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Santo Versace, parlamentare del Pdl

Ha portato in Parlamento Santo Versace. Spinge per nominare Senatore a vita Giorgio Armani. Festeggia il suo compleanno con Dolce e Gabbana. Eppure tanti sforzi non sono serviti a Silvio Berlusconi per conquistare il mondo della moda. Che qui il suo fascino non faccia proseliti, il Cavaliere l’ha capito quando Suzy Menkes, eminenza della critica, ha avuto l’ardire di scrivere sull’Herald Tribune che all’ultima settimana della moda milanese le modelle erano più nude delle veline. Che in passerella sfilava la cafonaggine e l’imbarbarimento incarnato proprio da Berlusconi. Apriti cielo! Laura Biagiotti, piccata, ha replicato che «la moda italiana è la numero uno al mondo». Il primo ministro della moda italiana, Beppe Modenese, ha invitato la sua amica Menkes «a guardarsi le sfilate di New York e Londra». E se il suo successore Mario Boselli riduce tutto a una questione di invidia, Donatella Versace ha sentenziato: «Non credo che Berlusconi possa arrivare a influenzare la moda».Sembrano lontani i tempi quando Krizia, Gianni Versace e Nicola Trussardi erano a tutti gli effetti ambasciatori del craxismo e la moda aveva un suo netto punto di riferimento. Oggi, dice Marta Marzotto: «Chi ha un commercio, un business semiartistico, non vuole inimicarsi nessuno. Conoscendolo, il giorno delle elezioni Valentino se ne sta a Gstaad a sciare o solca i mari sul suo bel veliero. Forse Armani, re Giorgio, essendo milanese, è più interessato al tema». Però di politica, nella moda, non si ama parlare. Valentino, per esempio, solo una volta si è lasciato andare su Walter Veltroni («Mi piace moltissimo, è un uomo sensibile e colto»), ma erano i giorni del 2007, quando si apriva all’Ara Pacis la contestata mostra Valentino a Roma: 45 years of style. Più esplicito invece Giorgio Armani. Nel 2005 prese posizione per Letizia Moratti. «Un sindaco donna può avere una sensibilità che un sindaco uomo non ha». Nel 2008 ha incoraggiato Berlusconi: «Ha raggiunto il massimo e si è fatto da solo. Può davvero governare. Altrimenti siamo spacciati».L’onorevole (Pdl) e imprenditore Santo Versace non se la sente di biasimare tanta timidezza. «Perché alla gente che piace lavorare dovrebbe piacere la politica? Che non è una bella cosa se si guardano gli sprechi o alle inchieste che colpiscono tante regioni italiane. La politica alla moda non dato quasi niente, ha fatto solo danni». È lunga la lista delle critiche che la moda rivolge alla politica. Per esempio quella di non aver mai fornito una struttura che aiutasse a essere più competitivo un settore che già garantisce un avanzo commerciale con l’estero di 16,5 miliardi di euro. Ma non mancano nemmeno critiche alle istituzioni imprenditoriali. «Non si capisce perché la Camera della moda ci faccia pagare l’iradiddio per le sfilate del prêt-à-porter e pretenda anche di spostare l’alta moda da Roma a Milano», accusa Lorenzo Riva. Mentre Confindustria, con il suo approccio, sa tutelare soltanto i grandi nomi. Come se non bastasse, quando c’è stata da applicare la Prodi-Marzano per rilanciare Itierre, il ministro Scajola ha scelto come commissari un avvocato (Stanislao Chimenti), un consulente (Andrea Ciccoli), un commercialista (Roberto Spada), ma nessun manager del settore. Rileva Versace: «Tutti gli imprenditori italiani, e parlo di quelli che esportano nel mondo non di quelli che lavorano con il pubblico, sono straordinari. Ma a loro si risponde con una politica che occupa tutti gi spazi, che costa troppo, con l’oppressione della burocrazia, e con un fisco assurdo».A favore del Pdl, anche se per il momento non come militanti, ci sono pure Dolce e Gabbana. Prima hanno ammesso le loro simpatie per An, poi – intervistati da Daria Bignardi nel 2008 – Domenico Dolce ha detto di essere di destra e che «non disdegnerebbe un giorno di entrare in politica», mentre Stefano Gabbana ha spiegato di non essere né di destra né di sinistra, ma «sicuramente non di sinistra». Va detto che tra i due stilisti e il Cavaliere c’è un forte rapporto personale. È alla festa del ventennale della loro casa che il premier si presentò nel giorno del suo 69esimo compleanno. Era griffato D&G l’abito che la figlia Marina ha indossato al suo matrimonio. E pensare che un tempo la moda era politica. Negli anni ‘60 Mary Quant diede l’ultima accelerata all’emancipazione femminile con la