Il Florian di Venezia, il più antico caffé d'Italia

C’era una volta l’uomo delle taverne. Il suo tempo libero si consumava da seduto, davanti a tavolacci di legno, in compagnia di amici e avventori qualunque, bevendo e mangiando, magari rumorosamente.

La taverna vinaria, già istituita nel periodo romano, in genere una sola stanza a volta di botte, è il tempio dell’alcol, del gioco d’azzardo, a volte della prostituzione e sempre del divertimento senza freni. A cambiare radicalmente questi costumi, nel XVI secolo, in Europa, arriva un locale del tutto nuovo, importato dal Medio Oriente.

Si tratta della “casa del caffè”, che nel continente fa la sua comparsa intorno al 1640 a Venezia, città di contatti e relazioni con il mondo levantino.

Qualche mercante veneziano, in uno dei suoi viaggi, sarà rimasto affascinato dalle mille Kiva Han che spuntano a ogni angolo di Costantinopoli.

A lume di lanterne e di candele i clienti sorseggiano la bevanda che proviene dagli altipiani dell’Etiopia (il caffè); leggono, giocano a backgammon, discutono d’affari e – sottovoce – anche di politica. L’alcol – in rispetto della legge islamica – è bandito. Ma non per questo si tratta di posti meno trasgressivi dalle taverne.

Perché lo scambio di idee e di informazioni fa paura ai piani alti del potere. Tanto che le autorità ottomane, preoccupate per questi circoli sediziosi, provano a vietarli.

È una rivoluzione alla caffeina, ma nessuno lo sa ancora. Lo suggerirà Pietro Verri, un secolo più tardi, nella rivista Il Caffè , associando la fine delle taverne con «il tramonto della civiltà del vino, fatta di deliri, ebbrezze, invasamenti e l’inizio della civiltà del caffé, fatta di riflessione, meditazione, chiarezza di idee».

GALLERY 

SALOTTI PERICOLOSI. Luoghi esotici, ammantati da un alone di leggenda. Quando aprono i primi caffé d’Europa, come la Queen’s Lane Coffee House (1654) di Oxford, la Kaffeehaus di Brema (1673), il Café Procope di Parigi (1686), è la curiosità a regnare nei confronti delle bevande ottenute dai chicchi neri.

C’è chi sostiene che il caffè sia un alimento salutare, chi ne diffida perché antierotico, chi immagina i soldati polacchi del re Sobiecki, dopo aver sconfitto i turchi alle porte di Vienna, trovare misteriosi sacchi di fagioli verdi dai poteri magici. Nel ‘700 è tutta un’altra storia. E i café, alcuni dei quali sono aperti ancora oggi, diventano salotti per la borghesia emergente, in opposizione a quelli di corte.

È la stagione in cui in Europa si accendono i lumi del razionalismo; e il palcoscenico di questo movimento sono i numerosi caffé delle capitali: a metà ‘700 si contano 551 coffee house nella città di Londra, nella Parigi di fine secolo sono 700.

Luoghi di sedizioni, culle della rivolta: le accuse incominciano a circolare attorno ai caffé, additandoli anche come spazi in cui si pratica il libertinaggio. In realtà, anche se molte eccezioni confermarono la regola, i caffé diventano le prime edicole della storia. All’interno si possono leggere giornali di varia estrazione e libri dei nuovi maître a penser. Tanto che alcuni café si caratterizzano per un orientamento politico ben preciso.

A Londra, ci sono quelli frequentati da whig o da tories, da commercianti o da letterati, come quelli intorno all’area di Covent Garden dove si incontrano personaggi come Jonathan Swift e Daniel Defoe.

A Parigi per incrociare Robespierre o il giovane Napoleone basta ordinare un caffè o giocare a scacchi al Café de la Regence. Per Balzac, di cui si dice che ne bevve 50 mila tazzine durante la composizione della Comédie , sosteneva che «l’uomo che entra al caffé è uno avviato alla conoscenza della morale».

L’ascesa della borghesia italiana è poi raccontata nella Bottega del Caffè , l’opera di Carlo Goldoni che si svolge (non a caso) a Venezia, dove ancora oggi sorge il più antico caffè italiano, il Florian, punto di riferimento dei patrioti, contro il Quadri che era il ritrovo degli ufficiali austriaci.

