impero dell’aceto nato nel 1867. «Amo lo sci alpino, la discesa in particolare, e il fondo. E poi il trekking d’estate ma adoro anche le passeggiate con le ciaspole o nella neve fresca. Vado sempre a Capanna Margherita, in Val Sesia, non sono insomma un alpinista da 4 mila metri. Però penso che gli sport invernali siano un mix di preparazione, tecnica, disciplina e volontà ».

In che senso? «Non devi mollare per raggiungere il tuo obiettivo, che però deve essere un po’ sfidante per darti soddisfazione: fare una passeggiata più lunga del solito o metterci un po’ meno tempo, oppure riuscire a fare più curve in discesa anche se le gambe bruciano. Sopportare la fatica è anche il bello della montagna», dice l’a.d del gruppo Ponti.

 

Nessun manager conosce meglio la fatica alpina di Pietro Dottor, presidente dell’omonimo gruppo leader nel settore dei restauri artistici ed architettonici. Appassionato di alpinismo in gioventù, è tornato alle scalate per combattere un’infezione alla spina dorsale che poteva paralizzarlo: la cura è diventata una passione inarrestabile che lo ha portato ai 6 mila metri di Cotopaxi e Illiniza (Ecuador) e poi ai 7 mila metri argentini dell’Aconcagua, la vetta più alta d’America.

Solo il lavoro lo tiene lontano dagli 8 mila – per scalarli serve una spedizione di circa due mesi – ma intanto il manager prova a trasmettere l’amore per le vette ai giovani collaboratori del Dottor Group: per tutti è praticamente obbligatoria un’escursione tra le rocce con il “boss” per imparare a fidarsi l’uno dell’altro, a meditare sulla fatica e a prepararsi «come per affrontare un cliente importante».

Per non parlare del solito, instancabile, Richard Branson, che ha voluto scalare il Cervino per la benefica Virgin Strive Challenge: la raccolta fondi è stata un successo, mentre il vulcanico imprenditore ha vissuto attimi d’angoscia per il malore accusato dal figlio 29enne Sam.

Guai però a vedere un hobby come una prosecuzione del lavoro, parola di Giacomo Ponti: «Le piccole sfide con se stessi ci sono, ma c’è anche la piacevolezza di un panorama, di un colore, dal neutro della neve a quelli della natura. I rossi, i gialli, un po’ come quelli delle nostre verdure », scherza il “re dei sottaceti”, «e non dimentico mai gli odori: quello della rugiada, dell’erba bagnata, dell’alpeggio, delle legna che arde».

 

La dimensione olfattiva è preponderante anche per Graziano Giacomini del fondo di private equity Trafalgar: «Perché non siamo più abituati agli odori della campagna, dell’erba e – perché no – della stalla. Anche d’inverno sulla neve, l’aria secca è diversa da quella di città. La vista è più banale: le cose belle si trovano dappertutto».

Nel difficile equilibrio tra ascetismo e convivialità, uno dei maggiori finanziatori del made in Italy sceglie dunque il primo. Anche se distacco non vuol dire per forza abbandono dalla vita quotidiana: «Anche se passeggi in compagnia non è semplice parlare con gli altri», sottolinea con un sorriso Giacomini, «la stanchezza fisica – che è diversa da quella urbana fatta di traffico e distrazioni – gratifica e aiuta a pensare anche a cose lavorative gradevoli. Perché mi piace quello che faccio per vivere, non ho bisogno di staccare. A Natale si pianificano le mosse per il nuovo anno, d’estate come ripartire dopo le ferie. Non ci sono telefoni o email, si è in buona compagnia e davanti a bei panorami: non è escluso che venga fuori qualche buona idea». Il sogno è quello di sciare un giorno ad Aspen o su qualche altra vetta nordamericana, il cuore è tutto per il Monte Rosa.

E la testa? Continua a pensare alla montagna anche quando ci si ritrova in ufficio? «Mi è capitato che le esperienze fatte tornassero utili anche sul lavor », ammette Giacomini, «quando si è davanti a uno sforzo importante serve partire col passo del montanaro: dosare le energie, fisiche e mentali ma pure economiche ».

«È il bello della montagna», gli fa eco Giacomo Ponti, «se giochi a calcio o a tennis quando sei cotto devi uscire. In montagna puoi rallentare, regolarti per arrivare al traguardo». Perché in fondo, come diceva sempre Walter Bonatti, «le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi».