© iStockPhoto/Wavebreakmedia

Quando Tim Cook è salito sul palco del Moscone Center di San Francisco per introdurre al mondo Music, il nuovo servizio di streaming musicale di Apple, la nostra mente è tornata indietro a una quindicina di anni fa, quando Steve Jobs, nello stesso luogo, mostrò il nuovo iTunes sostenendo che la rivoluzione digitale «avrebbe salvato l’industria musicale». Siamo nel 2003 e il settore è in ginocchio, distrutto dalla pirateria e dai servizi di download più o meno illegali come Napster. Apple arriva e impone la sua idea: un negozio digitale, dove scaricare brani a pochi euro, lasciando totale libertà di scelta agli utenti. Si può acquistare una singola canzone oppure un album intero.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nel 2013 iTunes ha superato lo storico traguardo dei 25 miliardi di canzoni acquistate. Le major musicali hanno capito che, nell’era del Web e del tutto connesso, non erano più loro a dettare legge, ma chi quei servizi li poteva creare e distribuire, come Apple e Google. Oggi, però, iTunes non basta più. Il futuro della musica digitale è nello streaming, ovvero in quei servizi, come Spotify, che tramite un semplice abbonamento mensile permettono di ascoltare tutti i brani che vogliamo, quando lo vogliamo. Basta una connessione a Internet.

Per saperne di più 

Facilità di utilizzo e un catalogo che spesso supera i 30 milioni di pezzi: sono questi i motivi alla base di una forte crescita. Secondo l’ultimo bilancio della Ifpi (Federazione internazionale dell’industria fonografica), il mercato della musica nel 2014 è valso circa 14,97 miliardi di dollari, in calo dello 0,4% rispetto all’anno precedente. Di questi, 6,85 miliardi di dollari sono arrivati dalla musica digitale (ovvero, ascoltata tramite servizi di streaming o comprata online), vale a dire il 46% del fatturato totale, alla pari con le vendite fisiche (concerti ed eventi live valgono invece l’8%). Nel 2014 c’è stato lo storico sorpasso, anche se solo per pochi dollari, ma per il futuro la forbice è destinata ad allargarsi, con una crescita della musica digitale in streaming stimata del 16% anno su anno fino al 2019.

Insomma, i tempi sembrerebbero maturi per far diventare la musica “liquida”, quella che si ascolta via Web, un vero e proprio business, longevo e redditizio. Usiamo il condizionale perché, oggi, la verità è che con lo streaming non si riesce ancora a guadagnare. Prendiamo b, al momento il servizio più utilizzato con una market share di circa il 48%: nel 2014 l’azienda svedese ha chiuso l’anno con un giro di affari di oltre un miliardo di dollari, ma con perdite operative per 162 milioni. Il motivo? Troppa gente non fa il passaggio all’abbonamento mensile, e preferisce utilizzare Spotify senza pagare un centesimo, accettando di buon grado le pubblicità tra una canzone e un’altra (che invece non ci sono in caso di abbonamento). Così, dei circa 75 milioni di utenti attivi di Spotify, solo il 20% paga il canone ogni 30 giorni. Apple, però, è convinta di poter fare di meglio.

"

I NUOVI SERVIZI NON SONO

ANCORA REDDITIZI:

TROPPI UTENTI NON PASSANO

ALLE VERSIONI A PAGAMENTO

"