Tra passato e presente 

POLITICA IN FONDO ALLA TAZZINA. Nel corso dell’800 infatti crescono i café dei cospiratori. A Torino, Fiorio (oggi caffé-gelateria) era la casa dei “codini” monarchici e il nuovo Caffé San Carlo quella dei liberali come D’Azeglio e Cavour.

A Milano i patrioti si ritrovano al Caffé Cova, storica pasticceria acquistata nel 2013 dal gruppo Lvmh. Politica e caffé continuano a fare rima per tutto ‘800 e ‘900. Basti pensare al giovane AntonioGramsci che tra i tavoli dell’elegante Caffé San Carlo di Torino ha l’idea di fondare L’Ordine Nuovo , l’organo del futuro Partito Comunista.

La caffetteria, tuttavia, diventa un luogo di relax e si trasforma nel luogo d’eccellenza per artisti e intellettuali. Si può dire che la psicologia nasca in un caffé di Vienna: il Prückel e Landtmann, dove era solito sedersi Sigmund Freud.

Ma è soprattutto Parigi che diventa la capitale dei caffé per “intellò”. Gli artisti e i letterati scelgono di incontrarsi in locali più modesti, come il Café Voltaire ed il Café Momus, in cui è ambientato anche il secondo quadro de La Bohème di Puccini. I locali di Montparnasse, come le Dôme, la Closerie des Lilas, la Rotonde, le Sélect, la Coupole e Le Boeuf sur le Toit, furono i luoghi si animano cubismo, fauvismo e surrealismo. Gli avventori si chiamano: Picasso, Modigliani, Chagall e Hemingway.

I cafés del Quartier, come il Café de Flore e Les Deux Magots, hanno invece carattere più filosofico con avventori da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, fino a Eugène Ionesco.

In Italia, come scrive Claudio Magris «il caffé è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente», raccontando i “microcosmi” del Caffé San Marco di Trieste, altra città dal cuore alla caffeina.

I MUST DEL DUEMILA. Se oggi, ormai, “andare a prendere un caffè” è sinonimo di una pausa di pochi minuti, quasi una punteggiatura in mezzo alle attività della giornata, questo non significa che si sia detto addio a quel mondo di cultura e socialità incarnato dalle caffetterie storiche.

Per esempio, le librerie, messe sotto pressione dagli acquisti di libri on line, si trasformano in luoghi d’incontro, veri e propri caffé letterari. Basti pensare alla Caffetteria letteraria degli Atellani a Milano, dove ci si incontra per parlare di saggi e romanzi, così come al Bistrot del tempo ritrovato, alla Libreria del mondo offeso, al Design Café Library e al GogolOstello.

Negli Usa capita l’inverso, con i café che si trasformano in libreria, come al Literati Cafe di Los Angeles, dove tutto si ispira al mondo della letteratura. Per giovani artisti e aspiranti scrittori di New York ci sono alcuni posti assolutamente da visitare con una certa frequenza: è il caso del Kgb Bar, dove – a dispetto del nome – ogni giorno ci sono in cartellone letture in pubblico di nuovi lavori letterari. Il Bowery Poetry Club è invece un bar dedicato al mondo della poesia, con reading di artisti di fama o improvvisati sul momento, dove i cocktail sono un omaggio ai grandi poeti: l’Allen Ginsberg, il Robert Frosty e il Pukowski. Per le cosiddette open-mic nights, cioè a microfoni aperti per chi vuole esibirsi, c’è il Nuyorican Poets Cafe, con performance tra teatro e poesia.

Cultura del caffé è anche rock: almeno è quello che ha in mente il batterista degli Aerosmith, Joey Kramer, che aprirà il prossimo anno, nel Massachusetts, a North Attleborough, una caffetteria dedicata al mondo dei cocker.

A Londra invece sta tornando in scena la politica, seduti ai tavoli del Firebox Cafe a Bloomsbury, o al Cuts Café dove vengono ospitati dibattiti su temi di attualità. Al Kafé 44 di Stoccolma è ancora forte la connotazione politica, frequentato da giovani di sinistra, e teatro della vita culturale (anche musicale) della capitale svedese, mentre a Singapore è nato un bar, lo Scoop, diventato punto di riferimento di professionisti e ppassionati della carta stampata. Oltre all’ambientazione da redazione anni ‘50, il café di Ann Siang Hill è diventato luogo d’elezione per trovare riviste e giornali internazionali.