minigonna. Negli anni ‘70 Elio Fiorucci, con il suo negozio di Milano, rivoluzionò il gusto e la socialità. Mentre negli anni ‘80 il blazer di Armani, elegante per un meeting d’affari e informale all’ora dell’aperitivo, è stata la divisa della società aperta. Secondo Santo Versace, a differenza della politica, «la Attualitàmoda è creatività, innovazione, una ricerca costante tanto che si rinnova ogni sei mesi. Ed è educazione, legalità, meritocrazia. Non puoi lavorare se non porti risultati. Negli anni ‘70 l’immagine dell’Italia era la copertina di Der Spiegel con la P38 nel piatto di spaghetti. Sono stati gli stilisti a cambiarla». Aggiunge “l’anarchico” Elio Fiorucci: «Come ha scritto Natalia Aspesi, nella prefazione di Liberi tutti di Giannino Malossi, il negozio Fiorucci non si è mai identificato né con la destra né con la sinistra, perché parlava mo d’altro. Oggi si dice che si deve distinguere il bello dal brutto, il bene dal male, ma noi lo ripetevamo già 30 anni fa. La società si muove in modo talmente veloce che i politici fanno fatica ad adeguarsi. Se Berlusconi va in giro senza cravatta o con il giaccone regalato da Putin lo farà per stare più comodo, ma anche perché la gente che lo vota si veste in questo modo».Ma poi davvero l’appartenenza dello stilista condiziona chi indossa le sue creazioni? Negli anni ‘70 la dottoranda in scienze politiche Miuccia Prada recitava come mimo al Piccolo di Milano ed era in prima linea insieme alla Fgci nelle lotte femministe. Oggi non soltanto rivendica di poter affrontare ogni tema «tenendo conto di tutti i mondi e facendo la sintesi giusta», ma la sua svolta dal minimal chic al barocco non ha certo deluso la clientela di destra. Lo stesso vale per Roberto Cavalli. Visceralmente a sinistra anche perché i nazisti uccisero barbaramente il padre, spiega che preferisce Bertinotti a Berlusconi per motivi di stile. Il Cavaliere lo trova «più divertente coi suoi buffi completini da vacanza che in doppio petto». In ogni caso i suoi ricercati jeans sono un must al Billionaire, non certo nei centri sociali. Se Prada ha dei dubbi, il marito Patrizio Bertelli guarda al centro come il suo collega Saverio Moschillo: si è presentato all’inaugurazione dell’Api di Rutelli e attaccato la timidezza del Pd.Delusa anche Chiara Boni, ex assessore alla Comunicazione della Toscana e amica di Romano Prodi. «Questo Pd mi piace meno, ma oggi provo amarezza un po’ per tutto. Quella di Prodi è stata una stagione politica diversa, poi la questione morale è stata delusa dal centrosinistra. Non lo dico perché mi manca l’impegno istituzionale, che è stato bello: chi fa parte della società civile, passato un tot di anni, deve ritornare al suo posto. Io ho ripreso il mio marchio, ho fatto Ballando sotto le stelle, sono tornata a una moda che è meno anticipatrice rispetto al passato».Di sinistra, ma con vena nostalgica, Frida Giannini, direttrice creativa di Gucci. Che, rivendica con D di Repubblica gli anni passati «sulle spalle di papà alle manifestazioni. Ho visto gli anni di piombo da dietro la sua testa». Progressista, ma con meno ardore, anche Marina Spadafora, stilista bolzanina amica del Dalai Lama ed estimatrice di Woytila, ha sempre messo al primo posto la ricerca spirituale. Come dichiarò al Corriere, anche quando alle amministrative del 2004 accettò la casella numero quattro della lista di Milly Moratti, l’ha fatto perché da mamma di tre bambini «non si sa mai dove portarli a giocare». Nella logica del civil servant si muove Antonio Marras. Avrà anche appoggiato l’ulivista Renato Soru alle regionali del 2009, ma ha risposto presente quando Berlusconi gli ha chiesto di curare l’accoglienza al G8 che si sarebbe dovuto tenere alla Maddalena: disegnare le divise per stuart e hostess, addobbare hall e suite. Salvo poi rinunciare quando si è profilato il trasferimento a L’Aquila. Eva Cavalli, in quanto austriaca, si giustifica perché «di politica non capisce nulla». Ma non si pone il problema, «perché viviamo in un momento di libertà assoluta in cui ognuno si può vestire come vuole, non dipende dallo stilista». Conclude Lorenzo Riva: «Sono nato nel ‘38, la prima volta che votai c’era De Gasperi. Chiesi a mio padre: “Come mi regolo”. “Vota liberale che non dai disturbo a nessuno”. Noi siamo sarti per signora, quelli che i francesi chiamano couturier, viviamo di sogni, fiori e chiffon. E per essere felici ci basta che le cose vadano bene a tutti».