ARTISTI PREOCCUPATI Il primo, fondamentale, passo Apple lo ha fatto in direzione degli artisti. La sua volontà è fare di Music la piattaforma più redditizia per i singoli musicisti. «Di tutti gli incassi, pagheremo circa il 76% agli artisti», ha raccontato Eddy Cue. La casa di Cupertino è consapevole che, per avere successo, Music deve avere il catalogo più ampio possibile e, per riuscirci, deve convincere i musicisti, come fece con iTunes, che con la mela morsicata potranno avere successo. Significativo è il “caso” Taylor Swift. La cantante americana, 25 anni, è un fenomeno della musica mondiale: oltre 140 milioni di singoli venduti, 40 milioni di album, l’artista più “scaricata” del 2014. La Swift ha criticato, in una lettera aperta, la decisione di Apple di non pagare royalties ai musicisti per i primi tre mesi di attività di Music, visto che il servizio musicale sarà gratuito per tutti per i primi 90 giorni. Una scelta che ha fatto discutere: Apple pensava di risolvere la questione aumentando per un certo periodo le royalties agli artisti non appena Music sarebbe diventato a pagamento. Taylor ha criticato questa decisione sul sito ufficiale e poi sui social media, dove ha decine di milioni di follower. Detto fatto: Cupertino ha fatto dietrofront e ha annunciato che avrebbe pagato anche i tre mesi di prova gratuiti, facendo la gioia non tanto dei grandi musicisti, ma soprattutto dei piccoli gruppi indipendenti. Il conto è salato, si parla di circa 3 miliardi di dollari, ma Apple è consapevole che per avere successo deve aprire all’industria musicale. Il punto, fondamentale, è che per gli artisti la musica liquida fino a oggi non ha pagato abbastanza. È la forma meno remunerativa: le percentuali pagate sono bassissime, molto più del profitto sulla vendita in negozio, su Amazon o su iTunes.

 

Ecco perché la stessa Taylor Swift ha dichiarato che non rilascerà mai su servizi di streaming album interi o l’ultimo singolo. Insomma, un rapporto complicato quello tra musicisti e lo streaming, che a volte è sfociato persino in spiacevoli incidenti, come quello che vide protagonista l’artista inglese Thom Yorke e Spotify: a causa di royalties che Yorke definì “da strozzini”, il musicista abbandonò il servizio, salvo poi tornare qualche tempo dopo. Lo streaming crea anche un altro problema, dicono gli artisti: per i piccoli musicisti e le band indipendenti è molto difficile essere scoperti. Con decine di milioni di canzoni a disposizione, come può l’utente, magari un po’ pigro e svogliato, scoprire nuova musica? Apple vuole agire proprio su questo punto. Se lo streaming è il futuro, dice l’azienda della mela morsicata, lo deve essere soprattutto per chi la musica la scrive e la canta.

"

CUPERTINO SA CHE PER

IMPORSI DEVE APRIRE

ALL’INDUSTRIA DISCOGRAFICA,

COME FECE PER ITUNES

"

ISTRUZIONI PER L’USO Come funziona Music? Se avete un iPhone o un dispositivo Apple qualunque, per utilizzare il nuovo servizio made in Cupertino non dovrete fare altro che premere l’icona a forma di nota, quella del vecchio lettore musicale. Facendolo avrete accesso alla vostra libreria su iPhone: tutti i brani che avete scaricato da iTunes o importato dal vostro computer saranno qui. In più, però, potrete accedere al servizio di streaming musicale di Apple, semplicemente sfogliando l’enorme catalogo di canzoni disponibili. Non c’è una versione gratuita, supportata da pubblicità, come nel caso di Spotify e altri. Qui bisogna pagare per forza, 9,99 euro al mese oppure 14,99 euro per un pacchetto famiglia, che permette di utilizzare il servizio su sei dispositivi diversi. Apple offre comunque una prova gratuita di tre mesi. Altro elemento che differenzia Music rispetto alla concorrenza è la radio Beats 1, una stazione radiofonica via Web attiva 24 ore al giorno, sette giorni su sette, con studi tra Londra, New York e Los Angeles, per offrire tutte le ultime novità. L’altra grande novità è Connect, una sezione dell’applicazione dove, come in un social network, potremo seguire i nostri artisti preferiti, che potranno pubblicare foto, video, immagini per tenersi in contatto coi propri fan.

