Girl who got away è il quarto disco della cantautrice inglese che torna dopo un lungo silenzio. Replicherà ai grandi successi iniziali? Della serie “troppo successo e troppo in fretta” (film visto molte volte nel music business...), della britannica Dido si erano quasi del tutto perse le tracce. Dopo due album, No angel e Life for rent, in grado di vendere la bellezza di 30 milioni di dischi, la carriera della cantautrice londinese (vero nome Dido Florian Cloud De Bounevialle O’Malley Armstrong), complice l’insuccesso del terzo Safe trip home, era scivolata in quel pericoloso cono d’ombra in cui, per un artista, è facile finire, ma dal quale è assai difficile uscire. L’iniziale fama di Dido è legata al grande successo di brani come Thank you (inserito nella colonna sonora di Sliding Doors), Here with me , Hunter (dal primo disco), White flag (dal secondo) ma, soprattutto, all’inserimento ad opera di Eminem, per Stan , del campionamento della stessa Thank you , il cui successo trainò la ripubblicazione del disco d’esordio decretando un vero boom mondiale per Dido. Un pop semplice e al contempo sofisticato, ma in grado di rimanere nelle orecchie pur senza avere in sé nulla di rivoluzionario, tutt’altro: questa la formuletta vincente che però fallì in Safe trip home. Il cui flop indusse a un prolungato silenzio artistico la cantante. Che oggi a distanza di quattro anni, ci riprova con Girl who got away, facendo ancora affidamento sul fratello Rollo, leader e fondatore dei Fatihless − nome storico della dance inglese − e avvalendosi di varie collaborazioni (tra cui Brian Eno per la stesura di Day before we went to war ). Nel disco spiccano Let us move on , in duetto con il rapper Kendrick Lamar, le elettroniche Blackbird ed End of the night e il primo singolo estratto, No freedom nel quale la voce di Dido ci riporta dritto dritto alle atmosfere di White flag . Basterà?