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Con l’estrema lucidità dei suoi 82 anni, ci ha pensato Giorgio Armani a tirare una linea sulle stravaganze viste in passerella: «Ci vuole coscienza e discernimento da parte di tutti. Gli stilisti facciano delle cose che si possono vedere per strada e i giornalisti non parlino solo delle follie. Perché poi la gente ride, ma non entra nei negozi». Suona come un’ovvietà, eppure le sfilate dell’haute couture, soprattutto nelle ultime stagioni, hanno dimostrato di seguire ben altre direzioni. Per esempio, portando all’estremo la rivoluzione “no gender” e facendo sfilare uomini che indossano pigiami palazzo anziché tradizionali completi, ampi gonnelloni, stivaletti fino al ginocchio, francesine zeppate.

Basta dunque con l’esasperazione continua, che sfiora il grottesco, per tornare a «eleganti sconfinamenti». Dalle giacche-cardigan svuotate e decostruite ai pantaloni di ampiezza inusuale e con piega davanti, dalle fantasie geometriche di piastrelle arabeggianti e caraibiche fino alle tinte neutre e polverose: la proposta di Giorgio Armani, in occasione della sfilata della collezione autunno/inverno, è stata un manifesto programmatico della sua visione di glamour al maschile, corroborata anche dalle sue parole chiare e dirette: «Diamo lo spazio giusto alla moda nella nostra vita», ha affermato King George, «l’uomo deve lavorare e quindi vestirsi in un certo modo. Poi nel week end uno fa quel che gli pare, ma se ti vesti da scalatore vai a fare una scalata». Un inno all’eleganza «che non si fa mai notare, bensì ricordare» (per citare una delle regole che trovate nel box accanto), all’insegna dell’eliminazione del superfluo, dove vengono enfatizzate la comodità e il gusto del «poco complicato».

I 5 MUST DI RE GIORGIO

1. «Dio? Non lo vestirei né col doppiopetto, né in t-shirt e jeans, ma con un completo blu, confortevole e celestiale».

2. «La valigia è intelligente proporzionalmente alla sicurezza di sé di chi la prepara. Chiunque sappia in che panni si trova a suo agio, fa valigie perfette in cinque minuti. Il mio bagaglio? Una sacca con tre camicie azzurre, due golf blu, due pantaloni, quattro paia di mutande bianche».

3. «Less is more. Evitare tutto quello che è evidente, quello che si considera lusso sfrenato, per scoprire un lusso più segreto, più riservato, meno diffuso. Lo stile è eleganza non stravaganza. L’importante è non farsi notare, ma ricordare».

4. «Evergreen. La t-shirt e jeans di james dean, il giubbotto di pelle di Marlon Brando, l’eskimo dei sessantottini. La borsa Kelly. Lo zainetto. La bigiotteria di Chanel. I gioielli indiani degli hippy. Il bikini e l’olimpionico. E tra le scarpe? Il sandalo di Chanel. Le Nike. Le Timberland».

5. «Vestiti in modo che, quando vedi una tua foto, non possa attribuirle una data. Cary Grant sapeva che cos’è l’eleganza e la praticava».

(Tratti da I cretini non sono mai eleganti, G. Armani, a cura di P. Pollo, Rizzoli Etas, 2014)

Dopo quattro decadi alla guida di un impero fashion da oltre 6 miliardi di dollari, e incontrastato arbiter elegantiarum  osannato in tutto il mondo, nella sua collezione per questa stagione Armani ha ribadito la strada maestra dello stile in un mix virtuoso di «avanguardia e compostezza»: abiti dalle forme rilassate che accarezzano il corpo – «i miei capi non richiedono prove o misurazioni, s’infilano e basta», aveva commentato all’epoca della sua consacrazione, vestendo Richard Gere nel film cult American Gigolò  – così come trame con motivi etnici che decorano la superficie delle maglie o si stagliano su collo e polsi. I cromatismi sono precisi ed essenziali, tutti sui toni scuri, «quelli che non fanno girare per strada», per l’appunto. Il vero tocco trasgressivo? Lo smoking blu notte, indossato con sneakers di satin. Ad accordarsi a questo richiamo per un ritorno a una “sublime normalità” sono ora gli imprenditori, manager ed esperti di stile e bellezza che Business People  ha interpellato, sottoponendo loro le dichiarazioni di Re Giorgio.

LA PAROLA A:

GIUSI FERRÉ - FRANCESCO BARBERIS CANONICO - GUGLIELMO MIANI

CSABA DALLA ZORZA - ENRICO MONTI - DIEGO DALLA PALMA

PENSARE CON IL CORPO
Per essere vincenti, bisogna indossare capi che fanno sentire a proprio agio. Sembra suggerire questo l’esito di un esperimento condotto dal professor Adam D. Galinsky, che insegna management alla Kellogg School della Northwestern University, in Illinois. A due gruppi di lavoratori è stato chiesto di svolgere mansioni con un camice bianco. Agli uni si è detto che era “da medico”, agli altri “da pittore”. Risultato: alla fine, coloro che indossavano i panni del dottore svolgevano un lavoro più rigoroso. Interviste successive hanno dimostrato che, nel primo caso, il camice suggeriva accuratezza, attenzione, prudenza, nel secondo, invece, era più legato all’idea di caos creativo. Nello specifico, gli studiosi lo hanno definito enclothed cognition , ovvero una sorta di “cognizione indossata” o “coscienza dell’abito”, concetto che si baserebbe sull’importanza simbolica che diamo ai nostri vestiti, nonché sull’“esperienza fisica” di indossarli. «Non pensiamo solo col nostro cervello», ha spiegato il professor Galinski, «ma anche col nostro corpo».