Il teatro Regio di Torino porterà in Giappone l’opera italiana dal 29 novembre all’8 dicembre. In programma anche la Tosca di Giacomo Puccini (foto)

Cos’è un grande classico? Pelé che segna in rovesciata allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, John Wayne in sella, con cappello e cinturone, che batte gli indiani a Fort Apache. Valentino Rossi che vince il mondiale MotoGP a Misano. Oppure, certo, La Traviata di Giuseppe Verdi che apre la stagione del Teatro alla Scala, la celebre “prima” del 7 dicembre. Appuntamento che, da più di mezzo secolo, rappresenta l’inizio ufficiale (con buona pace degli altri teatri lirici d’Italia, che da sempre guardano al palcoscenico milanese con un misto di ammirazione e invidia) della stagione lirico-operistica del Belpaese. Ma è anche l’evento di portata mondiale che serve per ricordare al mondo quanto le sette note messe in musica classica e gorgheggi siano, accanto a moda e buona tavola, uno dei più importanti prodotti del made in Italy da esportazione. Delle 20 opere liriche più rappresentate nel mondo negli ultimi cinque anni, ben 12 sono italiane (la prima in assoluto, manco a farlo apposta, è proprio La Traviata ), e nella classifica dei compositori più suonati a livello globale l’Italia occupa addirittura il primo (Verdi), il secondo (Puccini), il quinto (Rossini) e sesto posto (Donizetti). Che stringono in una morsa personaggini come Mozart (terzo) e Wagner (quarto), quasi sperduti in tanta melodia da stivale. Quando si tratta di suonarle al mondo, insomma, il Paese può trovare nel proprio passato ottime note, e il mito dell’Italia “terra del bel canto” da due secoli a questa parte non sembra attraversare periodi di crisi. Il problema? È che finché si guarda al passato non c’è gara, certo. Ma se si guarda al presente, teatri e fondazioni lirico sinfoniche italiane fanno una gran fatica a stare al passo con il resto del mondo. I budget sempre più ridotti – negli ultimi dieci anni le 14 fondazioni lirico-sinfoniche italiane hanno perso oltre 250 milioni di euro, fondi per la stragrande maggioranza di provenienza pubblica, accumulando oltre 320 milioni di debiti – costringono a un taglio delle produzioni (la media italiana è di 77, mentre la Staatsoper di Vienna ne sforna 226, il Met di New York 225), e nella Top 100 delle piazze cittadine più operistiche del mondo risultano solo quattro città italiane (Milano, la prima del drappello italiano, è solo al 54esimo posto). Ci dobbiamo insomma accontentare di un glorioso passato, e goderci la magra soddisfazione di vedere le “nostre” Violette, gli Alfredi, le Mimì, gli Otelli e le svenevoli Manon sui palcoscenici delle più avanzate città del mondo, e accontentarci delle briciole?

SI SCOMMETTESULLE RICORRENZE
Pur tenendo conto del celebre motto di Moliére, tipo abbastanza addentro al settore, che osservava come «di tutte le seccature inventate dall’uomo, l’opera è senza dubbio la più costosa», l’Italia comunque ci prova e, percorrendo i cartelloni dei principali teatri italiani dal Nord al Sud, si notano due tendenze predominanti. La prima prova a fare di necessità virtù: meno produzioni (La Scala, per quanto riguarda le opere, scende dalle 13 dello scorso anno alle dieci del 2013/2014), puntando a far crescere la qualità e rafforzare le partnership e le tournée all’estero, dando una lucidata ai gioielli di famiglia e soprattutto scommettendo forte su un driver irripetibile come la ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi. E, in effetti, la preponderanza delle opere verdiane è netta in più o meno in tutti i cartelloni, e giocarsi il big Verdi per incendiare il cartellone fin dalla “prima” sembra essere la tendenza più in auge: dal Teatro Regio di Torino, che inaugura la stagione con il Boccanegra diretto da Gianandrea Noseda e a seguire scommette sulla doppietta Rigoletto -Traviata , al Teatro dell’Opera di Roma, che del maestro di Busseto sceglie invece l’Ernani (diretto da Riccardo Muti) per la “prima” del 27 novembre, porta in scena un Otello ad aprile mentre il Rigoletto chiuderà la stagione, nell’ottobre 2014. Rigoletto e Otello come scoppiettante avvio di stagione anche per il Carlo Felice di Genova, mentre il Teatro Massimo di Palermo, la cui stagione viaggia invece con l’anno solare, dal punto di vista delle celebrazioni verdiane ha già dato nei mesi passati, e punta sulla Traviata per chiudere la programmazione annuale, dal 21 novembre. Freddino con Verdi il Nordest: niente in cartellone al Filarmonico di Verona, versione “invernale” dell’Arena, che ha superato i cento anni di attività e nel roboante cartellone 2013-2014 (ribattezzato “100+1: Il festival del Nuovo secolo”) ci mette Donizetti (Don Pasquale e Maria Stuarda ), Rossini (L’Italiana in Algeri ) e Puccini (La Bohème ), un attesissimo Lago dei Cigni ma nulla del compositore di Busseto, ritenuto evidentemente più adatto per le colossali scenografie estive, che se la giocano meglio negli spettacoli open-air dell’Arena. Traviata , Otello e Trovatore anche per la Fenice di Venezia, che però nei 18 titoli che mette in cartellone dà sì a Verdi un ruolo di rispetto, ma senza troppo esagerare. È sofisticata, infatti, la scelta che il teatro veneziano fa per la “prima”, proponendo L’Africaine di Giacomo Meyerbeer, ovvero privilegiando il respiro europeo piuttosto che lasciarsi prendere la mano dalle ricorrenze da calendario.

