Marenzi (Confindustria Moda): “Il mass market è una cosa, i grandi marchi un’altra”

Claudio Marenzi, attuale presidente di Confindustria Moda © Getty Images

Non fare di tutta l’erba un fascio, ma distinguere tra i grandi marchi della moda – che lavorano con qualità, sostenibilità e attenzione ai lavoratori – e gli operatori internazionali del mass market, oggetto della critica. È questo, in breve, il messaggio lanciato da Claudio Marenzi, presidente uscente di Confindustria Moda , che ha inviato una lettera al Corriere della Sera , pubblicata oggi, in risposta alla rubrica Il Caffè di Massimo Gramellini dell’8 novembre.

La critica di Gramellini

Nella rubrica in questione, Gramellini, parlando di “caricatura del capitalismo”, criticava fortemente “i grandi marchi mondiali, non solo dell’abbigliamento”, che “delegano il lavoro sporco di sottopagare i dipendenti per poi licenziarli in tronco senza neanche prendersi il disturbo di pagare loro gli arretrati” (leggi di più ). L’accusa partiva dalla protesta di alcuni dipendenti della società Bravo Tekstill, che avevano lasciato in alcuni capi a marchio Zara (ma la società, chiusa nel giro di poche ore, produceva anche per Mango e Next) dei biglietti di protesta e accusa, rinvenuti a Instanbul.

La replica di Marenzi

“Quello raccontato da Massimo Gramellini”, scrive Marenzi, “è parziale e fuorviante, perché racconta , generalizzando, una realtà fatta solo da pochi gruppi esteri che nulla hanno a che vedere con i grandi marchi, e che fanno una produzione di basso prezzo, di scarsa qualità, ammantata da principi solidali e di responsabilità etica. Ma la moda italiana, rappresentata Confindustria, dimostra che “è possibile fare produzione di qualità, artigianale, in Italia e in Europa, lavorando bene con i propri collaboratori e nel rispetto di principi di sostenibilità sia etica che ambientale", continua il presidente Marenzi. “Siamo orgogliosi di questo nostro impegno quotidiano, e vogliamo difenderlo, spiegando la differenza che c’è tra chi fa qualità e chi si limita a copiare, tra chi investe per la sostenibilità ambientale e chi produce in Paesi tolleranti, tra chi lavora con risorse umane e chi le tratta in modo disumano”.