 

CONCORRENZA AGGUERRITA Music deve, però, vedersela con un folto gruppo di avversari, guidati ovviamente da Spotify. L’applicazione che per prima ha introdotto la musica via streaming per aggirare il problema della pirateria è oggi il software più utilizzato: ha circa 75 milioni di utenti attivi e un catalogo musicale composto da oltre 30 milioni di canzoni. Il funzionamento è molto simile a Music, mancano però la radio e la possibilità di vedere i video delle vostre canzoni preferite. A differenza del servizio Apple, Spotify permette l’ascolto anche senza abbonamento, a patto di rinunciare alla possibilità di scaricare i brani per ascoltarli offline e di sopportare inserzioni pubblicitarie tra una canzone e l’altra.

Una soluzione simile a quella di Deezer, grande rivale di Spotify, con un catalogo di circa 35 milioni di canzoni e una modalità ascolto senza canone con inserimenti pubblicitari. L’abbonamento mensile costa 9,99 euro se volete usare anche uno smartphone, 4,99 se invece ascoltate solo da pc. Per chi preferisce l’alta fedeltà c’è Tidal, servizio di streaming musicale creato dal musicista Jay Z che si segnala per la possibilità di ascoltare brani con campionature più curate, “lossless”, ovvero senza perdite di dettaglio. Il costo però in questo caso sale e non di poco: ci vogliono 19,99 euro al mese per l’abbonamento con audio di alta qualità, contro i 9,99 necessari per quello normale. Music, Deezer, Spotify e compagnia sono ovviamente indirizzati verso un mercato internazionale: anche se c’è molto spazio per la musica locale, il piatto forte sono le star mondiali, di oggi e di ieri.

Questo non significa, comunque, che non ci sia spazio per la musica italiana: anche se ci sono alcune gravi mancanze (Lucio Battisti, ad esempio, non è ancora presente in nessun catalogo digitale), ci sono tanti artisti del presente e del passato, da Mina e Celentano fino a Il Volo o Jovanotti. Se però quello che cercate principalmente è la musica italiana, Tim Music potrebbe fare al caso vostro. L’erede di Cubo Musica costa meno della concorrenza, 4 euro al mese, ma dà anche di meno: il catalogo stimato è intorno ai 18 milioni di brani, però offre qualche titolo di artisti italiani in esclusiva o in anticipo rispetto alla concorrenza mondiale. Un modo per distinguersi in un mercato, quello dello streaming musicale, che si fa sempre più competitivo.

"

NEL MONDO ESISTONO OLTRE 400 SERVIZI

DI STREAMING, ALCUNI DEDICATI

A SINGOLI GENERI O IN ALTA QUALITÀ

"

IL FUTURO PASSA DA QUI Del resto, secondo il rapporto dell’Ifpi ci sono, oggi, oltre 400 servizi di streaming di musica. Da quelli più grandi come Spotify fino a quelli più sconosciuti, magari dedicati a un certo genere musicale oppure specializzati in file di alta qualità. Un dedalo di offerte e applicazioni, un castello che difficilmente riuscirà a reggersi in piedi ancora per molto. Come dimostra il caso Spotify, generare profitti è ancora un problema. La percentuale di conversione tra utenti free e quelli con abbonamento è ancora troppo bassa. Apple prova a risolvere il problema facendo leva sul fatto che la sua utenza, quella di iPhone, Mac e iPad, è generalmente più incline ad aprire il portafogli, ha una capacità di spesa insomma più elevata.

Inoltre, Cupertino ha una posizione di forza con le major e i singoli artisti grazie al grande successo di iTunes (che, ancora, vale quasi il 50% del mercato della musica digitale): è probabile quindi che abbia cercato di ottenere condizioni più vantaggiose per il pagamento delle royalties. La verità la scopriremo a breve, quando scadranno i tre mesi di prova di Apple Music a fine mese. Una cosa, però, è certa. Come per i film, anche per la musica il futuro è nei servizi di streaming on demand: non si pagherà più per il singolo contenuto, ma basterà un abbonamento per accedere a tutta la musica che vogliamo, quando e dove preferiamo