Ricorrenze al plurale, certo, perché oltre ai 200 anni dalla nascita di Verdi, l’altra scadenza chiave per capire i percorsi dei cartelloni 2013-1014 è quella del 90esimo anniversario (nel 2014) della scomparsa di un altro grande, Giacomo Puccini. Ricorrenza un po’ tirata per i capelli, ma che consente ad alcuni teatri di proporre approfondimenti sull’opera del compositore toscano: l’intero mese di maggio 2014 della Fenice sarà dedicato a una speciale Trilogia Puccini (in scena Bohéme , Madama Butterfly e Tosca ), e un Festival Puccini caratterizzerà anche i mesi di febbraio e marzo del Regio di Torino (Madama Butterfly , Turandot e quindi Tosca ), anche se l’appuntamento forse più atteso è quello con il pucciniano Manon Lescaut allestito dal Teatro dell’Opera di Roma dal 27 febbraio. Il cast è formidabile: Riccardo Muti sul podio a dirigere una regia della figlia, Chiara Muti, e nella parte della protagonista un soprano superstar come Anna Netrebko: una combinazione che vale il prezzo del biglietto, capace di attirare anche chi vuole avvicinarsi all’opera più per una passione gossippara che per una raffinata melomania.

LA PRIMA? LA GUARDO AL CINEMA
Si chiama La Grande Stagione Live l’iniziativa che, per il sesto anno, dall’inizio della stagione no a maggio 2014 porterà in 160 sale cinematogr che italiane – in diretta – il meglio del circuito operistico mondiale. Ad aver ideato questo meccanismo, per avvicinare il grande pubblico alla magia dell’opera, è Microcinema Distribuzione, che ha ormai rodato la partnership con i principali teatri operistici del mondo (dal Metropolitan Opera di New York alla Scala di Milano) e con una serie di sale cinematogr che, per poter trasmettere in diretta un ricco cartellone di eventi lirici. Tanti i titoli top nel 2013-2014, come Eugene Onegin di Tchaikovsky, La Bohème , Madama Butterfly e Tosca di Puccini, Otello e La Traviata di Verdi, Così fan tutte di Mozart. E, intanto, si possono pure mangiare i pop corn..

OLTRE LA TRADIZIONE
Se è vero che, da una parte, l’investimento sulla qualità e sui “grandi classici” della produzione italiana è la prima strada per ridare forza alla lirica nostrana, la seconda via percorsa da diversi enti lirici per non perdere continuamente terreno (e pubblico) nelle classifiche mondiali è provare a fare qualche passo al di fuori del rigido terreno della tradizione. Puntare per esempio su commistioni che, senza indispettire troppo il pubblico dei puristi, sappiano attrarre un pubblico nuovo – giovani in primis – e far cadere quell’idea della “lirica per pochi” che ha ridotto negli anni la fruizione dei teatri a una élite preoccupantemente ristretta. Provare, cioè, a rompere quella che Alberto Mattioli, giornalista e autore di Anche stasera. Come l’opera ti cambia la vita (Mondadori), ha definito «una concezione museale dell’opera, come di un rito che deve sempre ripetersi uguale a sé. Quando invece l’opera è espressione della contemporaneità. In Italia il pubblico dell’opera è fatto da zie con il collo di pelliccia, mentre all’estero è fatto da gente normale, per la quale seguire l’opera è come leggere un libro o andare allo stadio». Come? Prima di tutto, rendendo i teatri più accessibili anche a un pubblico under 30, proponendo occasioni particolari, oltre a biglietti e abbonamenti a prezzi facilitati: interessanti programmi in questo senso sono previsti dalla Scala di Milano, che con il supporto di Intesa San Paolo già da qualche anno porta avanti “La Scala under30”, o il progetto “Anteprima Giovani” attivato dal Massimo di Palermo, che prevede spettacoli in anteprima per ragazzi a 10 euro; operazione che nel 2012 ha portato sulle poltrone del teatro siciliano oltre mille giovani, esordienti assoluti (ed entusiasti).

E poi, secondo passo, innescando un pizzico di modernità nella tradizione produttiva. Non certo snaturando opere diventate mostri sacri, ma, magari, provando a farle leggere e rivitalizzare da occhi che sappiano aggiungere un quid rigenerante, cosa che all’estero anche i più blasonati teatri fanno da anni. Qualche segnale interessante c’è. Per esempio, sarà un Verdi sui generis quello che potranno vivere gli spettatori del San Carlo di Napoli, che ha scelto di affidare la regia della “prima”, Aida , a Franco Dragone, artista del Cirque du Soleil e show-maker che ha organizzato la regia della cerimonia degli Europei di Calcio del 2000 così come il mega concerto di Celine Dion a Las Vegas. Riuscirà un artista così multiforme a dare un tocco di novità alle lacrime della dolente Aida? Se lo chiedono, con il fiato sospeso, i frequentatori di un altro celebre teatro, il Petruzzelli di Bari, che di questo sguardo in avanti ha fatto il tratto caratterizzante della stagione 2014. Affidando la regia di tre classici a tre registi cinematografici contemporanei. Al Petruzzelli si inaugura il 31 gennaio 2014 con l’Elektra di Richard Strauss per la cui regia è stato chiamato Gianni Amelio, Leone d’Oro per Così ridevano e David di Donatello per Il ladro di bambini . Sarà invece il turco-romano Ferzan Ozpetek (Le fate ignoranti , Saturno contro ) a portare ad aprire la sua sensibilità sottilissima per sentimenti ed emozioni tra le pieghe complesse della Traviata di Verdi. A maggio, altro big della regia cinematografica italiana, Marco Bellocchio, ad affrontare i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Azzardo suicida o nuova via più botteghino-oriented per la lirica italiana?

STAR SEMPRE PIÙ POPULAR
Erwin Schrott-Anna Netrebko-Vittorio Grigolo © Getty Images (3)

Dall’alto verso il basso: il baritono Erwin Schrott, in grande ascesa; la moglie, Anna Netrebko, tra le soprano più quotate; il tenore aretino Vittorio Grigolo

Non più icone siderali stile Maria Callas, circondate da un’aurea d’imprendibilità. Oggi tenori e soprani di caratura mondiale, direttori d’orchestra contesi dai più prestigiosi teatri, primi ballerini ed étoile, ma anche registi e sceneggiatori d’opera stanno diventando sempre più personaggi pop capaci di entrare in sintonia con il grande pubblico. A farsi largo tra i tenori sgomitano i “giovani” Celso Abelo, Oscar della lirica 2012, Roberto Alagna, francese naturalizzato italiano che va fortissimo negli Usa, Noah Stewart, che viene da Harlem e ha cominciato cantando gospel in chiesa, mentre l’Italia vede emergere l’aretino Vittorio Grigolo e il riminese Mirco Palazzi, che vocalmente è un basso, e comincia ad avere un’agenda di impegni sempre più fitta. Tra le soprano le più quotate oggi sono due coetanee (classe 1971): la russa Anna Netrebko, allieva della grandissima Renata Scotto, sposata tra l’altro con il basso-baritono uruguaiano Erwin Schrott pure lui in grande ascesa, e Diana Damrau, tedesca, secondo i critici la più grande Violetta dei giorni nostri. Tra le italiane prosegue il suo percorso di successi la milanese Barbara Frittoli, apprezzatissima a Vienna e richiesta in tutto il mondo. Per quanto riguarda i direttori d’orchestra, l’elenco è lungo, e per contare le star non bastano le dita di due mani: girando tra i palchi italiani, si va dagli intramontabili (Muti, Barenboim) alle grandi certezze come l’inglese naturalizzato italiano sir Antonio “Tony” Pappano, l’americano John Axelrod, l’ottimo Daniele Gatti (a lui la bacchetta della prima scaligera) e Gianandrea Noseda (direttore musicale al Regio di Torino). Il regista più corteggiato della stagione? L’argentino Hugo de Ana.